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sabato 22 ottobre 2011

La belle inconnue

Questa è una storia macabra. O dolcissima, dipende dai punti di vista. Una storia di morte e amore, che è proprio vero che vanno a braccetto.
Parigi, verso la fine degli anni '90 dell'Ottocento. Il cadavere di una giovane donna viene rinvenuto nella Senna; si presume che sia morta affogata, probabilmente suicida. Il rigor mortis (anche se a me piace immaginare un altro motivo) le ha dipinto sul volto un perturbante nonché staticissimo sorriso che cattura l'attenzione di un funzionario dell'obitorio parigino che, come impone la legge, espone il corpo della giovane in vetrina affinché qualcuno possa riconoscerla e poi prende un calco in gesso del viso e di quel sorriso, per poi fotografarlo e renderlo pubblico.
La storia dell'inconnue de la Seine, questo il nome che trent'anni dopo verrà dato da Ernst Benkrd nella sua raccolta di 123 maschere mortuarie, inizia a diffondersi, le fotografie del calco vanno a ruba, vengono vendute nuove produzioni di calchi da collezionare, artefatti capaci di solleticare la pruderie medio-borghese dei parigini, ma anche la ben più grezza curiosità dei villani. 
Non solo: siamo in pieno periodo art-nouveau/liberty e quel volto eburneo, quasi monnalisesco (come scriverà successivamente Albert Camus), combacia con i mezzibusti immortalati nei cammei, gioielli in ambra e onice tanto in voga alla fine dell'Ottocento. Il passo è breve e l'Inconnue diventa canone femminile. Ancor più breve è il passaggio da modello a feticcio femminino: sì, perché la pauvre si trova, malgré soi, a influenzare l'immaginario erotico dell'epoca quasi al limite della necrofilia, chiudendo così quell'ipotetico cerchio psicanalitico di pulsioni erotiche e pulsioni di morte.

Altra chiusura del cerchio: al calco dell'Inconnue si ispirarono Peter Safar e Asmund Laerdal negli anni '60 per costruire la testa del manichino da rianimazione del pronto soccorso battezzato Rescue Anne, divenendo così il viso più baciato di tutti i tempi.


Post scriptum: Gli esperti delle scienze forensi hanno poi affermato che il viso di un'affogata non sarebbe stato ritrovato in condizioni così buone. Si presume quindi che la giovane sia morta per tubercolosi o che, addirittura, il calco fosse stato preso da una modella viva. O ancora, si dice che il sorriso possa essere un prodotto dell'operazione del calco. 
Tuttavia la forza della leggenda e del mito è tale da combattere e superare ogni dato attestato scientificamente. Su quel sorriso i parigini dell'epoca fantasticarono, amando immaginare le storie più disparate: in quell'espressione si volle vedere la placida rassegnazione alla morte, l'impossibile ricerca della tranquillità terrena, o forse un ricordo felice, l'ultimo, passato davanti agli occhi dell'Inconnue prima di essere risucchiata dalle gelide acque della Senna.

venerdì 4 marzo 2011

Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'azione cattolica

Oggi
m'è arrivato un harmonium elettrico degli anni '60 made in Italy (eccolo, 1 e 2) che sa di cantina e di chiuso, che se attacchi la presa la ventola inizia a ronzare in modo pauroso ma il suono
il suono
il suono scalda l'animo.
Volume non regolabile. O così o pomì.
E quando fai un accordo di do te pare d'esse' in chiesa e che da un momento all'altro partano le beghine con le loro voci scartavetrabili. Sarà felice la mia vicina di sotto, pia donna con qualche rotella fuori posto.

Oggi
uno dei tanti scemi del mio villaggio (ce ne sono almeno 3, io ho beccato quello appassionato di oroscopo cinese che chiede a tutti la data di nascita e ti informa che sei bufalo, toro, corvo, cavallo etc etc) ha preso l'autobus con me.
A volte gli do corda, oggi non ne avevo voglia quindi quando m'ha chiesto se ero felice (sì, fa domande di questo tipo dopo aver sbrigato la pratica "oroscopo cinese" - che è poi il suo goffo modo di approcciarsi alle persone), quindi, dicevo, quando m'ha chiesto se ero felice gli ho risposto "non particolarmente". Lui è rimasto malissimo e m'ha chiesto perché.
"fatti miei".

manco Raz Degan.

