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mercoledì 1 giugno 2011

fotta [fót-ta]: Cults e i meravigliosi anni '60

(In attesa del racconto semiufficiale (di sicuro ufficioso) del mio Primavera.)

Se va avanti così sarò costretta a inaugurare qui a destra una nuova etichetta: la fotta. Fino a 14 giorni fa non sapevo manco cosa significasse, poi un commento di r., compagna di concerti a Barça nonché fine conoscitrice pop (chapeau!), m'ha illuminato.
"Avere la fotta" vuol dire essere scimmiati, perdere la testa per una cosa, incazzarsi pure, andare in collera, fuori dai gangheri. E quindi innamorarsi perdutamente di una cosa.
E' con estremo imbarazzo che mi rendo conto di essermi persa i Cults al Primavera (ahimé, sono arrivata a Barcellona un giorno dopo!). E dire che sono una delle cose più deliziose e sixties (v. Cat's Eyes) di quest'anno!
Avete presente Mulholland Drive di Lynch? La scena in cui Camilla Rhodes si presenta al provino cantando questa canzone in stile Platters?



Ecco, siamo lì come mood, spruzzatelo di garage e batteria splendida con timpani come l'orchestra della Rai degli anni '60 diretta da Bruno Canfora a StudioUno. Poi un goccio di glock che non guasta mai.
E pensate al fatto che Morricone è a un passo da lì. E che Danger Mouse ha prodotto un disco come Rome, splendido omaggio al genio di casa nostra. Che Stuart Murdoch, oltre a Moz, abbia fatto scorpacciate di ascolti di Burt Bacharach.
Perché la cosa che alla fine mi frega maggiormente, al di là delle rivoluzioni nowave, noise, math e post-tutto, è la melodia. Azzeccare la linea vocale, amalgamarla con gli altri elementi, dare un arrangiamento coerente e naturale, mai forzato, arricchirla con armonizzazioni, lasciarla scorrere e allo stesso tempo incalanarla, inquadrarla, addomesticarla in una cornice ritmica e armonica che quadra, che ha un senso. Non lasciare nulla al caso. Non tralasciare i particolari che rendono indimenticabile un brano. Coerenza, onestà e cura dell'elemento melodico. Checché se ne dica, questo è il pop che sopravviverà alla falce del tempo: e la purezza e la perfezione pop è stata raggiunta negli anni '60. Il resto è meticciato, distaccamento, riproposizione, rielaborazione, nostalgia vintage.
Ma tutto è lì. Beach Boys, Beatles, Byrds, Morricone, Mina, Lee Hazelwood e compagnia bella.
Un ripassino è sempre d'obbligo quando dopo 50 anni si parla ancora di revival, e si gioca a fare i saccenti vintage sfoderando un accento indie-snob, quando gli anni '60 erano tutto fuorché snob, elitari, radical-chic. Mina non se la tirava per niente e aveva 25 anni e le era stato affidato un programma della madonna come StudioUno. Gli ospiti che capitavano lì erano pezzi da novanta (qualche nome, giusto pe' favvve capì che all'America potevamo solo invidiare....ma cosa, poi?: Mastroianni - che fa cantare il cane, Tognazzi, Gaber, Manfredi, Gassman, Sordi, De Sica, Totò): classe innata, eleganza e spontaneità.
Ora abbiamo artistucoli che si professano detentori di verità sublimi e pensieri iperuranici, s'ubriacano di avverbi di modo con una spocchia non indifferente e cercano di rappezzare elementi sintattici forti, partorendo frasi che esprimano indignazione, situazionismo, libertà intellettuale e quel sentimento polivalente di "anticonformismo corretto Nicky Vendola".
Ma questa è un'altra storia. Si parlava di musica, e musica sia.
Ecco a voi i Cults.



e già che ci siete guardate qui, canzone di Sordi e Piccioni (!), e pensate a I knew it was over dei Cat's Eyes. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

domenica 1 maggio 2011

Beato me

"Cosa c'è stasera in tele? Tutto Papa, no?"
"No, beh, se vai su RealTime fanno le solite cose...."
"Magari faranno una versione speciale.....Ma come ti vesti, Giovanni Paolo?"
E m'immagino Carla ed Enzo (immortalato nel bel post della Chacha) in missione speciale al Vaticano dopo aver visionato il disperato annuncio di un ancora cardinale Ratzinger: "Mi hanno tetto che la Chiesa si defe rinnofare per antare incontro ai ciofani. Parlo a nome dei cartinali e dei fescofi, Ciofanni Paolo, non ti abbiamo mai fisto con un paio di cceans. Enzo e Carla, fate il miracolo".
Ed Enzo e Carla che, avendo passato in rassegna il guardaroba di Giovanni Paolo ("e questo cos'è?, per fortuna che sono forte di cuore, sennò mi sarebbe venuto un infarto.....la stola di ermellino? Ma non sai che ormai è di tendenza l'eco-friendly? E poi basta vestirsi di bianco, si sa che il nero sfina...Giovanni, Giovanni! O Paolo? Come preferisci che ti chiami? Karol, forse?"), gli consegnano la carta di credito da 1500 euro, gli impartiscono i 6 comandamenti del "mai più con...." e "mai più senza...." e gli svelano il segreto: i jeans hanno bisogno degli accessori! "Quindi, John, ricordati che per l'aperitivo dopo il Concilio Vaticano, una bella zampa d'elefante non te la toglie nessuno."

E la fantasia galoppa.
A proposito di Vaticano, è uscito da pochissimo il bel dischetto dei Cat's Eyes, un duo formato da Faris Badwan dei The Horrors e la bella Rachel Zeffira, che ci propone un impasto dream/sixties/classicheggiante vagamente alla Burt Bacharach, Lee Hazelwood e i Broadcast (!), per non dire gli Stereolab.
Beh, che c'entra il Vaticano?
Sentite un po' qui.



p.s. qui, e altri punti del disco, mi ricordano Danny Elfman, il compositore delle colonne sonore dei film Tim Burton

martedì 1 marzo 2011

La famosa invasione di Podington Bear

Questa è la storia di un orso che fa musica.
Tra il 2007 e il 2008 ha pubblicato un qualcosa come 156 brani, 3 canzoni alla settimana per un anno via podcast su iTunes. Tutta la sua storia la potete leggere qui. P-Bear, come ama anche chiamarsi, ha rifatto un esperimento simile l'anno successivo e ancora nel 2010. La sua è musica per stare a bocca aperta su un prato, folktronica e ghirigori, disegni e polpastrelli colorati, la colonna sonora ideale con cui farei crescere mio figlio. (Cioé, non capisco come Art Attack non abbia assunto Podington Bear a curare le musichette di sottofondo. Misteri.)
Potete ascoltare tutta la sua (corposa) produzione in modo sciolto qui, dove troverete in modo abbastanza confusionario una caterva di brani. Cerchiamo di fare ordine: partendo dai più recenti troviamo i podcast (o episodi) di ciò che viene definita "Third Season", l'esperimento del 2010 scaricabile free da iTunes e che comprende, credo (non sono sicura, non l'ho ancora ascoltato) oltre ai brani originali di P-Bear anche delle riletture di altri pezzi; poi abbiamo vari remix (davvero carucci); poi brani che sono stati accorpati in Growly Tum (scaricabile aggratis qui) e che costituiscono la "Second Season" dei podcast ; infine i 156 brani della titanica "First Season" del 2007-2008 assemblati nel Box Set che comprende 135 brani. I restanti 21 sono scaricabili gratuitamente qui e qui.
E dopo il doveroso elenco, ecco un assaggino:



Chi sta dietro a questo delizioso progetto è Chad Crouch, disegnatore, musicista e fondatore della Hush Records, etichetta indipendente americana che ha pubblicato degli altrettanto deliziosi album (i packaging sono piacevolissimi a vedersi e a toccarsi) come 7fingers di Nils Frahm & Anne Mueller, un disco stupendo che non esagero se dico che varrebbe mille acquisti.

