sabato 30 luglio 2011

Souvenirs de Paris

Parigi incanta. Ti parla sommessamente e, sorniona come un gatto, ti entra sottopelle e non se ne va più. Ti sibila all’orecchio mentre percorri il Pont de Notre Dame sulla Senna. Ti trascina in vicoli meno illuminati, chiedendoti di scoprirla.

Maestosa ed elegante, si snoda nei suoi palazzi di fine Ottocento, nelle insegne liberty di caffè dal vago sentore bohémien, nelle colonne dei musei. Alzando lo sguardo al cielo ci si sente piccoli, quasi come scrutati da mille piccoli occhi: finestre e abbaini, lucernari, soffitte. Più in su, infine, baciati dal sole, luccicano d’un bel color ardesia i tetti.

Le case di Parigi, e i tetti ancor più, colpiscono per la disposizione minuziosa, quasi come un moderno formicaio, un mosaico di camini e tegole, un labirinto di forme e colore. E’ un quadro in continuo movimento, un pullulare di rettangoli che sfalsano la vista e ingannano il fotografo. Raccontano altre storie, inedite, forse mai accadute, di pura fantasia. Odorano di zinco e di chiuso, di arte e di passione.

Questo e molto altro ancora si può trovare nel libro Tetti di Parigi, uno splendido esempio di contaminazione e fusione tra arte e poesia. I meravigliosi acquerelli e disegni, ad opera di Fabrice Moireau, si sposano con le dolci parole di Carl Norac, scrittore e poeta e ci aprono gli occhi su scorci sconosciuti di Parigi, racconti mai venuti a galla, attimi intensi, epifanie. Per la realizzazione degli acquerelli Moireau ha suonato alle porte e, novello scalatore, si è spinto "su la vetta" di case antiche ed edifici per godere di una vista esclusiva: dinnanzi a lui si sono spalancati orizzonti mai esplorati, silenziosi, preziosi.

Anche Norac, ha potuto godere di queste nuove e splendide fonti d’ispirazioni: così facendo, scivolare sulle superfici bluastre dei tetti equivale a lasciarsi trasportare da altre storie, altre voci, altre stanze, riuscire a proiettarsi al di fuori di sé per entrare in nuovi corpi, reincarnarsi in altre vite, assaporare nuovi gusti. Spalancare i tetti significa immergersi (se plonger) nudi in esistenze che non ci apparterranno mai ma che, paradossalmente, sentiamo vicine in un’unione empatica, quasi come se toccando la superficie ruvida del tetto potessimo entrare in contatto idealmente con chi ha abitato quelle case, permeando i muri di respiri e amore. Riempiamo un vuoto ostinato con le nostre storie, cerchiamo sensazioni, viviamo di percezioni.

Tetti di Parigi racconta dei colori dell’alba, della neve che si deposita sulle forme, di librerie storiche, di sottotetti abitati da pittori, poeti e musicisti. Parigi non è mai stata così vicina all’animo umano, brulicante giungla urbana di ruggine e ardesia ma anche, come direbbe il filosofo Blaise Pascal, “sensible au coeur”. Scrive Norac:

Si guarda la vita dai tetti, non esiste più ombra. Il cielo viene a mangiarci in mano. Si guarda Parigi come in una lunga carrellata: vie aeree o incassate, filanti nel mattino come solchi bagnati o come stradine nascoste. Sapendo che sotto a questi tetti vibrano tante voci, si ha l’impressione di distinguerle tutte malgrado il brusio ronzante. In fondo allo sguardo balenano un panorama, un riflesso luminoso, un’onda di pura bellezza che subito ci evocano delle immagini. E, all’improvviso, Parigi si impone in tutta la sua magia, a un’altezza diversa”.

Tetti di Parigi.
 Acquerelli di Fabrice Moireau - Testi di Carl Norac, edizioni L’Ippocampo, Milano, 2010

(Contaminazioni positive)

venerdì 29 luglio 2011

Candy Claws, basta un dream pop di zucchero

Un giro in bicicletta per Disneyland (Orlando) di notte. Il faro illumina le giostre e il naso di Topolino. Dream-pop liquidissimo ed elastico. Tim Burton e Lynch che ti fanno ciao-ciao in ralenti, colori della polaroid, sorrisi estatici e il cavalluccio che montavo al Parco Suardi che si muove a ritmo della musica.
Gli Air di Virgin Suicides a un tiro di schioppo. Sebastian Tellier del primo album. Beach House strafatti di acido. Un qualcosa dei Grizzly Bear di Yellow House. Una spruzzata di pop americano melodico fine anni '50. Ecco i Candy Claws.

giovedì 28 luglio 2011

Il RETRORMENTONE numero tre

Con qualche giorno di ritardo ecco riprendere il Retrormentone, la rubrica di costume musicale dalla lagrima facile. E torniamo a bomba con un pezzo da novanta e un contributo esterno: il pezzo è scritto da Ramona, meglio conosciuta come r., di Frigopop, amante di twee e indiepop, compagna di 3 giorni di Primavera Sound e, come la sottoscritta, inguaribile nostalgica.