Poi un ragazzo di fronte a me, divertito, ha iniziato a rispondere alle sue domande, e dopo essersi sentito dire che era tigre, ha detto allo scemotto del mio paese (a titolo informativo: ha 50 anni), che ero triste perché "eravamo strasotto con gli esami". Sono stata al gioco: abbiamo fatto finta di conoscerci, abbiamo inventato pure una storia d'amore e dei corsi universitari fasulli ("pedagogia morale"). Non so perché. Volevamo vedere la reazione dello scemo? O forse era uno di quei momenti di complicità estemporanea che si vivono solo sui mezzi di trasporto? Non so, a me ha ricordato il film Before Sunrise. Solo che questo ragazzo non era esattamente Ethan Hawke, e Vienna era in realtà un triste paesino della provincia di Bergamo.
Poteva anche piacermi come situazione: giocosa, improvvisa, senza nessun impegno, fantasiosa. Sembrava il film Fuori Orario di Scorsese con una trama aperta e non fissata. Il copione si sviluppava sotto i nostri occhi, lo stavamo scrivendo noi. Era tutto così Nouvelle Vague.

Peccato che il ragazzo s'è fatto il segno della croce quando l'autobus è passato davanti al cimitero. Un altro triste bigotto narrow-minded dell'alta-bassa bergamasca.
Fine della fantasia (sempre che fosse iniziata).

lunedì 4 ottobre 2010

Ottobre, di nuovo

Avere mezz’ora di tempo libero, andare in giro senza meta. Avere sotto i piedi il ciottolato di Città Alta, alzare leggermente la testa e sentire il toc rassicurante di una padella sul fuoco che proviene dalla finestra di una vecchia casa. Una sensazione piacevolmente domestica mi assale – come quando si sente un rumore che appartiene anche a te, un odore che fa parte della tua vita, una breve ma intensa impressione che appena cerchi di catturarla si ritrae, fugge via, lasciando una scia nell’aria che assomiglia a un dejà vu.

Avere dei brividini di freddo in una via ombreggiata, quindi spostarsi di pochi metri per essere baciati dal sole. Da quassù le foglie arancioni paiono fettine di mela caramellata, appese ai rami da un sottile filo di zucchero.

Nelle orecchie parte un brano di bossanova – lento, dilatato, distaccato, il tempo svanisce. Tutto è in bianco e nero, le persone parlano ma non hanno voce. Sono in un film anni ’60 e fumo lascivamente una sigaretta col bocchino. Ora sono Greta Garbo coi pantaloni e lancio sguardi algidi. Il teatro ha scintillanti lampadari accesi anche di giorno. Il fumo disegna nell’aria spirali e cerchi, arabeschi e frecce. Questa musica crea effetti speciali.

Mi lascio alle spalle ciottoli e foglie, penso a te, sorrido.


On air: Stan Getz&Charlie Byrd - Desafinado

sabato 18 settembre 2010

...e bere cioccolata fumante su un tetto, in pieno autunno


Mi sono innamorata. Di un libro: s'intitola Tetti di Parigi, acquerelli, disegni e poesie di e sulle case e palazzi della capitale francese. Sfogliarlo è come tornare là.
Perché a Parigi, nelle notti di fine agosto, ci sono 9 gradi. Intabarrata come una musulmana (3 felpe, due asciugamani, doppio paio di calzettoni) ho dormito in un furgone, ai bordi di un boulevard.
Alle 6 sentivo la città svegliarsi. Un clochard, meno fortunato di me, tutto intirizzito dal freddo della notte, si tirava su, a mo' di copertina, il suo pezzo di cartone. Ricche vedove flanavano alla ricerca di un caffé. Un marito svogliato e stanco portava giù il bassotto per il bisogno mattutino. Figurine ordinarie, e per questo magnifiche, separate da me solo da un finestrino.
Poi il sole finalmente mi scaldava e tornavo a dormire.

lunedì 26 aprile 2010

Hey ho, les go!