(io nel frattempo mi sono lasciata tentare dal Box Set dell'orso)

lunedì 7 febbraio 2011

No hay banda. (o: non è musica per uomini)

Da ieri sto cercando di capire se Anna Calvi, ultimo feticcio dell'hype musicale, è bella o no.
Avrà anche un visino caruccio, ma sotto quei litri di rimmel, ombretto e rossetto, fatico a scorgerlo e mi pare di tornare con la mente a 14 anni fa, quando il mascherone di Geri Halliwell delle Spice Girls mi incuteva timore. Quella mise da battona che manco la Carla, la mia parrucchiera (ops, ex), osava esibire, era imposta dalla schiavista Virgin Records che aveva cucito addosso alla povera Geri lo scomodo (ma efficace poiché controbilanciava l'angelica Emma) ruolo di ragazza tentatrice.
Da qui il trucco pesante che la faceva diventare 35enne in pochi minuti nonostante i suoi 24 anni (Anna Tatangelo non l'ha mai dichiarato, ma Geri è stata il faro della sua adolescenza di ragazza di periferia); gli abiti succinti, patriottici e all'occorrenza servi dell'alleato americano; gli stivali con le zeppe; dulcis in fundo le indimenticabili superchiome arancioni rosse per le quali venne ribattezzata Ginger Spice. In realtà, come proprio nella canzone degli Offlaga Disco Pax, Geri Halliwell era bionda.
Lo scoprimmo nel 2001, quando Geri si presentò al mondo con 30 chili in meno e un'imbarazzante controfigura danzante. Quel brano mi ricorda tante cose: la fine della seconda superiore e il Tutto musica (rip) che aveva inserito il testo in quanto "canzone del mese"; l'isterismo provinciale per Mi Chico Latino manifestato dalla madre della mia amica di cortile, fan (la madre, non la figlia) di Bryan Adams e Lene Marlin. Ricordo anche che smisi di ascoltare le boy band. Sì, perché nel biennio 1999-2000 le pere di Five e Backstreet Boys me le facevo anch'io - e le rivendico con orgoglio.
Ma questa è un'altra storia.
Si parlava di Anna Calvi e della sua presunta bellezza. Di sicuro ha dei denti da vampiro. E manco questo depone a suo favore perché mi porta alla memoria questo che a 13 anni mi faceva letteralmente cagare sotto dalla paura ma che, rivisto col senno di poi, reputo uno dei video più interessanti degli ultimi 15 anni.
Ho ancora divagato. Si diceva: Anna Calvi e i suoi denti da vampira. Anna Calvi è lesbica? Chissà. Di certo è sexy, assomiglia a Eva Green, ha una voce profonda e suona davvero bene la chitarra. Elettrica.

Piccola parentesi:

Anche se non lo sosterranno mai a gran voce, gli uomini si sono sempre sentiti musicalmente superiori alle donne. A partire dalla musica suonata fino ad arrivare ai gusti o alle capacità critiche, la musica sembra essere appannaggio del pene.
Un pene mai domo che ostenta la propria cultura su forum e fa a gara a chi ne sa di più. Un pene che con un accordo ti fa una canzone - però è un pene hipster e piacione. Un pene che reagisce d'istinto se s'imbatte in una donna che lo mette in difficoltà perché stranamente ne sa quanto lui.
Insomma: la storia è sempre quella. Perfino quando si parla di musica suonata ci s'imbatte in imbarazzanti dualismi. L'uomo ha la tecnica, la donna l'emozione. L'uomo è diretto, la donna circonfonde. L'uomo compone, la donna interpreta.
L'effetto appare inevitabile: la donna appare come uno strumento (o canale) secondario perché durante il processo compositivo ha un peso minore, quasi nullo. La donna è pura immagine, voce, colore, atmosfera.
Tutto ciò è di una tristezza desolante. Per questo innalzo le mie lodi e le mie odi a Victoria Legrand, sacerdotessa algida uscita direttamente da un disegno di Gustave Moreau, ma anche a Jana Hunter (amica - o forse qualcosina di più? - della Legrand) e i suoi Lower Dens; a Cat Power, nervosa sul palco, irrisolta, d'una bellezza criminale; a Charlotte Gainsbourg che c'ha un filo di voce e non si può dire sia propriamente bella, ma cristo, solo lei ha quel divino (e paterno) broncio scazzato!; a quel miracolo che risponde al nome di PJ Harvey; e a tutte le donne, lesbiche o etero, che fan musica e che verranno trattate con sottile ed invisibile pregiudizio: vi amo, vi comprendo.

fine parentesi

Quindi, ritornando a bomba: Anna Calvi.
Nella mia incertezza intellettuale riguardo la sua bellezza, posso solo dire che la vedremo nel prossimo film di Lynch, in una scena come questa, ci canterà The Devil e poi sverrà.
No hay banda. No hay banda.

sabato 29 gennaio 2011

Funny Games

“La finzione è vera?”

“Perché?”

“Beh, si vede nel film, no?”

“Certo.”

“Beh, allora è altrettanto vera quanto la realtà che comunque si vede.”

“Che sciocchezza”.

domenica 23 gennaio 2011

“You James Blake?” “Yes, I am. Do you know my poetry?”

A vederlo non gli daresti un centesimo. Con quella faccia un po' così, da biondino inglese primo della classe, probabilmente menato dai compagni più grossi durante l'intervallo, t'immagini possa solamente scrivere saggi barbosi sul Settecento.
Invece.

James Blake è la proiezione ortogonale di cosa/come suonerà Thom Yorke quando i Radiohead si saranno rotti di fare musica perché quello che avevano da dire l'avran già detto e non ci tritureranno le palle con reunion celebrative, best of, tristi ospitate televisive e album di inediti da pubblicare secondo contratto.

James Blake suona il piano, ha coverizzato Feist (Limit to your love), fa un uso spropositato di pause e di silenzi che manco Harold Pinter e mugola con una vocetta spiritata rubata ad Antony che sa tanto di negritudine. La sua musica, che verrà presto depredata dai pubblicitari (ne sono sicura), è un misto di elettronica ibrida alla Aphex Twin, collage multicolore e ritmi soffocati e in controtempo che schiacciano l'occhio a Four Tet e Flying Lotus e tanto, ma tanto dubstep coi suoi bassi killer che ti colpiscono le budella. Non solo: c'è anche una profonda intimità, un calore umano e un modo di cantare che mi ricordano Jeff Buckley.

Il punto è che a 22 anni James Blake ti butta lì come se fosse niente un pezzo come I Never Learnt to Share che mentre ascolti manco t'accorgi di quello che succede perché è davvero troppo. Quindi lo risenti e ti meravigli, non è possibile. E poi una terza volta e ti trattieni.
Cosa accade in quasi 5 minuti? Prima i Platters con l'autotune a palla, poi un inserto quasi shoegaze, poi si arriva agli esercizi di stile di Queneau, minime variazioni elettroniche, quasi jazz, sulla stessa frase con climax estatico verso i 3 minuti e annessa perdita dei sensi.
La quintessenza della mutazione genetica del dubstep ha trovato in questo brano il suo classico.


I Never Learnt to Share

L'ellepì di debutto (James Blake - s/t) uscirà tra due settimane ma già in molti blog e testate giornalistiche tira aria di hype - e le premesse che diventi uno dei dischi del 2011 ci sono tutte.
James Blake è pieno di felicissime intuizioni in bilico tra attitudine classica, soul e glitch-hop, ed è pervaso da un sentimento di desiderio, un intenso anelare a un suono distante come un miraggio, una sacra nostalgia ovattata da muri di suono ma anche da costruzioni fragili e sofferenti per solo piano e voce.
L'interessante ep Klavierwerke (pubblicato nell'autunno dello scorso anno) aveva ampiamente anticipato questo mood più tetro dimostrando un'eccellente capacità compositiva: suoni giocosi da Luna Park si incastonano con atmosfere gotiche sospese nel tempo, voci provenienti dall'oltretomba, piani trattati e inserti di puro dub.


I Only Know (What I Know Now)

Meritano un ascolto anche i brani Air&Lack Thereof (dall'ep omonimo), un perfetto esempio di elettronica funkettona da sballo, e l'ep CMYK ricco di crescendo e di aperture paurose.

Formazione classica (il ragazzo ha studiato piano e composizione in una delle più prestigiose accademie inglesi di musica), spirito dubstep, sintesi elettronica, raffinatezza pop.
Ne sentiremo parlare.

lunedì 10 gennaio 2011

Sospironi e visibilio in parti uguali

Le tag di Lastfm a volte mi strappano più di un sorriso.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando: Lastfm è un sito/social network che stila un profilo personale in base agli ascolti musicali che vengono catturati attraverso un plugin (un elemento aggiuntivo che "scrobbla", ossia scannerizza) abbinato al programma che usiamo per riprodurre musica.
Su Lastfm ci si scambia pareri e consigli, si commentano i brani, si segnalano concerti, insomma: tutto ciò che gravita intorno alla musica pare debba passà di lì. Una funzione che appare un po' defilata ma che gioca un ruolo importante sono le tag, le etichette che raggruppano varie band a seconda del genere e che aiutano l'utente a scoprire gruppi nuovi affini ai suoi gusti.
Succede ogni tanto che queste tag vengano usate un po' alla "cazzo de cane" e con un pizzico di fantasia e, più che etichettare il genere musicale, siano simili a una suggestione o a una frase che cattura uno stato emotivo suscitato da una certa musica.
I Beach House (un nome a caso), per esempio, sono stati taggati come "sigh and swoon in equal measure" (sospironi e visibilio in parti uguali): dando una sbirciata agli artisti affini di questo tag scopro che vi dimorano pure le Organ, le Electrelane, St. Vincent, Joanna Newsom, Scout Niblett e She&Him e la lista è lunghissima, issima, issima.