Se è vero che esistono due tipi di nostalgia, quella che mi attanaglia de vez en cuando è sicuramente della tipologia personale: sono una inguaribile romantica, ed anche se provo a nasconderlo dietro una corazza dura e acidella basta un niente per farmi tornare alla mente frasi, colori, odori, immagini un pò sbiadite, e crogiolarmi nei ricordi ad occhi apertissimi; questa quindi è una ghiotta, ghiottissima opportunita per farlo senza dover poi sentirmi in colpa.

Se chiudo gli occhi e ripenso alle estati passate, a parte l'odore di crema solare e la sabbia ovunque (sempre) mi vengono in mente anche un paio – no, moooolti di più – di pezzoni che solo all'idea fanno muovere piedino, collo e perchè no, intonare anche qualche frase!

Ma ve la ricordate Candela (tornata in auge grazie agli Ex-Otago)? O il filmone-one-one re degli anni '90 con Raul Bova e delle sue avventure estive con Sofia del Liechtenhaus e quella popò di colonna sonora?

Insomma, gli anni della mia infanzia – feat i discutibili gusti musicali di mia madre - mi permetterebbero di passare settimane intere e di scrivere centinaia di questi articoletti, ma si sa, nella vita c'è sempre un solo vincitore, e per quest'edizione 2011 del Ret(r)ormentone – suona troppo a Festivalbar? Perfetto!! - io ho scelto loro: gli Ace Of Base!

Chi sono? State scherzando, vero??

Provengono da una delle terre – musicalmente parlando – più affascinanti; quella culla svedese madre del pop di qualità, capace di sfornare prodotti come Radio Dept. , Palpitation, Jens - meraviglia - Lekman, Lacrosse, Shout Out Louds, The Tallest Man On Heart (e tanti, tantissimi altri!).

Tutte queste preziosità musicali devono ringraziare gli Ace Of Base per aver fatto sì che il mondo intero si ricordasse della Svezia e apprezzasse i suoi musicali frutti.

Belli, biondi, mainstream, sulla cresta dell'onda per tutti gli anni '90. Un pop ballabile, canticchiabile, sono addirittura entrati nei Guinnes dei Primati con il loro Happy Nation, che nel '93 fu l'album di debutto più venduto con oltre 20 milioni di copie andate a ruba!

Insomma, se c'è un pezzone che ha segnato definitivamente la mia infanzia è questo.

Dovrebbero canticchiarlo tutti, ogni estate, quindi ripetete con me: all that she wants is another baby, she's gone tomorrow boy, all that she wants is another baby, ohh ohh ohhh.


Un affettuoso ringraziamento a Ramona.