sabato 13 marzo 2010

Canoni retro-futuristi: Telephone, il nuovo video di Lady Gaga

Lady Gaga ha un nome di battesimo francamente imbarazzante: Stefani Joanne Angelina Germanotta. Pare uscito da Quei bravi ragazzi di Scorsese o dalla trilogia del Padrino. No, con un corredo genetico così pizzaspaghettiemandolino non si sfonda da nessuna parte.
Così la nostra Stefani si è ribattezzata Lady Gaga: un omaggio al glam, così dice lei, capace anche di competere con Divine e tutto l'immaginario sweet transvestite della New York degli anni '70, Lou Reed, Bowie.
Da icona a icona: Lady Gaga è stata capace di inventare non solo un personaggio, ma una vera e propria acting perfomer di uno spettacolo creato ad hoc per il pubblico in cui il corpo e le azioni sono continuamente una messa in mostra.
Lady Gaga quindi come iper-icona: un'icona di stile che rimanda ad altri stili, che è continuamente riferimento ad altro, che richiama e schiaccia l'occhiolino alle icone del passato, riuscendo a condensare in sé gli ultimi 30 anni di moda, costume, spettacolo.
Non conosco la musica della Germanotta, mi sono avvicinata a lei grazie a Bad Romance, canzone che gira sul mio iPod da più di un mese con piacere, il solito elettro-pop-dance che tanto va per la maggiore negli ultimi tempi. Il video è il trionfo dell'eccesso, pregno di uno stile in odor di Marc Jacobs e Galliano, di una fotografia plasticosa alla Lynch e di movenze schizzoidi alla Marilyn Manson (ecco, Lady Gaga è il perfetto risultato di un morphing tra Manson, Naomi Watts e Amy Winehouse fuori e dentro il rehab).
Ma è un video perfetto per la canzone: una vera e propria accozzaglia ed abbuffata di colori, un baillame di corpi che si contorcono ma non solo: cialtrone, enigmatico, orrorifico (l'apparizione del gatto Sphinx), trashissimo, strisciante, non-sense, smaccatamente eccessivo; la Germanotta diventa arte, si esibisce, acquista spessore, indossa abiti che sono sculture, cambia e assume nuove forme. Intorno a lei tutto è finto, tutto è arte: le ballerine si muovono come manichini, escono da bozzoli/bare, gli uomini sono petti nudi tatuati e oliati, l'orso della pelliccia, il letto che prende fuoco. Nulla è vero, nulla è reale: tutto è eccesso e forma, ogni gesto teatrale, ogni espressione ben confezionata.
Ma la ciliegina sulla torta è l'ultimo video, Telephone, insieme a Beyoncé. La collaborazione da urlo aveva fatto presagire un videoclip altrettanto al fulmicotone: ogni previsione è un gradino sotto ai 9 minuti e 32' di puro iper-cinema visibili da oggi su YouTube.
Sì, perché tutto in Telephone è iconico, un continuo rimando a qualcosa d'altro, un insieme di riferimenti culturali che formano un vero e proprio canone retro-futurista in cui gli anni '80 e '90 (ma non solo) si mescolano e vengono rielaborati secondo il gusto e le tecniche attuali.
Ecco a voi il delirio kitsch per eccellenza.




scena/1: carcere femminile, già ho strani presentimenti. Lady Gaga arriva con la sua personale tenuta da galeotta, tacchi assurdi, occhiali da sole tolti per guardare dritta in camera (è uno spettacolo, no?). Le detenute, pupe truccate pesantemente e con le cosce al vento, leccano le sbarre, o vi strusciano le tette rifatte lanciando alla Germanotta sguardi lascivi. Le carceriere, versione riveduta e corretta di Wanna Marchi all'ammmmericana, la spogliano e si scambiano battute ("I told you she didn't have a dick") sulla nostra eroina in collant a rete e scotch nero sui capezzoli, che manco Amanda Lear coi CCCP. (nb: il paragone con Vogue e Express Yourself di Madonna è quasi obbligatorio)

scena/2
: ora d'aria, donne tatuate e truccatissime sollevano pesi, circondate da energumene di 100 chili cadauna vestite da pappone o Kit di L Word. Ed ecco che entra lei, incatentata e con degli occhiali poco appariscenti (ai quali è stata applicata una 30ina di sigarette accese per un motivo che or ora mi sfugge), viene avvicinata da una ceffa molto mascolina che prima se la usma (momento fetish #1) poi se la gusta, poi le mette una mano tra le gambe. Lei imperturbabile nella sua capigliatura estrema (probabilmente è passata dal coiffeur della prigione un attimo prima dell'ora d'aria) viene richiamata perché ha ricevuto una telefonata.