Posto che:
- non ho dubbi sul sesso biologico di chi ha coniato quest'espressione
- né sul suo orientamento sessuale e sul suo umore
- né tantomeno nutro dubbi sul fatto che potremo avere tante cose di cui discorrere,

invito la suddetta persona a farsi avanti e ad avanzare una proposta di fidanzamento.

Garantisco una risposta ricca di sospironi e visibilio in parti uguali.

mercoledì 25 agosto 2010

Heart of chambers

Heart of chambers è un’espressione che non esiste.

In ambito medico si usa “heart’s chambers” per indicare le quattro camere (o cavità) cardiache, atri e ventricoli (sinistri e destri). Heart of chambers, quindi, appare come una storpiatura simile agli errori che fanno i bimbi prima di iniziare la scuola: “il pavone della coda”, “l’acqua del bicchiere”, oppure ancora “la casa della porta”.

Frasi insensate, ma incredibilmente piene di fantasia, di un forte potere evocativo che travalica la barriera realistica per addentrarsi in una dimensione di pura sinestesia, di metaforizzazione e simbolismo. Parole come immagini, mi ha detto Victoria Legrand dei Beach House – parole che fluttuano, che si manifestano come intuizione visiva che esula dalle convenzioni linguistiche, dalle rigide corrispondenze di significanza.

Creando l'espressione “cuore di/delle camere” (o forse semplicemente trascrivendola dopo averla immaginata o sognata - si sa, le idee non appartengono a nessuno, ma vengono colte in rari momenti di contatto con un mondo a noi altro) Victoria voleva cercare di farci arrivare qualcosa di nuovo, d'altro, di eccentrico alla lingua.

Cosa è perciò questo “cuore di camere”? Focalizzandoci sulla specificazione “di camere” che determina il soggetto “cuore”, si può procedere a tentativi, o come diceva Freud, tramite associazioni di idee. Il termine “camera” fa venire in mente la più comune idea di “casa”: in effetti, applicando il principio analogico, “cuore” e “casa” sono termini molto simili, quasi interscambiabili. In maniera più particolare, “cuore”, in ambito medico, ha una terminologia che può ricordare il concetto di casa: pareti e atrio (per non parlare di camere). Più generalmente la casa è il cuore di una persona – lo spazio degli affetti, un ambiente che evoca emozioni e ricordi. Viceversa quando si è innamorati di una persona e si sta con lei, ci si sente “come a casa”, a proprio agio.

Intrecciando tutto ciò non è difficile capire cosa ci voleva dire Victoria: “heart of chambers” può essere uno spazio immaginario delle emozioni, ma allo stesso tempo indica un piccolo, angusto ma intimo, quasi sacro, ambiente, il cuore della persona in cui vorremmo farci spazio e, come in una casa, entrare nelle sue stanze, esplorare le sue camere.

E quindi il testo ci appare così:

....Ti ho trovato rintanato nel tuo cuore di camera, solo, che sfogliavi un libro con le figure e avevi un umorismo che nessuno capisce più. Ti ho trovato in quello angolino ed eri stanco e già morto dentro, vorresti guidarmi? Vorrei essere quel qualcuno che riesca a insegnarti ad amare di nuovo.

Sono innamorata e vorrei che tu mi facessi entrare.


lunedì 17 maggio 2010

(C)ucci (c)ucci, sento odor di...

In un mondo che sempre a dieta è, il mio sogno erotico sei tu.

Tu con quell'accento sardo da Benito Urgu in gonnella, tu con quella voce calda e decisa, talmente forte da poter richiamare, di sera, la Sandrina e la Iole che stanno pascolando placide. Con quei capelli neri come la pece, sempre lucenti, che t'invidio tantissimo. La pelle morbida e le guanciotte da Alvin Rochenroll, la bocca piena e matura, gli occhi come due liquirizie Amarelli di Rossano Calabro. Con quell'amarezza sconsolata verso l'universo maschile, tuttavia con quella speranza di poter trovare un uomo decente che riesca, esattamente come me, a guardare oltre i chili di troppo, che a te, sì, stanno benissimo.

Mi permetto un consiglio.
Geppi Cucciari, provaci con le donne.

lunedì 12 aprile 2010

Virate/virago, ovvero: cosa non si fa pe' campà una serie in più

In casa mia la tv è occupata sempre da mio padre: CSI (Las Vegas, Miami, New York), Criminal Minds, Cold Case, NCIS, House, Bones, Closer, Grey's anatomy: non gliene sfugge uno. Quando è fuori casa lascia degli orrendi biglietti melensi a mo' di lista della spesa:

mi registrate, se non disturbo,
X alla ora Y sul canale Z

etc etc etc

baciotti


Baciotti mi fa sussultare ogni volta.
S'è rincoglionito col tempo; una volta era tutto lui e Tarkovskij, lui e Mahler, lui e il nazionalsocialismo, lui e Wagner, lui e Karl Kraus, lui e Barry Lyndon, lui e Hieronymus Bosch; ora ascolta i Coldplay e guarda telefilm ammmmeregani.
Non sopporto molto le fiction - a parte qualche significativa eccezione.
Anni e anni di visione mi hanno fatto arrivare a questa piccola grande verità: quando il telefilm rischia di non piacere più o quando un personaggio femminile non è molto simpatico, una mossa astuta è la lesbo virata.

Presente in OC (indimenticabili Marissa-Alex)



e il loro bacio guardachelunaguardachemare. Lesbiche come è vero che a me piace la fisica quantistica, formavano una coppia da urlo. Alex, finta camionista con tanto di tattoo aggressive (una farfalla sulla schiena), seduceva la bovghese Marissa a suon di rum e pera non sapendo che la cava vagazza era già un'alcolista anonima dalla tenera età di 12 anni. Josh Schwarzt, l'ideatore della serie, ha smentito che la lesbo virata fosse stata attuata per meri scopi commerciali e d'Auditel.
La replica della critica è stata tranchante: una pernacchia con tanto di sputazzo.

Molto più realistico, invece, il naturale fluire della sessualità della capaprontosoccorso Weaver in ER. La dottoressa, che per anni ha girato con una stampella - chiaro sostituto fallico, direbbe la mia professoressa -, s'è scoperta dell'altra sponda dopo una militanza latente.

Single de ferro, donna incazzosa e fredda, scrupolosa lavoratrice, finalmente si rivela lesbica nella settima stagione in cui s'innamora, ricambiata, di una psicologa gay che molte di voi conosceranno per aver interpretato l'amante di Gia - con quella simpatica della Jolie. Poi s'innamora di una vigilessa del fuoco che tragicamente muore; Zoppetta, quindi, combatte con le unghie e coi denti per l'affidamento del figlio avuto da lei.

Ma ci vogliamo dimenticare del bacio tra Calista Flockhart e Lucy Liu in Ally McBeal?

Non ricordo assolutamente la situazione né l'atmosfera, ma 'sto bacio al cardiopalma concluse la puntata e ebbe pure dei postumi: Ally e la cinesa erano alquanto gelose dei rispettivi partner.

Una menzione speciale per la versione all'amatriciana di ER, il mai troppo compianto Terapia d'Urgenza, che vanta non solo il record di romanismi in un ospedale di Milano, ma anche quello del primo telefilm italiano in Rai con una coppia lesbica. Al centro la tormentatissima storia tra Marina Ranieri del Colle (indimenticabile la pronuncia della cucula - chissà che fine ha fatto) e la sosia di Michael Jackson in gonnella, l'infermiera Esther. E, sulla stessa falsariga, RIS mette in scena una cinesa lesbica. Per la serie: se non l'accettate perché è orientale, ora la amerete perché gay. Un ragionamento che fila, applausi agli autori.

Gran carrellata finale medico-sanitaria con ritorno di fiamma di Alex di OC (sempre grate saremo alla madre di Olivia Wilde) che compare puranco in House, ove interpreta una dottoressa confusa e alquanto bisessuale; e ancora, coppia lesbica in Grey's anatomy con donne molto più accessibili e realistiche. [fonti: mio padre]

Ma ora.
Arriviamo al telefilm che seguo da 4 anni con mamma: Desperate Housewives. Che sono cotta di Teri Hatcher da quando vedevo Lois and Clark: Superman, beh, lo sanno anche i sassi. DH ha avuto alti e bassi, ma ha sempre colpito per i suoi dialoghi frizzanti, situazioni volutamente surreali, grande immaginazione. Alcune scelte di sceneggiatura sono stati dei veri e propri colpi di genio, ma mai come il seguente.

SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER (sesta stagione in corso)
Non sono una che si guarda i telefilm in lingua originale (tranne per L word, la7 non lo mandava più e poi si sa, Jenny era morta e dovevo sapere chi l'avesse uccisa), quindi sto seguendo la sesta stagione di DH scaricandomi le puntate da FoxLife Italia. Per ora sono fermi col doppiaggio alla tredicesima puntata, tra un mese riprenderà; in Ammmmerica sono alle 19esima e se ne prevedono ancora 4 o 5.
Detto ciò: Katherine, la rossa innamorata di Mike Delfino e ricoverata in una clinica psichiatrica, era un personaggio che rischiava di stare antipatica poiché indicata come l'antagonista dell'eroina Susan Meyer/Teri Hatcher.
Gli sceneggiatori, di un gradino sotto a Lost (mai seguito, peraltro, ma ne ho sentite di cotte e di crude), hanno avuto 'na bella penzata: perché non la facciamo diventare lesbica?
Tutto ciò dovrebbe succedere nella sedicesima puntata con tanto di scena vagamente hot.
FINE SPOILER FINE SPOILER FINE SPOILER

Perché la lesbica è un perfetto MacGuffin: conferisce dinamicità alla trama.
Due donne che si baciano piacciono e non disturbano. Gli uomini esultano, le donne comprendono e magari s'incurioscono. E i produttori ringraziano.

E quindi, arriviamo al punto.
Abbiamo un telefilm in Italia che ricalca il ritmo frizzante delle sit-com americane, condensa le meglio trovate musical-oniriche di Ally McBeal e Scrubs, con battute perfette e recitazione brillante: si chiama Tutti pazzi per amore. La seconda serie sta andando molto bene, non sembra mostrare segni di cedimento. Ma mi chiedo, quando ci sarà la tanto attesa lesbo-virata?
E, soprattutto, chi coinvolgerà?
I personaggi femminili abbondano e sono parecchio interessanti. Io punto tutto, se ci sarà una terza serie, sul personaggio di Maya, interpretato da Francesca Inaudi.

Piccola curiosità: un'attrice, Camilla Filippi, ha prestato voce ed interpretazione in un brano del primo disco dei Baustelle, Cinecittà.


Ed ultima cosa, poi non parlerò mai più di telefilm: Three Rivers e il post-Shane. Katherine Moennig ha fatto parte di una sfortunata serie medica (alla Terapia d'Urgenza, 'nzomma) sospesa in America a novembre per bassi ascolti.
La cosa che si chiedevano in molti, tra cui AfterEllen, era questa:

"When is a new hairstyle not just a new hairstyle? When it’s the hairstyle for the most obsessed about former fictional lesbian hairstylist in all of the universe".

Appunto: Shane, ops, Kate ha cambiato pettinatura. Il risultato? Qui.
Ancora tanta robbba, davvero. Stesso sguardo scazzata alla Shane, camminata penzolante alla Shane, e le sue mani! Difficile, se non impossibile, uscire da un personaggio che ha segnato lo stile - e che ha fatto scuola tra tutte le lesbiche del mondo.
Katherine Moennig rimarrà imprigionata in Shane esattamente come Calista Flockhart aveva paura di essere ricordata come Ally McBeal. Allo stesso modo io rimarrò una lesbica depressa, con la sola differenza che la mia non è una parte.

sabato 20 marzo 2010

Strani amori che


Cose belle:
  • fare il controcanto a Thom Yorke e Stuart Murdoch
  • l'ultimo disco dei Mariposa (qui, qui e qui subito)
  • lo spruzzo di cacao sulle labbra e sul naso dopo aver bevuto un latte macchiato
  • Memory Tapes e gli anni '80 rivisitati
  • gli album di indie-folktronica dalle copertine colorate e pacate, come a suggerire un mondo fatto di camerette di adolescenti nerd con la chitarra acustica, strani strumenti a fiato, giocattoli e carillon e il Mac (Department of Eagles, Tunng, Trouble Books)
  • il Philadelphia che è 'na droga
  • le betullacee
  • una videocamera scadente che fa foto artistiche in b/n
  • certi gruppi dal sapor anni '60 (The Clientele e Caribou)
  • mia cugina 12enne che sente per la prima volta la parola "lesbica" in un contesto penoso (la sua compagnia di danza ospite di un programma televisivo di Sky in cui due tizie si strusciavano e nei fuori onda hanno usato l'orrendo termine). Mi chiedo che effetti cacofonici avrà notato e che idea si sarà fatta. Se ne renderà conto continuando a fare danza - un ambiente dall'alto tasso di biodiversità.
  • mi sento un uomo formica tra due enormi polpastrelli di gomma/ma il dio pantofola mi accoglierà nella sua suite reale/mi si slacciano sempre le stringhe della vita.

sabato 13 marzo 2010

Canoni retro-futuristi: Telephone, il nuovo video di Lady Gaga

Lady Gaga ha un nome di battesimo francamente imbarazzante: Stefani Joanne Angelina Germanotta. Pare uscito da Quei bravi ragazzi di Scorsese o dalla trilogia del Padrino. No, con un corredo genetico così pizzaspaghettiemandolino non si sfonda da nessuna parte.
Così la nostra Stefani si è ribattezzata Lady Gaga: un omaggio al glam, così dice lei, capace anche di competere con Divine e tutto l'immaginario sweet transvestite della New York degli anni '70, Lou Reed, Bowie.
Da icona a icona: Lady Gaga è stata capace di inventare non solo un personaggio, ma una vera e propria acting perfomer di uno spettacolo creato ad hoc per il pubblico in cui il corpo e le azioni sono continuamente una messa in mostra.
Lady Gaga quindi come iper-icona: un'icona di stile che rimanda ad altri stili, che è continuamente riferimento ad altro, che richiama e schiaccia l'occhiolino alle icone del passato, riuscendo a condensare in sé gli ultimi 30 anni di moda, costume, spettacolo.
Non conosco la musica della Germanotta, mi sono avvicinata a lei grazie a Bad Romance, canzone che gira sul mio iPod da più di un mese con piacere, il solito elettro-pop-dance che tanto va per la maggiore negli ultimi tempi. Il video è il trionfo dell'eccesso, pregno di uno stile in odor di Marc Jacobs e Galliano, di una fotografia plasticosa alla Lynch e di movenze schizzoidi alla Marilyn Manson (ecco, Lady Gaga è il perfetto risultato di un morphing tra Manson, Naomi Watts e Amy Winehouse fuori e dentro il rehab).
Ma è un video perfetto per la canzone: una vera e propria accozzaglia ed abbuffata di colori, un baillame di corpi che si contorcono ma non solo: cialtrone, enigmatico, orrorifico (l'apparizione del gatto Sphinx), trashissimo, strisciante, non-sense, smaccatamente eccessivo; la Germanotta diventa arte, si esibisce, acquista spessore, indossa abiti che sono sculture, cambia e assume nuove forme. Intorno a lei tutto è finto, tutto è arte: le ballerine si muovono come manichini, escono da bozzoli/bare, gli uomini sono petti nudi tatuati e oliati, l'orso della pelliccia, il letto che prende fuoco. Nulla è vero, nulla è reale: tutto è eccesso e forma, ogni gesto teatrale, ogni espressione ben confezionata.
Ma la ciliegina sulla torta è l'ultimo video, Telephone, insieme a Beyoncé. La collaborazione da urlo aveva fatto presagire un videoclip altrettanto al fulmicotone: ogni previsione è un gradino sotto ai 9 minuti e 32' di puro iper-cinema visibili da oggi su YouTube.
Sì, perché tutto in Telephone è iconico, un continuo rimando a qualcosa d'altro, un insieme di riferimenti culturali che formano un vero e proprio canone retro-futurista in cui gli anni '80 e '90 (ma non solo) si mescolano e vengono rielaborati secondo il gusto e le tecniche attuali.
Ecco a voi il delirio kitsch per eccellenza.