martedì 26 luglio 2011

I'll Be Your Mirror, 24 Luglio, Alexandra Palace, Londra

'Sti inglesi. Bianchicci e rossi. Le ragazze sanno di marzapane e sono tatuate peso sulle braccia. I ragazzi puzzano di muffa, birra e sudore se ubriachi. E si fanno tatuare ciambelle sui bicipiti. Durante i concerti stanno zitti. Quando c'è da ballare, iniziano a muoversi in preda a un San Vito demoniaco. Tra una canzone e l'altra, se apprezzano, non lesinano applausi. Bastano 25 gradi per farli stare in infradito e bermuda. Un tiepido sole li fa spelare sul collo.
In Inghilterra, come a Parigi, le cornacchie razzolano per terra e non sembrano temere l'uomo. Sono nere - qui a Bergamo solo grigie. Le ho notate mentre si saliva per l'Alexandra Palace, un bel palazzo vittoriano che il weekend appena passato ha ospitato il festival I'LL BE YOUR MIRROR, neonato fratellino b-side dell'All Tomorrow's Parties, mega festival inglese da sogno che da 10 anni dà la possibilità a registi/artisti/band lontane dal panorama mainstream (citiamo Matt Groening, Jim Jarmusch, Pavement, Tortoise...) di scegliere la line-up musicale. Da qui la dicitura "curated by...", sinonimo di garanzia e particolare attenzione ai dettagli.
La formula dell'IBYM è uguale e il "curated by..." di quest'anno non è mai suonato così possente e definitivo. Sì, perché quando leggi Portishead c'è poco da sfogliar verze: quei pochi euri che ti rimangono li usi per prendere il biglietto (ho scelto solo un giorno, la domenica), per prenotare l'aereo e volare a Londra. Digiunerai praticamente per 3 giorni e tornato a casa dirai tante pregherine e farai i compiti, sìsì.
Ma che te frega quando in meno di 12 ore ti vedi in sequenza:
Godspeed You! Black Emperor (già visti a Trezzo, ma che ve lo dico affà?, lì nella West Hall dell'Alexandra Palace non volava una mosca, tutti zitti e concentrati sul violino della bella Sophie; visual davvero belli e suggestivi, soprattutto uno che recitava "The Art of Melancholy" e delle immagini che sembravano provenire dal Malleus Maleficarum; la musica che ti penetrava e sembrava un piacere infinito, con quel climax di archi e riverberi a far da cornice all'orgasmo più complicato che tu abbia mai avuto in vita tua, ma che si scioglie dentro te come il cioccolato caldo di un profiterol. Non so cosa ho scritto ma intendevo esattamente quella sensazione);
Beach House (sarò di parte. Victoria Legrand, dimagrita sempre più, è la donna più sexy del pianeta. Coinvolgente, ruggente, con quel mantra di capelli e di organi, la voce possente che rimbomba e Silver Soul lentissima e lei che tiene lunghissima il "they're moving in the daaaaaaaaaaaaaaaaaaark" e quel daaaaaaaark (qui e qui ne trovate un esempio perfetto rispettivamente al minuto 2:42 e 3:12) lo fa risuonare fino alla vetrata sopra di noi e ammutolisce tutto e tutti. Grandissima interpretazione, passionale, calda, elegante. Il passo successivo della loro carriera sarebbe una bella produzione di Giorgione Moroder, la quadratura del cerchio, l'alfa e l'omega, ché le due nuove canzoni che ho sentito vanno in quella direzione lì, è un '86-'89 gran bello. Poi Alex Scally...con quella faccia lì potrebbe essere il nuovo Orlando Bloom, però molto meno fighetta. A proposito di Scally, l'anno scorso al Magnolia lo bloccai per scambiare due chiacchiere e mi disse che lui la chitarra non l'aveva mai suonata fino al 2004, anno in cui incontrò Victoria. Lui suonicchiava il basso e va totalmente ad orecchio, non sa le posizioni degli accordi, usa principalmente due corde. Ecco, questi aneddoti mi piacciono un sacco e fanno emergere quanta sensibilità musicale ci sia in lui al di là della tecnica, della competenza, della conoscenza dello strumento. Questo per ribadire quanto i Beach House siano uno dei pochi gruppi intelligenti a costruire canzoni pop logiche con un inizio e una fine perfetta e una sensibilità palpabile. Tutto fluisce e scorre senza intoppi, nulla è al caso: la struttura è elegante, sinuosa, gli accordi un incastro perfetto con la linea vocale, che ha un ruolo portante);


Swans (prima volta che li sentivo dopo che almeno 8 persone m'avevano detto che era un'esperienza totale. Un muro di suono. Già senza casse, solo con gli ampli sul palco, ti sanguinavano le orecchie, Michael Gira che sputa, si prende a schiaffi, si deforma la bocca, urla per un minuto intero senza prendere fiato; dietro di lui l'uomo di Neanderthal alle percussioni, dulcimer, clarinetto, melodica e chi più ne ha più ne metta; timpano per 2 minuti a martello con ovazioni da stadio e urla; il tastierista uguale a un mio professore universitario, fighettissimo con occhiali da sole e giacchetta kaki che poi toglie e rivela un buco enorme della camicia sotto l'ascella);
Portishead (la prova schiacciante che Dio esiste, aveva ragione il Dostoe; in alcuni momenti era davvero impossibile non far partire un limone; Beth Gibbons ti dà l'impressione di spezzarsi da un momento all'altro - non la voce, perfetta, un filo, meravigliosa, una foglia autunnale -; e ci snocciolano così, come se fosse niente, The Rip (santiddio raperonzolo), Glory Box (dio bono), Wandering Star, Sour Times, Mysterons, Machine Gun, Silence, Hunter, Roads (mio nonno!!!), We Carry On; e qui la gente cantava, eccome! su Glory Box poi un tizio dietro di noi, in preda a una momentanea confusione sessuale, ha ululato I just wanna be a woman)
e Caribou (bellissimo set, niente da dire, mi sono unita alle danze anch'io che quando mi muovo faccio ridere i polli; i palloncini ci cadono in testa e noi giochiamo; il finale perfetto con una inglese che mi abbraccia e mi dice qualcosa ubriaca sfatta e il marzapane iniziale ha lasciato spazio a un tanfo di san miguel che te lo raccomando. E tutta la notte a ripetere in testa SUN SUN SUN SUN SUN S-SUN).
Un pensiero a chi mi ha ospitato (Riccardo), alla belle dame sans merci, ai ragazzi di Pavia che hanno perso l'aereo di ritorno per 5 minuti.

sabato 23 luglio 2011

Sunday bloody sunday


Americani, vado a riporre gli imbuti, vado a Faenz'!

giovedì 21 luglio 2011

Cronaca di un amore

Ora guardo l’amore da entrambi i lati, cantava Joni Mitchell in Both Sides Now. Uno sguardo totale, onnicomprensivo, due punti di vista per capire quali percorsi hanno portato a imboccare un’unica direzione incidente. Questa l’idea, assai semplice quanto efficace, alla base del cortometraggio vincitore del contest Nokia Shorts 2011, un concorso dedicato a film-maker. Gli otto finalisti hanno ricevuto direttamente da Nokia un budget di 5000 dollari di produzione e due Nokia N8 (il più avanzato smartphone per fare foto e girare video grazie a un sensore da 12 megapixel e ottiche Carl Zeiss) e hanno realizzato in poche settimane le loro idee trasformandole in immagini in movimento. In palio la possibilità di vedere proiettato il proprio corto all’Edinburgh Film Festival e, solo per il primo posto, un premio di 10000 dollari.