scena/3
: smentita chiaramente la supposta presenza di un parrucchiere all'interno della prigione: Lady Gaga usa delle lattine di Coke a mo' di bigodini, suggerimento che, semmai fossi in situazioni d'emergenza, prenderei sicuramente in considerazione. Le detenute si menano pesantemente, scatta una vera e propria rissa che viene accolta con favore dalle altre ceffe. Hanno panem et circenses, e di che possono lamentarsi? Ci farei la firma io per stare in una prigione femminile: cibo gratis, donne, e pure una sana dose di ultraviolenza quotidiana.
Beh, la nostra Gagarin riceve 'sta chiamata. Vestita solo con un chiodo di pelle che anche nel '76 sarebbe stato scartato dalla Westwood, risponde e finalmente, a 3 minuti circa dall'inizio del video, attacca la canzone. L'effetto è esilarante. Canta, dice di non sentire la sua interlocutrice, molla la cornetta e inizia a muoversi, mentre nel frattempo la musica inizia a pompare.

scena/4
: finalmente le ballerine! Nei corridoi della prigione si danza tutte mezze ignude, aggrappate alle sbarre, con push-up brillantinosi, e il groove pompa sempre più. Tutte le danzatrici sono tatuate (una c'ha pure scritto sulle gambe: TOO HOT, troppo fica). La cosa si fa aggressiva, la Germanotta digrigna i denti e ha i collant smagliati sulle natiche, poi, grazie a un montaggio serrato, è solamente vestita dalla striscia gialla delle scene del crimine.

scena/5
: è il giorno fortunato della Gaga, qualcuno l'ha tirata fuori pagandole la cauzione. Lei, vestita stile Maria Goretti dark, si esibisce in un passo di danza alla Ginger&Fred ed esce. Pronta ad accoglierla la Pussy Wagon di reminiscenza tarantiniana (brrrrr!) guidata da......Beyoncé (aka HoneyBee).
"ti sei comportata da ragazzaccia, Gaga!", scandisce il lipstick nero della Knowles. E morsica un (?) waffle/focaccione che passa alla Gaga (momento fetish #2!), per poi partire sgommando.
Bonnie and Clyde al femminile, la risposta patinata di Bound dei fratelli Wachowski, o più semplicemente Thelma e Louise in versione trash?
In macchina il dialogo che Tarantino non ha mai osato scrivere:
Gaga: "Sicura di volerlo fare?"
Be: "Cosa intendi con 'sicura'"?
G: "Beh, sai come si dice, una volta che uccidi la mucca devi fare l'hamburger"
B: "Sai Gaga, la fiducia è come uno specchio, puoi ripararlo se rotto"
G: "Ma vedrai sempre quelle fottute crepe quando ti ci specchi"
oh-oh.

scena/6
: La Beyoncé canta, guida e intanto posa, che se fosse successo qui in Italia l'avrebbero arrestata dopo 30 secondi, ma siamo in Ammmerica e su quelle fottute strade nel deserto non ci passa mai un'anima viva tranne un coyote. Ma neanche lui: Lady Gaga ha bevuto il suo sangue per avere le labbra più rosse che mai.

scena/7: le due si sono fermate ad una tavola calda. La Bee è vestita di giallo, manca solo Alfredo e i Ferrero Rocher, cammina come nell'indimenticata Crazy in love, si siede salutando amorevolmente un ceffo che la tratta malissimo, poi vede le zizze fuori e cambia espressione, s'alza, momenti di tensione con un latinos, e la Bee ne approfitta per avvelenare der Pappon! (scenetta corredata da segnalazione fumettosa alla Batman anni '60: POISON!), versandogli nel caffé un litro di liquido bluastro. Der Pappon si risiede non prima di aver schiaffato 'na manata sulle natiche di una ben messa.

scena/8: Lady Gaga, nel frattempo assunta a tempo di record come chef della tavola calda (e vogliono farci credere che in America il tasso di disoccupazione è alto?! Ma se prendono gente senza manco un regolare colloquio né fedina penale pulita!), spadella come una dannata, sfoggiando un cappellino-inno alla sobrietà dalla forma di telephone, circondata da aiutanti truccati che scambiano baguette e sfilatini per cornette del telefono. Il montaggio ci fa vedere intanto la Bee in versione direttore del circo che ci contorce sul letto, abbastanza incacchiata.
Ma Lady G. è pronta per la lezione di cucina: "Come preparare un sandwich" (anche qui il richiamo a Tarantino di Kill Bill 2 è forte, ricordate la scena di Bill che prepara con cura il panino alla bimba?) - gli aiutanti cuochi ballano brandendo frullini, fruste, cucchiai di legno, uno spettacolino che tanto sarebbe piaciuto a Wilma De Angelis.
(nb: il trucco e la capigliatura della nostra sono un rimando palese alla Marilyn di Wahrol)