scena/1: carcere femminile, già ho strani presentimenti. Lady Gaga arriva con la sua personale tenuta da galeotta, tacchi assurdi, occhiali da sole tolti per guardare dritta in camera (è uno spettacolo, no?). Le detenute, pupe truccate pesantemente e con le cosce al vento, leccano le sbarre, o vi strusciano le tette rifatte lanciando alla Germanotta sguardi lascivi. Le carceriere, versione riveduta e corretta di Wanna Marchi all'ammmmericana, la spogliano e si scambiano battute ("I told you she didn't have a dick") sulla nostra eroina in collant a rete e scotch nero sui capezzoli, che manco Amanda Lear coi CCCP. (nb: il paragone con Vogue e Express Yourself di Madonna è quasi obbligatorio)

scena/2
: ora d'aria, donne tatuate e truccatissime sollevano pesi, circondate da energumene di 100 chili cadauna vestite da pappone o Kit di L Word. Ed ecco che entra lei, incatentata e con degli occhiali poco appariscenti (ai quali è stata applicata una 30ina di sigarette accese per un motivo che or ora mi sfugge), viene avvicinata da una ceffa molto mascolina che prima se la usma (momento fetish #1) poi se la gusta, poi le mette una mano tra le gambe. Lei imperturbabile nella sua capigliatura estrema (probabilmente è passata dal coiffeur della prigione un attimo prima dell'ora d'aria) viene richiamata perché ha ricevuto una telefonata.

scena/3
: smentita chiaramente la supposta presenza di un parrucchiere all'interno della prigione: Lady Gaga usa delle lattine di Coke a mo' di bigodini, suggerimento che, semmai fossi in situazioni d'emergenza, prenderei sicuramente in considerazione. Le detenute si menano pesantemente, scatta una vera e propria rissa che viene accolta con favore dalle altre ceffe. Hanno panem et circenses, e di che possono lamentarsi? Ci farei la firma io per stare in una prigione femminile: cibo gratis, donne, e pure una sana dose di ultraviolenza quotidiana.
Beh, la nostra Gagarin riceve 'sta chiamata. Vestita solo con un chiodo di pelle che anche nel '76 sarebbe stato scartato dalla Westwood, risponde e finalmente, a 3 minuti circa dall'inizio del video, attacca la canzone. L'effetto è esilarante. Canta, dice di non sentire la sua interlocutrice, molla la cornetta e inizia a muoversi, mentre nel frattempo la musica inizia a pompare.

scena/4
: finalmente le ballerine! Nei corridoi della prigione si danza tutte mezze ignude, aggrappate alle sbarre, con push-up brillantinosi, e il groove pompa sempre più. Tutte le danzatrici sono tatuate (una c'ha pure scritto sulle gambe: TOO HOT, troppo fica). La cosa si fa aggressiva, la Germanotta digrigna i denti e ha i collant smagliati sulle natiche, poi, grazie a un montaggio serrato, è solamente vestita dalla striscia gialla delle scene del crimine.

scena/5
: è il giorno fortunato della Gaga, qualcuno l'ha tirata fuori pagandole la cauzione. Lei, vestita stile Maria Goretti dark, si esibisce in un passo di danza alla Ginger&Fred ed esce. Pronta ad accoglierla la Pussy Wagon di reminiscenza tarantiniana (brrrrr!) guidata da......Beyoncé (aka HoneyBee).
"ti sei comportata da ragazzaccia, Gaga!", scandisce il lipstick nero della Knowles. E morsica un (?) waffle/focaccione che passa alla Gaga (momento fetish #2!), per poi partire sgommando.
Bonnie and Clyde al femminile, la risposta patinata di Bound dei fratelli Wachowski, o più semplicemente Thelma e Louise in versione trash?
In macchina il dialogo che Tarantino non ha mai osato scrivere:
Gaga: "Sicura di volerlo fare?"
Be: "Cosa intendi con 'sicura'"?
G: "Beh, sai come si dice, una volta che uccidi la mucca devi fare l'hamburger"
B: "Sai Gaga, la fiducia è come uno specchio, puoi ripararlo se rotto"
G: "Ma vedrai sempre quelle fottute crepe quando ti ci specchi"
oh-oh.

scena/6
: La Beyoncé canta, guida e intanto posa, che se fosse successo qui in Italia l'avrebbero arrestata dopo 30 secondi, ma siamo in Ammmerica e su quelle fottute strade nel deserto non ci passa mai un'anima viva tranne un coyote. Ma neanche lui: Lady Gaga ha bevuto il suo sangue per avere le labbra più rosse che mai.

scena/7: le due si sono fermate ad una tavola calda. La Bee è vestita di giallo, manca solo Alfredo e i Ferrero Rocher, cammina come nell'indimenticata Crazy in love, si siede salutando amorevolmente un ceffo che la tratta malissimo, poi vede le zizze fuori e cambia espressione, s'alza, momenti di tensione con un latinos, e la Bee ne approfitta per avvelenare der Pappon! (scenetta corredata da segnalazione fumettosa alla Batman anni '60: POISON!), versandogli nel caffé un litro di liquido bluastro. Der Pappon si risiede non prima di aver schiaffato 'na manata sulle natiche di una ben messa.

scena/8: Lady Gaga, nel frattempo assunta a tempo di record come chef della tavola calda (e vogliono farci credere che in America il tasso di disoccupazione è alto?! Ma se prendono gente senza manco un regolare colloquio né fedina penale pulita!), spadella come una dannata, sfoggiando un cappellino-inno alla sobrietà dalla forma di telephone, circondata da aiutanti truccati che scambiano baguette e sfilatini per cornette del telefono. Il montaggio ci fa vedere intanto la Bee in versione direttore del circo che ci contorce sul letto, abbastanza incacchiata.
Ma Lady G. è pronta per la lezione di cucina: "Come preparare un sandwich" (anche qui il richiamo a Tarantino di Kill Bill 2 è forte, ricordate la scena di Bill che prepara con cura il panino alla bimba?) - gli aiutanti cuochi ballano brandendo frullini, fruste, cucchiai di legno, uno spettacolino che tanto sarebbe piaciuto a Wilma De Angelis.
(nb: il trucco e la capigliatura della nostra sono un rimando palese alla Marilyn di Wahrol)

scena/9: il pranzo è servito! Tutto abbondantemente spruzzato di veleno per topi, pronto per essere portato in tavola dalla Gaga-cameriera, con un telefono come benda sull'occhio (dice qualcosa il nome Elle Driver?), il ceffo innaffia di miele tutto e s'ingozza come un'oca all'ingrasso. E perisce sotto l'occhio vitreo della nostra Lady, mentre la Bee gli dedica un bel "Sapevo che mi avresti preso tutto il miele, you selfish motherfucker!"
Montaggio che va di pari passo col tunz tunz, e sottotitoli tedeschi: EIN (che poi è EINS!), avventori che magnano, ZWEI, tossite di gente morente, DREI, morte generale.

scena/10: finisce tutto a passi di danza, costumi ammmericani a stelle e strisce (perché?), Lady Gaga che pare un misto tra Capitan America e Wonder Woman, tette e culi, froceria che balla e sgommata della Pussy Wagon.
Quando uno crede di aver visto proprio tutto, ecco che arriva il colpo di genio: abbiamo passato in rassegna Black Mamba, Batman, Wonder Woman, perché farci mancare la donna leopardata? Lady Gaga, come negli spot televisivi americani delle concessionarie d'auto usate, si muove sul cofano a ritmo di musica, sfoggiando un cappellino rubato a Madonna, a Britney Spears o ai Village People o molto semplicemente a un gerarca nazista.
Il telegiornale dà la notizia del massacro al dinner, ma la Pussy Wagon è già a mille chilometri di distanza e le nostre eroine sfoggiano abiti a metà tra la fata turchina di Pinocchio, una badessa e un burqa.
Il finale vede le nostre promettersi eterna complicità, il tutto suggellato da una stretta di mano power-lesbo. Sì, le nostre Natural Born Killers sono inseguite da un elicottero ma la storia non finisce qui....

paura paura paura!
(notare come la voce di Lady Gaga sia uguale a quella di Jenny Schecter)

aggiornato al 13/3 ore 20.10: Telephone al primo posto della classifica settimanale di Blob.

mercoledì 10 marzo 2010

La violenza e il sacro. Come sovvertire l'ordine costituito

Esiste una legge per cui se dici a un bambino di non toccare una certa cosa, lui sicuramente la toccherà. Inutile dire "no, è cacca": il pupetto, incuriosito dal suono invitante della parola, allungherà la mano verso l'oggetto del peccato causando le ire della mamma stressata.
E' logica, è matematica, è anche psicologia: tutti noi siamo diabolicamente attirati dal proibito.
Ma siamo davvero ignari del baratro oscuro e profondo in cui questa scelta scellerata, efferata, nefanda ci condurrà? Potremmo rinunziare, eppure non lo facciamo. Scegliamo il peccaminoso, la sgomentevole via della perdizione, pronte a pagare l'oscuro prezzo della vergogna.
Sì, noi sappiamo ciò che il destino beffardo ha riservato per noi: dolore. Tuttavia, cocciute come asine sarde alle pendici del Gennargentu, pestiamo i piedi e ammiriamo, un po' a mo' di icona santa, un po' come un chiodo fisso, ciò che la natura non c'ha permesso di possedere: la donna etero.