La giuria ha decretato Splitscreen: a Love Story del regista inglese JW Griffiths come video vincitore, un corto creativo e poetico che racconta una storia d’amore sospesa tra due città, Parigi e New York. Due vite lontane eppure apparentemente separate solo da una linea, quella che divide a metà lo schermo (splitscreen, appunto). Il video è un gioiello di perfezione formale e contenutistica: piccoli dettagli disseminati (il titolo di testa è generato proprio dalla linea di demarcazione) che non mancano di emozionare; paesaggi urbani che s’intersecano, mutano, comunicano tra loro in un impossibile dialogo fondato sulla distanza; quotidianità portate avanti con gli stessi ritmi, gesti, abitudini; istantanee catturate in città profondamente diverse, ma che mai si sono mostrate così uguali. Vite accostate da un comune sentire, da un’assenza, dal pensiero che da qualche parte nel mondo esiste davvero uno spirito affine che possa ascoltare e comprendere e semmai amare. La mente quindi va al quel piccolo capolavoro di Kieślowski, La doppia vita di Veronica, in cui le due protagoniste, Weronika e Veronique, fisicamente identiche, vivono in paesi diversi e non possono che intuire (quasi come se la percezione valicasse la semplice sensazione e si radicasse nella vita stessa) l’esistenza dell’altra. E’ la mancanza dell’altro che genera poesia, è l’impossibilità di coniugare due vite simili che ci spinge a cercare un terreno neutro, un non-spazio, dove potersi incontrare. Così Parigi e New York s’annullano e la scena si sposta a Londra. I due schermi, divisi ancora per poco, mostrano luoghi della stessa città, a suggerire come le due anime si stiano cercando e avvicinando sempre più. Lo stesso ponte, dei rumori di passi, due visi che coincidono, la magia del primo incontro.

Questo è Splitscreen: a Love Story: il desiderio di congiungere due vite lontane con una cerniera invisibile.




(Contaminazioni positive)

mercoledì 20 luglio 2011

Prime impressioni di Lion

Il post che non t'aspettavi in un blog come questo.
Ma devo scrivere qualcosa. E lo scriverò proprio da profana ché stavo imparando dopo un anno a padroneggiare Snow Leopard e mò è arrivato il Leone.

Alcuni piccole impressioni dopo 4 ore di utilizzo:
  • Disabilitati subito lo scrolling al contrario e l'autocorrezione ortografica (quest'ultima già tolta nell'iPod Touch): ma perché son stati introdotti?
  • Exposé non c'è più - checché se ne dica (e venga mostrato dall'animazione in Trackpad) - in Lion è una cosa diversa. Ora ti mostra tutte le finestre aperte di un'applicazione: ad esempio: ho aperto 5 file di Word. Vado di 3 dita giù e lui me le mostra in fila per tre col resto di due.
  • In su con 3 dita per aprire Mission Control - che non mi soddisfa ancora. E' una specie di Exposé e Spaces che tanto apprezzavo separatamente. Ormai m'ero abituata a mettere sull'angolo alto dx Exposé per tutte le app e Spaces a sx per gestire gli spazi. Ora invece puoi avere 35000 scrivanie da aprire con l'apposito tasto + in Mission Control.
  • Indietro e avanti in Safari è impostato di default con due dita a sx e dx. Carino l'effetto grafico. Si può chiaramente impostare ritornando al classico tre dita a dx e sx. Con tre dita l'effetto grafico a scorrimento di pagina scompare, però.
  • Con tre dita a sx e dx si naviga tra le app aperte SOLO a schermo intero. Oppure ti fa navigare tra le scrivanie. Non male. Si può anche impostare con 4 dita (che ho fatto perché mi "ricorda" la gesture di Snow Leopard che mi mostrava le icone di tutte le app aperte; chiaramente per renderlo efficace bisogna usare più scrivanie aperte di Mission Control e mettere un'app a ogni scrivania, che non è il massimo della comodità*).
  • Forse è solo una sensazione, ma Lion m'ha ciucciato la batteria a tempo di record. Rilancio la domanda: Lion è un po' mangiabatteria?
  • Launchpad inutilissimo, solo carino a livello grafico.
  • Mi fa comodo invece Elenco Lettura in Safari - pe' dì: "sito, tu m'hai provocato, te leggo dopo".
  • Ah, Safari 5.1 è veloce come una scheggia.
  • Pessimo Resumé che ho disabilitato all'istante: per rendere effettiva la modifica: Preferenze>Generali>Togli la spunta a "Ripristino le finestre etc etc" e poi setti, un pochetto più sopra, la finestra a tendina "Applicazioni --> zero".
  • Le gestures: gran confusione e poco personalizzabili. Per vedere la scrivania prima mi bastava andare su di 4 dita. Ora c'è il pollice e 3 dita. Perché? Molto bello lo zoom che riprende iOS. Ottimo in Safari il "cerca" con tre dita e doppio click che t'apre Wikipedia in una finestrella vicina.
  • Versions non va con Word, no? Solo con Pages? E allora?
  • Il Finder è da studiarsi ben bene, sembra 'na cagata inizialmente ma può tornare utile. Lì sì che va Exposé a 3 dita giù, ed è pure niente male. Basta aprire un documento e andare giù di 3 dita e qualcosa succede, ma bisogna avere fede, a volte va, a volte non va.
E nulla. Ora mi divertirò a scoprire tutte le 250 modifiche (ma che è?), magari tra un anno avrò imparato a usarlo ma sarà troppo tardi e Jobs farà la mossa del giaguaro. (ah, felino già usato. Cat?)