scena/9: il pranzo è servito! Tutto abbondantemente spruzzato di veleno per topi, pronto per essere portato in tavola dalla Gaga-cameriera, con un telefono come benda sull'occhio (dice qualcosa il nome Elle Driver?), il ceffo innaffia di miele tutto e s'ingozza come un'oca all'ingrasso. E perisce sotto l'occhio vitreo della nostra Lady, mentre la Bee gli dedica un bel "Sapevo che mi avresti preso tutto il miele, you selfish motherfucker!"
Montaggio che va di pari passo col tunz tunz, e sottotitoli tedeschi: EIN (che poi è EINS!), avventori che magnano, ZWEI, tossite di gente morente, DREI, morte generale.

scena/10: finisce tutto a passi di danza, costumi ammmericani a stelle e strisce (perché?), Lady Gaga che pare un misto tra Capitan America e Wonder Woman, tette e culi, froceria che balla e sgommata della Pussy Wagon.
Quando uno crede di aver visto proprio tutto, ecco che arriva il colpo di genio: abbiamo passato in rassegna Black Mamba, Batman, Wonder Woman, perché farci mancare la donna leopardata? Lady Gaga, come negli spot televisivi americani delle concessionarie d'auto usate, si muove sul cofano a ritmo di musica, sfoggiando un cappellino rubato a Madonna, a Britney Spears o ai Village People o molto semplicemente a un gerarca nazista.
Il telegiornale dà la notizia del massacro al dinner, ma la Pussy Wagon è già a mille chilometri di distanza e le nostre eroine sfoggiano abiti a metà tra la fata turchina di Pinocchio, una badessa e un burqa.
Il finale vede le nostre promettersi eterna complicità, il tutto suggellato da una stretta di mano power-lesbo. Sì, le nostre Natural Born Killers sono inseguite da un elicottero ma la storia non finisce qui....

paura paura paura!
(notare come la voce di Lady Gaga sia uguale a quella di Jenny Schecter)

aggiornato al 13/3 ore 20.10: Telephone al primo posto della classifica settimanale di Blob.

domenica 10 gennaio 2010

Je t'aime (moi non plus)

Quanto sono noiosa e grigia.

Il giorno dell'Epifania qui in famiglia (non la mia in senso stretto, noi chiaramente non facciamo mai nulla; intendo i parenti di mia mamma, e quindi zie e cugini di cui v'ho già accennato due mesi fa) s'organizza un bel pranzone con polenta, carne e tanto vino rosso. Ora che ho completato il quadretto della perfetta bergamasca tutta casa e famiglia, direi che è meglio arrivare al punto.
Trovo mia cugina, tornata temporaneamente dal suo Erasmus a Graz, in Austria, in camera sua con due pulzelle sue amiche che mi presenta come "le amiche francesi".
Il cuore si ferma. Contrazioni da donna partoriente mi lacerano il basso ventre. Il sangue mi ribolle nelle vene. Sudo.

Ognuna di noi ha il proprio sogno erotico. C'è chi immagina di naufragare con Milla Jovovich, chi freme al solo pensiero di poter toccare Beth Ditto (??????), chi sobbalza se si figura a occhi chiusi il corpo di Marina di L word, chi invidia perfino le gocce di sudore di Valentina Arrighetti (p.s. ma quanto è lesbica? Aveva ragione una ragazza che mi leggeva).
Beh, io c'ho la fissa delle francesi. Vi dirò di più: l'espressione "ragazza francese" ha un non so che di perfezione. Già di suo la donna è la perfezione (ma che ve lo dico a fare? Qui sono tutte più esperte di me), in più l'aggettivo francese non fa che risvegliare in me piacere atavici, sconosciuti e non, rimossi, sublimi. Stare in una stanza con una donna francese possibilmente ubriaca vestita solo da un filo di perle che mi guarda fissa negli occhi e dice

baise moi

beh, non esiste altro al mondo che mi faccia gorgogliare e mugulare di piacere.