Si sa, a qualcuna piace donna. Non che tutte le lesbiche del mondo siano dei maschi mancati, no affatto. Ma il sottile piacere della sfida - del proibito, appunto - ci solletica quanto la vocetta del diavolo tentatore che ci dà consigli su che fare davanti a un bivio.
E quindi ci buttiamo in questa missione impossibile con inscoscienza, un pizzico di sfacciataggine e tanto, tanto panico.
Ci sono però dei piccoli metodi, tramandati da donna a donna proprio come i rimedi contro la tosse della nonna, piccole strategie o consigli per, come dire?, ammorbidire una giovane preda. E qui urge fare una precisazione: l'approccio d'impatto e velocizzato finalizzato alla one night stand (o sveltina per noi comuni mortali) non necessita di faticosi ammorbidimenti. In questo campo la lungimiranza degli studi applicati di Shane McCutcheon ha fatto scuola.
Esistono poi approcci tremendamente più lenti, contraddistinti da ritmi bradipici, da anelamenti (per lesbiche depresse, 'nzomma).

Innanzitutto: l'eterosessualità non è una malattia, ma è da trattare come un'incompletezza, un'incongruenza. Donne eterosessuali hanno più volte dichiarato d'essere "aperte mentalmente a 360°" (bruttissima espressione, tra l'altro), di riuscire a immaginare se stesse insieme a una donna per una questione "di testa". La messa in pratica è, ahimé, il nodo centrale, spesso (sempre!) il più difficile.
La fatica in questi casi è tutta nostra: come con la polenta, bisogna continuamente rimestare per eliminare quegli impietosi grumi che si formano. E' un processo lungo, ma non crediate sia garantito il successo.

approccio numero 1. buttiamola sul "uniamo le nostre solitudini"
E' l'approccio più disperato e garantisce risultati diametralmente opposti. Due anime sole si scontrano. Tutto il mondo crolla. Tu e lei e il vuoto. Fondono le sofferenze, il comune sentire. Complicità, intimità, tu e lei. Il passo da amica ad amante è lento, lentissimo o breve, a volte subitaneo.
Ma accade anche che tutta la solitudine accumulata sfoci in un mare di insicurezze, confusioni, incertezze, strappi e lacerazioni. Ma c'è amore, a volte, ed è totale.

approccio numero 2. buttiamola sul "siamo terribilmente simili"
Noi usiamo le stesse sigarette, ascoltiamo la stessa musica, entrambe abbandonate dallo stesso uomo in età pre-adolescenziale (e codesto accadimento ci segnò). Noi dormiamo nello stesso letto. Noi ci rubiamo le frasi a vicenda. Noi che "ma quella si sa che è una stronza" e pissipissibaubau.
Noi che sbronze roviniamo sulla moquette dell'appartamento e che non troviamo manco le chiavi di casa. Noi che ridiamo solo guardandoci negli occhi. Noi che cantiamo "tirolese" in Living on my own di Freddy Mercury.
Potremmo anche provarci.
Qui siamo pericolosamente in zona Shane McCutcheon, 'na botta e via.
Però...

approccio numero 3. buttiamola sul "tu non sai cosa ti perdi"
Tu, donna insoddisfatta, scavata da rughe che malamente nascondono anni e anni di mimica facciale da orgasmo simulato. Tu, casalinga triste maltrattata dal marito con l'alito pesante, curva a pulire il bidet con l'Ajax superficie bagno. Tu, professoressa 55enne di latino, sbeffeggiata da adolescenti prosperose, platinate, smaniose, smaliziate, dall'alto dei loro vistosi 15 anni.
Tu non sai cosa ti perdi.

approccio numero 4. buttiamola sul "non osare fare un passo indietro"
A questo punto stiamo tanto bene io e te che non ha senso tirar fuori i come ed i perchè. Cerchiamo insieme tutto il bello della vita in un momento che non scappi tra le dita. E dimmi ancora tutto quello che mi aspetto già che il tempo insiste perchè esiste il tempo che verrà. A questo punto buonanotte all'incertezza, ai problemi all'amarezza: sento il carnevale entrare in me. E sento crescere la voglia, la pazzia, l'incoscienza e l'allegria di morir d'amore insieme a te.

parapapàparapàparapapàpaparapapà....
(eter'ho detto che funziona!)


Gli approcci possono essere anche letti in senso crescente: dalla calma piatta alla tensione emotiva. Uno non esclude necessariamente l'altro.

martedì 23 febbraio 2010

Q: Are we gay? A: We are straight!

(grazie Giu)

Povia ha dichiarato, dopo il polverone sollevato dal brano di Sanremo dell'anno scorso, di essere stato gay per 6 mesi e quaranta ore. Simili record vengono eguagliati e talvolta superati da una bizzara nondimeno diffusa specie di lesbica: quella transitoria.
Le lesbiche transitorie sono fenomeni momentanei come i fuochi fatui, le aurore boreali e le eclissi lunari - durano infatti l'espace d'un matin.
Appartenenti alla categoria delle "giovani promesse (non mantenute)", presentano una scorza dura di velleità ribelli ed intellettualoidi sapientemente miscelata ad una sottile patina di intransigenza simil sig.na Rottermeier che nasconde un morbido cuore borghese. Visivamente questo scontro psichico tra feroce severità e desiderio anarchico si traduce in un paradossale stile finto-sfattone/educanda svizzera che ben suggerisce numerose letture à la Simone de Beauvoir e frequentazione di circoli politico-culturali che strizzano l'occhio alle varie e vaghe sfaccettature della sinistra italiana: dall'ormai defunta DC catecumenale passando per i vini rossi dell'ARCI fino a spingersi ai ben più riottosi centri sociali ove provare il brivido della prima canna.
Perché, dovete ben capire, la lesbica transitoria non ha mai vissuto il conflitto adolescenziale coi genitori - nella maggior parte dei casi una deliziosa ed ineccepibile famiglia moderatamente comunista sulla quale lei scatarra senza un ben precisato motivo, se non per mutuare l'atteggiamento da pecora nera dalle sfumature morbidamente dannate. L'adolescenza torbida e problematica viene emulata attraverso la voglia e la pazzia di diventare lesbiche, cioé provare a fare qualcosa che la sua etica borghese sicuramente non tollererebbe, solo per vedere l'effetto che fa.
Da qui, perciò, l'affezione per la ragazza più diversa della classe o della compagnia, che si sa essere in odore di lesbismo. L'intima amicizia si articola in più fasi.

1. sfoggio (da parte della l. transitoria) della sua personale controcultura e atteggiamento sfacciatamente gaio, spavaldo e loquace. L'intesa si salda dopo varie sbornie memorabili e sms affettuosi prima di andare a dormire.

2. primi timidi contatti fisici che si limitano a grattini, carezzini, occhi dolci, bacini stampi (che fanno arrossire terribilmente l'amica), prime promesse folli. L'amica, nel frattempo evolutasi come un Pokemon, ha naturalmente raggiunto lo stadio di lesbica veravera, mentre la giovane promessa, come 'n'ape, salta de fiore in fiore - sempre per vedere l'effetto che fa - per poi tornare puntualmente all'alveare amicale. L'amica ha preso 'na scuffia mondiale invaghendosi come un procione al calduccio nel tronco cavo ormai divenuto casa (cit.), ma tace.

3. la pernacchia finale: lei era gay ma adesso sta con Lui. Lui è il classico ragazzo zenzibbbilo, buono come er pane, eco- ed equosolidale, tendente al tamarro, che ha uscite come "questo cielo è gregoriano" e legge Coelho. L'amica si strugge come un procione che picchia la testa contro il tronco cavo. Si sputtana e le confessa che sì, l'ama, l'ama perdutamente e Lui è un ermafrodito, un assessuato che non sa manco toccarla e che non la invita mai a casa sua quando ce l'ha libera.
Lei fa la gnorri, ripetendo che l'altra ha travisato tutto equivocando il significato di una bella amicizia femminile, che non vuole che finisca il loro rapporto; poi, non pensando minimamente alle tonnellate di sofferenza che seguiranno a quel gesto improvviso, la giovane promessa bacia con passione l'amica.
I motivi restano tuttora ignoti.

...e vedere di nascosto l'effetto che fa.

domenica 17 gennaio 2010

Saràh vero?

Ma ci sono due potenziali lesbiche (mica tanto depresse) all'interno del Grande Fratello e io non seguo la faccenda??
No, non c'ho voglia di sentire orrendi errori grammaticali e frasi senza fine tra due oche giulive.
Però...

domenica 10 gennaio 2010

Je t'aime (moi non plus)

Quanto sono noiosa e grigia.