aggiornamento del 21/7: il pollice e 3 dita per mostrare la scrivania è una gesture da crampi. L'ho disabilitata (insieme al "pizzico" di Launchpad, che si può mettere in un angolino): suggerisco vivamente di impostare un angolo attivo con la funzione "Mostra Scrivania". E poi, gran colpo basso disabilitare la gesture a 3 dita per navigare nel Finder da cartella superiore a cartella inferiore, stessa cosa per iTunes. In Lion non si può. Spero che nella prossima release di Lion pensino a queste cosucce, per me (ma non solo per la sottoscritta) diventate ormai abitudine e molto naturali.
*Una cosa che mi chiedo riguardo Mission Control: se io prima avevo attribuito uno space fisso per alcune applicazioni (chessò, iTunes aveva lo space numero 3, Torrent il 2 e lì rimanevano mentre usavo il mio space 1) ora le scrivanie non sono fissabili, ossia non si possono collegare le applicazioni e "fissarle" di modo che iTunes si apra sempre e solo in una scrivania che ho deciso? E' necessario ogni volta aprire una nuova scrivania e trascinarci l'applicazione? Non è pratico!

aggiornamento del 23/7: la navigazione a tre dita nel Finder ora mi funziona, basta impostare "scorri tra le pagine con 3 dita", in questo modo anche muoversi in Safari è molto veloce e senza l'effetto grafico (bello né, ma sul mio Core2Duo, 'nsomma, gravava non poco); inoltre ho scoperto che si può attribuire a ogni desktop in Mission Control una determinata applicazione: basta dal dock cliccare sull'icona col tasto sinistro>Opzioni>Assegna a....; per il resto continuo a ribadire che la batteria va via come il pane. Flash e le temperature: Lionscalda come un dannato quando guardo un video, anche breve (roba da 80 e passa gradi e ventole a 2900), ho letto un articolo ieri che parla proprio di questa cosa qui. E quando mi accorgo che la temperatura ha superato le misure standard, basta andare in Monitoraggio Attività per accorgersi che il plugin di Flash se magna il 73% della CPU (anche se non sto guardando un video, basta che la pagina web che sto visitando abbia un'animazione minima, un banner, un'inezia) e allora devo uscire dal processo. Che Adobe faccia qualcosa.

martedì 19 luglio 2011

Magari ti chiamerò.....

Dicevamo a proposito di Retrormentoni?
La bolognese Garrincha Dischi chiama all'appello alcuni esponenti del pop italiano e realizza il progetto il Cantanovanta: 24 brani di successo internazionali dal 90 al 2000, da Barbie Girl a Attenti al Lupo, ma anche All that she wants (!) e Vento d'Estate.
Il primo volume è scaricabile gratuitamente dal 16 luglio, il secondo uscirà a fine agosto.
Delizioso. Gli arrangiamenti originali a volte sono stravolti: Vattene Amore diventa una samba con tanto di coda in pieno stile brasileiro, Vamos a Bailar è avvolta da synth e riverberi degni di un Moroder alle prime armi, Scatman's World una sghemba ballatona folk dylaniana.



Per un veloce ascolto di tutte le tracce clicca qui.

lunedì 18 luglio 2011

Il RETRORMENTONE s'è fatto rubrica+primo contributo esterno

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Settimana scorsa ho scritto un post intitolato "Passammo l'estate su una spiaggia solitaria". Se non l'avete ancora letto, beh, basta cliccare qui.
Ogni settimana a partire da questa, ci sarà un contributo nuovo con una segnalazione musicale e magari un ricordo (un "biscottino nostalgico") da condividere, collegato più o meno direttamente alla canzone.
La canzone potrà essere un pretesto per ricordare, magari darà il la a un impossibile viaggio nella memoria; farà da tappeto sonoro a un racconto; sarà un background generazionale o una copertina di Linus. O ancora potremmo ripescare e ridare lo smalto a canzoni che potrebbero state scritte l'altro ieri perché sono attuali, hanno sonorità ora riciclatissime oppure, banalmente, il look del cantante è uguale agli hipter dei Navigli ed è stato assorbito e riproposto in chiave "indie".

Ho pensato quindi di chiedere ad alcuni blogger che seguo e apprezzo di scrivere qualcosa in tema e di pubblicarlo da loro o qui.
Il primo risultato di questa collaborazione a distanza è il racconto Amarcord: Scatman, la balbuzie, i bibitoni con la keta di Oblaka/nome dell'utente: Europa dell'Est, cotte infantili e castelli di sabbia, nonché improbabili mosse in pista di ballo, solo per citare alcuni elementi. Colgo l'occasione per ringraziarlo e augurare a voi buona lettura.

sabato 16 luglio 2011

Questo articolo parla di musica&pubblicità

A volte ci metto ore a trovare un titolo, cerco il gioco linguistico, il rimando, etc etc. Oggi non ci avevo voglia.

Da quando lavoro dove lavoro (leggasi: stage. Leggasi: new precariato is here), mi sto appassionando sempre più alle pubblicità. In realtà mi piacevano anche prima, ricordo che da piccola alcune le imparavo a memoria, tipo nel '94 ce n'era una del Tonno Rio Mare ambientata in un supermercato (su YouTube non c'è, mannaggia) di cui sapevo tutte le battute, quasi come Mrs. Doubtfire (siamoanchefiglisuoi, porcazozza). Beh, (e qui entriamo pericolosamente in un terreno nostalgico), e chi si dimentica "ci-ri-bi-ri-bì Kodak"? E "già fatto? E' PIC!"? E "alle morbide fruit-joy tu resistere non puoi? devidevidevidevidevi màsticar!". E quella che ci convinceva che il Crystal Ball non macchiasse? E quella della Nouvelle Cuisine?
Insomma, potrei continuare fino all'infinito sulla scia di ricordi, decadi, lagrime.
Ultimamente ho notato un uso massiccio della musica "indie" (un termine da prendere con le pinze) negli spot. Ad esempio:



Oppure (non s'è vista in Italia):



E ancora:

(ieri sera su RealTime ho pure visto la versione di 15'' dei pisellini primavera con Her Hollow Ways di Danger Mouse&Daniele Luppi in sottofondo)

E quindi mi sono chiesta:
perché non giocare d'immaginazione e provare a trovare altri impossibili abbinamenti?

Ad esempio non vi immaginate, fresca fresca di pubblicazione, Amor Fati di Washed Out accompagnare uno spot della Vodafone con uno slogan tipo "connettiti, è ciuccio inciorno a ce"? Con tanto di figona non necessaria che esce dal mare e che in ralenti si sdraia sul suo ganzo? E gente che va in skateboard e gelati e ancora ralenti e colori ipersaturi?
O ancora, rimpiazziamo la Littizzetto nella pubblicità della Coop con Dente che, dall'alto di una cassa di pompelmi, intona, mesto e barbuto e chitarrato, l'ultima parte di Buon Appetito? Quando fai la spesa cosa comperi....e intanto la voce impostata che dice uno slogan del tipo "La qualità di Coop è sulla bocca di tutti.". O ancora, Dente testimonial di una marca di pasta (questa non la capiranno mai).
E, ancora, Crown of Love per una cremosa storia d'amore del Cornetto Algida? (anni fa avevano usato Donna&Blitzen di Badly Drawn Boy, una canzone deliziosa). E La Ritournelle di Sebastian Tellier (maronna, che pezzo!) per un profumo? E, meglio ancora, 5-4=Unity dei Pavement per una macchina elegante e grintosa, sicuramente sexy e maschile, magari con un'ambientazione anni sessanta alla James Bond?
E che effettone farebbe Lindisfarne II di James Blake con immagini struggenti e una vociona che intona un qualcosa come: "La prima volta che l'hai visto camminare. Il suo primo sorriso. Il primo giorno di scuola. Canon - Per fissare un momento nel tempo." E questa (il titolo è troppo lungo, la canzone è stupenda) per una pubblicità della Chicco senza parole, solo immagini, molto émouvante, come dicono in Francia? E i primi/ultimi venti/trenta secondi di Hopscotch delle CocoRosie (o in alternativa Brothersport o Lion in a Coma degli Animal Collective) per i Pampers coi bimbi velocizzati che combinano casini, giocano e sporcano dappertutto, con ritmi tribali e ballabili che tanto gli piacerebbero? Perché, si sa, i bimbi sono dei piccoli indigeni, degli zulù, delle creaturine puzzolenti e puzzolose!