Il giorno dell'Epifania qui in famiglia (non la mia in senso stretto, noi chiaramente non facciamo mai nulla; intendo i parenti di mia mamma, e quindi zie e cugini di cui v'ho già accennato due mesi fa) s'organizza un bel pranzone con polenta, carne e tanto vino rosso. Ora che ho completato il quadretto della perfetta bergamasca tutta casa e famiglia, direi che è meglio arrivare al punto.
Trovo mia cugina, tornata temporaneamente dal suo Erasmus a Graz, in Austria, in camera sua con due pulzelle sue amiche che mi presenta come "le amiche francesi".
Il cuore si ferma. Contrazioni da donna partoriente mi lacerano il basso ventre. Il sangue mi ribolle nelle vene. Sudo.

Ognuna di noi ha il proprio sogno erotico. C'è chi immagina di naufragare con Milla Jovovich, chi freme al solo pensiero di poter toccare Beth Ditto (??????), chi sobbalza se si figura a occhi chiusi il corpo di Marina di L word, chi invidia perfino le gocce di sudore di Valentina Arrighetti (p.s. ma quanto è lesbica? Aveva ragione una ragazza che mi leggeva).
Beh, io c'ho la fissa delle francesi. Vi dirò di più: l'espressione "ragazza francese" ha un non so che di perfezione. Già di suo la donna è la perfezione (ma che ve lo dico a fare? Qui sono tutte più esperte di me), in più l'aggettivo francese non fa che risvegliare in me piacere atavici, sconosciuti e non, rimossi, sublimi. Stare in una stanza con una donna francese possibilmente ubriaca vestita solo da un filo di perle che mi guarda fissa negli occhi e dice

baise moi

beh, non esiste altro al mondo che mi faccia gorgogliare e mugulare di piacere.

Ok, ritorniamo alla mia realtà da lesbica depressa: mi presento a queste due francesi abbastanza timidine e giovani giovani, classiche domande di rito e quindi scendiamo in taverna a pranzare.
Chiaramente mi mettono vicino alle due compari perché sono l'unica a saper un po' di lingua (studiata esclusivamente per aver un minimo di dialogo che prelude alla notte d'amore!, mica per altri scopi) quindi me le rimiro bene mentre si sollazzano col pollastro e la polenta.
Ma ecco che arriva la domanda che determina l'andamento di tutto il pomeriggio, pomeriggio che, nella mia mente, avrebbe potuto prendere solamente due direzioni:

1. una delle due filles (o anche entrambe!) si rivela lesbica e si chiude in bagno con la sottoscritta, come insegna l'antica tradizione di L Word.

2. mi chiudo in bagno, piango e mi ripeto che sono solo una lesbica depressa, come insegna l'antica tradizione di tutte le canzoni degli Smiths.

Alla domanda "sei già stata a Parigi?" segue la mia risposta con tanto di specificazione da lesbica depressa. "No, non ci sono ancora stata ma vorrei soprattutto per visitare il cimitero di Père Lachaise, sai, ho una strana passione per i cimiteri. In Italia esiste marginalmente una cultura del cimitero come monumento o giardino, ma viene considerato più che altro un luogo triste, circondato da superstizioni o credenze. E' una questione di sensibilità, di riflessione sul ricordo, sul luogo che riesce armoniosamente a unire morte e vita. Esiste a Genova un cimitero bellissimo, Staglieno, un po' il Père Lachaise italiano."

Non volevo entrare nel merito dei Sepolcri foscoliani, ma supperggiù questa è stata la mia replica. Quanto sono noiosa e grigia. Loro mi guardano a bocca aperta, riuscendo solo a proferire queste due frasi, affilate come lame Miracle Blade:

"oui, c'est naturel de porter les fleurs" (arggh!)

e poi ancora, Helena, che aveva visitato il cimitero parigino: "Ho visto una tomba tutta piena di bacetti a Père Lachaise..."
(io: "Di Oscar Wilde!")
"ah, Oscar Wilde."
E l'altra: "Qui??";
Helena: "Oscar Wilde est connu pour.......? Qui était-il?"

traduco: "Oscar Wilde è conosciuto per....? Chi era?"

Il cuore si ferma. Contrazioni da donna partoriente mi lacerano il basso ventre. Il sangue mi ribolle nelle vene. Sudo. Ma qui, diversamente dall'inizio, stavo male male male. Avere 20 anni senza sapere chi minchia è Oscar Wilde è un delitto. Anche se sei francese, anche se hai il naso all'insù, anche se ti scoperei nel giro di 4 secondi e mezzo, anche se bevi vino rosso. Delitto.
E un delitto esige un castigo. Verrai ripagata con una buona dose di depressione lesbica.
E quindi, nelle ore successive, se non ti è bastato il cazziatone sui cimiteri, avrai lezioncine sulla Legge di Murphy, sul senso di Vale per la neve, mi sentirai cantare canzoni che ho scritto quando ero triste, ma soprattutto mi vedrai brindare intonando Milord di Edith Piaf che in quanto a depressione a palate, lei, la cara Edith, non la batteva nessuno.
Magari alla fine le ho affascinate 'ste francesine qui, ma a me era sceso l'entusiasmo dopo l'empasse su Wilde. Non v'amo più, insomma. Moi non plus.


epilogo.
A casa, mamma: "carine le francesi, no? Soprattutto Helena, mi ricordava un po' l'E. (colei che mi etichettò gloriosamente "lesbica depressa", ndr).
Io: "mmmmmmm. Abbiamo parlato di Père LaChaise".
Mamma: "Cazzo, Vale, anche tu però, le parli di cimiteri.....!"

venerdì 11 dicembre 2009

Lesbo fesciòn per ragazze anaffettive

L'altro giorno su Facebook m'imbatto in questa pubblicità:
"Lesbian Gifts for Christmas".
Curiosa come una biscia d'acqua, clicco sul link: http://shop.littlemstees.com/

Andateci anche voi prima di leggere qualsiasi mio commento.


Intervallo!


Sta per iniziare una nuova puntata del piccolo manifesto programmatico.
Chi non ha mai desiderato una maglietta per urlare ai 4 venti la propria preferenza sessuale, per la serie "LOUD&PROUD"??!
Il primo anno di università conobbi una ragazza fuori dall'ordinario (e di cui ovviamente non sono più amica, perché perdo le amicizie con la facilità con cui si dimenticano gli ombrelli nella sala d'attesa del medico) con cui partorivo idee a metà strada tra il dadà e il surrealismo.
Ad esempio, durante il cambio aula tutti vanno in bagno. Qui a Biggì (almeno nella mia facoltà) l'80% sono ragazze e ciò crea un intasamento terribile nelle toilette femminili.
Ovviare si può, certo. Andando in quello dei maschi.
Fu così che l'uniposca giallo della mia amica tracciò una scritta che aveva del sacro:
BAGNO LESBINO.
Ma non ci fu solo quello.
Durante una lezione di inglese la cara ragazza iniziò a disegnare un pene in erezione. Sembrava vero, aveve vene, aveva tensione, insomma, pareva il risultato di continue attente osservazioni dal vivo. Invece no, la mia amica era ancora casta e pura: aveva usato solo molta immaginazione e fantasia.
La lezione continuava e il disegno prendeva sempre più forma sotto gli occhi meravigliati di me e del mio allora-non-ancora-ex; davanti al pene prossimo all'esplosione stava un deretano impaurito corredato da proboscide genitale intirizzita.
Pareva l'immagine del coltello nel burro, dell'aereo contro le Torri Gemelle, un'ineluttabilità copulante prossima al dato fattuale. Cotanto accostamento esigeva una frase nonsense:

SONO LESBICA.

- riuscii a dire solo quello. Non mi spiego ancora come mai mi uscii quella frase, non c'entrava nulla col disegno. Ma secondo tutti ci stava, insomma, aveva un suo perché.
Si sviluppò in seguito l'idea (mai realizzata) di far stampare su maglia quel disegno.
Credo di averlo ancora da qualche parte, quel pezzo di carta.

Ma non sarei mai andata in giro con una maglietta così, né tantomeno con quelle che vendono sul sito di cui sopra. No.
Il mio slogan personalizzato è tutt'altro che ganzo e cool come il mondo patinato di L Word.
Naaaaa. Io penso al Dosto (M'inventavo la vita pur di viverne almeno un po') e scrivo:

L'unica cosa che gli altri trovano interessante in me è la mia non eterosessualità

oppure

Parlo solo della mia omosessualità perché la mia vita sociale non esiste

o ancora

Cerco di fare la lesbica allegra ma in realtà sono anaffettiva

o piuttosto

Antilesbica e seduttrice di etero: quanto sono snob da 1 a 10?