Qui mi fermo e vi chiedo altri spunti.
Se vi va segnalatemi altre pubblicità degli anni '80-'90, fatemi sentire meno sola nell'esercizio della rimembranza.

lunedì 11 luglio 2011

Passammo l'estate su una spiaggia solitaria: il RETRORMENTONE

"Esistono due tipi di nostalgia. "La prima, la nostalgia personale, è legata alle esperienze personali dirette dell'individuo. La seconda, è la nostalgia storica, relativa a un periodo non vissuto personalmente. La prima evoca la consapevolezza di sé, la seconda l'empatia."
Carlo Meo, Vintage Marketing (2010)
Retro-manie. Revisionismi. Remix. Recuperi. Rimandi. Ritorni&Ricicli.
Ondate calde di synth analogici, primi digitalismi e immagini sfuocate. Ritmi ballabili. Sessanta-settanta-ottanta-novanta fagocitati, masticati, sputati e riproposti in un inedito déjà-vu.
Se non ha più senso parlare di "nuovo", ecco che entra in gioco il Retrormentone.
Non affanniamoci a cercare il pezzo dell'estate 2011, limitiamoci a spulciare in rete pescando alcuni pezzi, famosi e non, che fin dalla prima nota fanno scattare er sentimento nostalgico e, perché no, il piedino.



2005. Mamma me la canta per la prima volta - lei che nell'81 aveva 23 anni.
2007. La Lisa ed io la balliamo sull'onda di ricordi mai vissuti.
N.B. Lisa, la mia adorabile compagna di banco per quasi 5 anni di liceo, detta anche Nefe per la lampante somiglianza con la statua della regina egizia, ha avuto un'evoluzione musicale notevole. Da Gigi D'Agostino e Gemelli Diversi, fino a Battisti e Radiohead ed Elliott Smith, passando per le Vibrazioni, Gianni Togni (sì, quello di Luna, canzone che la Lisa mi raccontò essere stata la colonna sonora della sua estate 2002. "Oh Zilla, ho scoperto una canzone bellissima. Si chiama Oblò") e Umberto Tozzi. Sì, perché la Lisa era capace di addormentarsi con Ti amo ascoltata 17 volte di seguito.
2011, trent'anni dopo. Questa canzone sarebbe potuta essere scritta ora. C'è tutto: synth retro, un testo post-moderno, ma soprattutto lei. Un look che ora spopola. T-shirt comoda di Mickey Mouse. Gonna in pelle rossa. Frangetta. Visetto da brava ragazza. Hipster malgré soi.

Fino ai 14 anni ho posseduto - e me ne vantavo un sacco - una t-shirt con Topolino, appartenuta a mia zia nei primi anni '80 e scartata nel '95, stampata sia davanti che dietro. Dietro si poteva ammirare il sederone di M.M.; davanti la sua facciona sorridente mentre, con le manone guantate, faceva finta di aprire uno squarcio nella maglia (come a scostare le tende di un sipario), producendo così un ottimo effetto di "trapassamento di corpo". Sì, lo so, non so spiegarlo. L'effetto era gran fico.

venerdì 8 luglio 2011

Futurism vs. Passéism

Scommetto che non ricordi la canzone con cui hai iniziato a strimpellare la chitarra. I primi calli, le stonature, le dita goffe che non riuscivi a piegare. Guardavi scettico la tablatura e scuotevi la testa, strabuzzando gli occhi, e accennavi a un sorriso. Le chiamavi "dita a ragno" e ridevi un sacco. A me ricordava un gioco pauroso che mi faceva sempre mia mamma: la temibile morsa (che lei mimava con la mano ad artiglio) che scendeva in picchiata per portare via i bambini dalle loro madri. La tua prima chitarra l'hai chiamata Martina.

Sei cresciuto col catalogo natalizio dei Giochi Preziosi (annata '92-'93) che sfogliavi avidamente, immaginando fantastiche avventure. Ora seduto sulla tazza del water sfogli il catalogo dell'ikea e ti chiedi se è difficile montare una Hemnes, cassettiera con 8 cassetti, marrone/nero. (sì, lo è)
Sei cresciuto a pane e frittata, istrici Salani, Topolino che t'arrivavano il mercoledì. Latte col Nesquick, Zalet Galbusera col MagoG, le gag di Paperissima commentate all'asilo, Caro Maestro nel '96, Amici Mostri nel '92 con Mauro Serio e una giovanissima Alessia Marcuzzi che, non ancora strafatta di botox, riusciva a competere con Geppi Cucciari (ora Geppi le dà la merda) ma soprattutto il Lion Trophy show su TMC. TMC, sì, quella con un Luciano Rispoli che vent'anni fa era uguale a come è ora, mica come Sabbbrinona Ferilli, che ho visto ieri in una fiction del '97 (apriamo una parentesi: le fiction girate tra il '95 e il '99 paiono vecchissime. Non ancora passati al digitale, le scene, le luci, le inquadrature, ma sopratutto il montaggio, sembrano opera della sapiente mano di un regista televisivo ceceno), e aveva i baffi e le sopracciglia che pareva Elio. Era ruspante, a regazzì.
Sei cresciuto col bambino napoletano dell'19696 - il telefono azzurro per noi. In quegli anni non c'era storia: Adriano Pantaleo era l'asso pigliatutto, l'enfant prodige della fiction e del cinema italiano. (M'immagino i piccoli attori desiderosi di detronizzarlo.) Sei cresciuto col Grillo Parlante (ilota! ilota! ilota! Sembrava Sgarbi che dà della capra al malcapitato di turno) e il registratore FisherPrice col quale registravi le sigle dei cartoni animati e tutti dovevano stare in silenzio - se le CocoRosie non porteranno sul palco almeno uno di questi io me ne andrò indignata.
Ora, con l'iPad in mano, ti chiedi.....
Sei cresciuto?

mercoledì 6 luglio 2011

Rimini, Riccione, capisci?, un altro mondo.