(una risata amara vi seppellirà)

giovedì 3 dicembre 2009

Piacere mio

Perché l'amore ha i suoi punti di vista, come canta un interessante inedito partorito dalla trasmissione più pongo del mondo (amici di MariaDeFilippi).



Si legga nella mente l'orgasmo di lui con lei: "e basta con 'sti caz...di preliminari, che ce l'ho barzotto da 40 minuti e sto a esplode. Ah, bene, sììììììììì, tunz tunz tunz tunz, paradiso all'improvviso, è anche per questa volta è fatta".

Si legga nella mente di lei l'orgasmo di lei con lui: "5 anni che lo famo e questo c'ha ancora la lingua de vacca. Ma vuoi spostà 'sta mano qui? E mò vuol entrare, pare un pupo a cui si nega la tetta. E tié. Tunz tunz tunz. Già fatto? E' pic!"



Intervallo



Si legga nella mente l'universalità orgasmica di lei con lei: "Altissimo, purissimo, lesbissimo".

giovedì 19 novembre 2009

Pessima mira

Una volta mi vantavo del mio radar che mi consentiva di riconoscere una lesbica a 5 metri di distanza. Le beccavo tutte, inspiegabilmente, il CICAP mi aveva perfino contattato per studiare questa mia dote innata.

Una volta.
Sto perdendo colpi, ahimé, collezionando una figuraccia dietro l'altra.

L'anno scorso, cotta cottissima dell'assistente androgina del mio professore, aspettai a fare l'esame per dirle che mi piaceva molto. Dopo essere diventata paonazza e verde (?), si mise a ridere un po' impacciata, un po' imbarazzata, un po' a disagio, dicendomi che tutti credono che lo sia mentre a lei non interessa, non sa, non vuole sapere. Non desidera nessuno.
Appartiene al gruppo delle grandi incognite che usciranno dall'armadio a 40 anni e vivranno la loro personale Woodstock cercando di recuperare il tempo perduto.
Beh, ci avevo visto male, ma fiutai che c'era qualcosa di latente in atto.
Ecco, lei è il mio sogno proibito: altissima, magrissima, sempre stanca, sempre un po' scazzata, un cervello immenso e inesplorato, borse di studio e borse sotto gli occhi, che ama gli Smiths e che porta le magliette dei Joy Division durante le lezioni. Tipo che ti amo, quasi.
Ma sei inarrivabile, my dear. E sei pure un mistero.


Non mi sembrava per niente un mistero una ragazza che sta facendo il laboratorio teatrale con me: viso da ragazzo, voce mascolina, modi di fare palesemente palesi, calcetto femminile, la classico tomboy. Era una partita facile.
Pessima mira. In un momento di debolezza le dico: "scusa se mi faccio gli affari tuoi, ma sono lesbica quanto te". Mi aspettavo uno sguardo solidale, tipo ehyanchetumaddai?, invece "no, guarda, me l'hanno detto tutti e ci sono anche abituata, ma non è così".

Speck.


La mia prossima scommessa è la regista che ci tiene il laboratorio teatrale. Classica bellezza androgina, capello corto biondo, mai un filo di trucco. Riesce a starmi bene anche in tuta. E poi suda e le vengono le pezze. Ti stimo, sorella.

venerdì 6 novembre 2009

Le tante lesbiche di tanti tipi

Questo è un post di antropologia lesbica dedicato a Levi Strauss.


LE TANTE LESBICHE DI TANTI TIPI
studio applicato


In seguito ad attenta osservazione, indagini sul campo e studi comparati, mi accingo a trarre le conclusioni e a tentare di fare un po' di chiarezza e luce nello sterminato universo lesbico da me esaminato.
Suddividerò lo studio in più punti a scandire le diverse tipologie (rappresentate molto per macro gruppi e a grandi linee).

NB: l'età presa in considerazione è dai 18 ai 34 anni.

PUNTO 1:
Sono intorno a noi, in mezzo a noi

La tipologia numero 1 è facilmente riconoscibile. Etichettata anche come uoma o "maschio mancato", viene additata spesso in quanto fonte di ambiguità: è un uomo o una donna?
Il viso è da ragazzino tredicenne su corpo mediamente grasso o mediamente scheletrico; a volte piccine da non superare il metro e 60; il seno prosperoso (dalla terza in su) o completamente assente; il modo di vestire un po' sciatto, senza gusto. Non si valorizza quasi mai la propria femminilità, anzi, si tende a camuffarla, oppure si assume un modo di porsi, camminare e parlare molto maschile.
Poco dubbiosa sulla sua sessualità, tutti i conoscenti (genitori, parenti, vicini di casa) sanno di lei. Difficilmente si sarebbe potuto pensare diversamente.
Dolce, affettuosa, una solida compagna, pronta a menare per difendere la propria partner, con la quale partecipa a tutte le iniziative del più vicino circolo dell'Arcilesbica. Proprio il circolo è diventato la sua seconda famiglia: lì ha conosciuto altre ragazze come lei, divenute successivamente amiche (alcune perfino compagne). L'importanza della ghenga, della comunità e della cerchia di amicizie è fondamentale per lei: attraverso il confronto è riuscita a diventare ciò che ora è. Forte di carattere, raramente incappa in momenti di crisi.
Da sottolineare è la poca plasticità culturale e i discutibili gusti musicali. Ma non ama molto riflettere, lei, e quindi ben venga la poca profondità.
Una roccia.


PUNTO 2: Sono intorno a me, ma non parlano con me

Passiamo alla seconda tipologia. Sono le tipiche grandi incognite. Tendenzialmente molto silenziose, insicure e timide quasi fino all'eccesso, questi visetti dolci e pacatamente femminili esprimono, coi loro grandi occhi, la terribile paura di essere scoperte. Il loro comportamento, quindi, tenta, a volte, di copiare i grandi modelli di palese femminilità.
Si chiudono nel loro mondo fatto di barriere e sogni, blocchi e tachicardie, sintomi e segnali. A volte anaffettive e timorose di essere toccate, pongono freni a ogni espressione di amore. Affette da tic, da nevrosi, da immotivate paranoie, le grandi incognite si lasciano andare, rarissimamente, a discorsi da cui trapelano i dubbi che alimentano il loro stesso essere. Preferiscono stare sole, coi loro gatti, col loro lavoro, con le loro mezze risposte, trincerate dietro pile di libri, muri di vetro, alibi di ferro.
La loro è una fase di transizione, ovviamente. Si è così in attesa di sbloccarsi, di rivelarsi, di vivere in pace con se stesse. Ma abbiamo dei rari casi in cui il timore è così grande da inibire ogni slancio.
E si arriva, così, a 32 anni senza sapere cosa si vuole, perché non lo si vorrebbe, come mai non si è capaci di volerlo.
Sarebbero amanti splendide, se solo lo desiderassero.


PUNTO 3: Sono come me, ma si sentono meglio

Concludiamo questo mini-studio con l'ultima tipologia: le stronze irrangiungibili. Cresciute in famiglie e ambienti di classe, educate ai valori cattolici e alla religione laica della borghesia medio-alta, le giovani leve crescono nella bambagia dell'ACI e dell'AGESCI (ambienti che sfornano lesbiche in quantità industriale, e la uoma lo sa bene!) per poi approdare, dopo un liceo - privato o comunque di ottima reputazione -, in una grande città europea: Londra, Parigi, Stoccolma, Roma, Milano, per studiare Economia e Marketing, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Lingue per la Comunicazione Internazionale (mai e poi mai Letterature, che è 'na roba da comunisti utopisti tristi, che non porta a nulla, che non garantisce lavoro!) in università stellari.
Il motto è: pensare in grande, pretendere il meglio, vivere il sogno cosmopolita. (perché il sogno, lo dice Briatore, bisogna viverlo col cuore!).
I genitori non sanno nulla dei loro gusti sessuali e guai se lo sapessero! Gli amici, manco loro. Il tutto viene vissuto nella più completa segretezza alla quale si alternano intensi momenti di lesbicume acuto. Disseminano indizi, alimentano dubbi, ma preferiscono rimanere nel più asettico anonimato.
Essere lesbiche è demodé? E allora giochiamo a fare le etero, qui all'happy hour, qui alla festa, qui all'after. Parliamo di design, di borsa, di musica elettronica, del gruppo indie, del film di Tarantino, dell'attore che si è finto gay, ridiamo e riempiamo il bicchiere.
Fissiamo feste, house concert, nel giro giusto, creiamo momenti unici da condividere su Facebook, facciamo foto, facciamo video, facciamo l'amore come se fosse un gioco, facciamo schifo.
Trattiamo male quella nerd, calpestiamo l'artista, demistifichiamo l'inguaribile romantica, spernacchiamo il sentimento. Ché noi siamo le detentrici del sapere, del gusto, della sicurezza, della bellezza.