"Porca puttana".
Mi volto e, faccia al sole, scorgo accanto a me un energumeno.
"Scusa, è un'espressione", si affretta a dirmi. "Cazzo di caldo." 1 metro e 80 per (a occhio e croce) 120 chili. Una stazza che mi ricorda Pumba. Un modo di muoversi di chi è in pasta. E se non lo fosse, beh, sarebbe preoccupante pensare che c'è gente così non alterata dalle droghe.
"No, è che vengo da Rimini, e ora torno sulle montagne con le capre, cioé...". Gli chiedo se intende dire Bergamo. "Seh, magari Bergamo, da Clusone. Però io sono di Milano". Noto che lo spostamento Rimini-Clusone è anche un bel cambiamento di paesaggio. Gli chiedo quanto sia stato a Rimini, dandogli del lei. "Ma dammi del tu, cazzo, voi bergamaschi siete tutti così, chiusi!! Si vive una volta sola, cazzo! Secondo te quanti anni ho?". Replico che si vive una volta sola anche dando del lei agli sconosciuti che s'incontrano aspettando il treno. Pumba avrà 30 anni al massimo. "Sì, 28. E cosa mi dai del lei?".
Lo sopporto a malapena. L'accento da bauscia che tutto vuole fuorché essere considerato ignorante e chiuso come i bergamaschi (che poi i bergamaschi sono davvero così??), per poi risultare ancor più ignorante e chiuso; l'abbronzatura atomica (mi chiede persino se gli sembravo olivastro); la mimica da fattanza o presunta tale (avete presente alcuni topi cattivi dei cartoni animati?). In più mi chiede se so quanti soldi servono per aprire un bar.
Arriva il treno e penso che la mia salvezza sia vicina.
E invece no.
Sul treno me lo ritrovo accanto, dopo aver cambiato posto 3 volte (lui) in preda a non so quale danza di s. Vito. Mi riattacca bottone rincarando la dose sui bergamaschi. Secondo lui i veneti, i romagnoli, perfino i bresciani sono ben più affabili. Siamo in sostanza dei pecoroni pettegoli che non capiscono le battute. E a me dipinge come una perfettina, una ragazza tranquilla solo perché a Riccione non ci sono mai stata.
"Rimini, Riccione, capisci? Un altro mondo."
E quindi ribatto. Con sottile ironia rido di lui. Della sua grassa ignoranza che cola dai bordi come lui sta colando dal caldo.
"Nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare il comportamento di un'altra persona. L'unica arma che si può avere in mano è la critica. Essere critici è un diritto e a volte quasi un dovere. Essere critici può tracciare una linea di demarcazione con il becerismo e l'essere accomodanti."
Lui non capisce. Mi saluta. Gli auguro buona doccia.
"Perché, puzzo??"

lunedì 4 luglio 2011

I gatti lo sapranno

Casa tua odora di quelle case che sono state chiuse 300 giorni e improvvisamente per due mesi ritornano a respirare e in poche ore s'impregnano di brezza marina. I muri ringraziano, l'intonaco risplende e anche la tua pelle è più rossa intorno alle gote.
Ma vivi in campagna, in una zona inquietante e bellissima. Mi risuonano in mente i versi di Dante esta selva selvaggia e aspra e forte, ma poi penso che qui avrebbe potuto benissimo vivere Dino Campana, quel folle poeta degli inizi del Novecento. Le sue poesie sanno di alba e di mistero, di oscurità che trascolora e sgocciola nella luce pallida e soffusa del sole delle 4 di mattina. Di camminate eterne e sbronze e visioni.
Tutto qui mi ricorda le canzoni dei Massimo Volume. Quelle lente e impastate di sonno, moderni nocturnes in bilico tra i suoni disadorni della città e l'accordo pieno, maggiore e invitante del canto d'amore dei grilli in mezzo ai campi.

Il tuo gatto mi si para davanti mentre esco dal bagno. Pare che sappia tutto. L'altro, morente, s'è lamentato tutta la notte facendo un verso simile all'assiuolo di Pascoli. Chiu, chiu.
Dopo due giorni i morsi delle zanzare mi pizzicano e la strana bruciatura sul braccio (forse un'abrasione? Una voglia?) mi indica quanto ti ho amato.
Ti guardo mentre guidi, registro tutto in testa. Così penso, così ricordo, così amo.