Ok, ritorniamo alla mia realtà da lesbica depressa: mi presento a queste due francesi abbastanza timidine e giovani giovani, classiche domande di rito e quindi scendiamo in taverna a pranzare.
Chiaramente mi mettono vicino alle due compari perché sono l'unica a saper un po' di lingua (studiata esclusivamente per aver un minimo di dialogo che prelude alla notte d'amore!, mica per altri scopi) quindi me le rimiro bene mentre si sollazzano col pollastro e la polenta.
Ma ecco che arriva la domanda che determina l'andamento di tutto il pomeriggio, pomeriggio che, nella mia mente, avrebbe potuto prendere solamente due direzioni:

1. una delle due filles (o anche entrambe!) si rivela lesbica e si chiude in bagno con la sottoscritta, come insegna l'antica tradizione di L Word.

2. mi chiudo in bagno, piango e mi ripeto che sono solo una lesbica depressa, come insegna l'antica tradizione di tutte le canzoni degli Smiths.

Alla domanda "sei già stata a Parigi?" segue la mia risposta con tanto di specificazione da lesbica depressa. "No, non ci sono ancora stata ma vorrei soprattutto per visitare il cimitero di Père Lachaise, sai, ho una strana passione per i cimiteri. In Italia esiste marginalmente una cultura del cimitero come monumento o giardino, ma viene considerato più che altro un luogo triste, circondato da superstizioni o credenze. E' una questione di sensibilità, di riflessione sul ricordo, sul luogo che riesce armoniosamente a unire morte e vita. Esiste a Genova un cimitero bellissimo, Staglieno, un po' il Père Lachaise italiano."

Non volevo entrare nel merito dei Sepolcri foscoliani, ma supperggiù questa è stata la mia replica. Quanto sono noiosa e grigia. Loro mi guardano a bocca aperta, riuscendo solo a proferire queste due frasi, affilate come lame Miracle Blade:

"oui, c'est naturel de porter les fleurs" (arggh!)

e poi ancora, Helena, che aveva visitato il cimitero parigino: "Ho visto una tomba tutta piena di bacetti a Père Lachaise..."
(io: "Di Oscar Wilde!")
"ah, Oscar Wilde."
E l'altra: "Qui??";
Helena: "Oscar Wilde est connu pour.......? Qui était-il?"

traduco: "Oscar Wilde è conosciuto per....? Chi era?"

Il cuore si ferma. Contrazioni da donna partoriente mi lacerano il basso ventre. Il sangue mi ribolle nelle vene. Sudo. Ma qui, diversamente dall'inizio, stavo male male male. Avere 20 anni senza sapere chi minchia è Oscar Wilde è un delitto. Anche se sei francese, anche se hai il naso all'insù, anche se ti scoperei nel giro di 4 secondi e mezzo, anche se bevi vino rosso. Delitto.
E un delitto esige un castigo. Verrai ripagata con una buona dose di depressione lesbica.
E quindi, nelle ore successive, se non ti è bastato il cazziatone sui cimiteri, avrai lezioncine sulla Legge di Murphy, sul senso di Vale per la neve, mi sentirai cantare canzoni che ho scritto quando ero triste, ma soprattutto mi vedrai brindare intonando Milord di Edith Piaf che in quanto a depressione a palate, lei, la cara Edith, non la batteva nessuno.
Magari alla fine le ho affascinate 'ste francesine qui, ma a me era sceso l'entusiasmo dopo l'empasse su Wilde. Non v'amo più, insomma. Moi non plus.


epilogo.
A casa, mamma: "carine le francesi, no? Soprattutto Helena, mi ricordava un po' l'E. (colei che mi etichettò gloriosamente "lesbica depressa", ndr).
Io: "mmmmmmm. Abbiamo parlato di Père LaChaise".
Mamma: "Cazzo, Vale, anche tu però, le parli di cimiteri.....!"

sabato 2 gennaio 2010

Sarà l'anno del pollo

"amigiiii, volete un po' di pollo? è caldo. Buon ano, buon ano!"
e fu così che 4 pakistani ci lasciarono un sacchetto della spesa con 1 chilo di pollo alle spezie. A noi che avevamo mangiato un etto di caramelle in tutto il giorno e bevuto metà bottiglia di Braulio, un litro e mezzo di Moretti, 4 bicchieri di Martini bianco e avremmo aperto un Magnum di spumante dopo 5 minuti. A noi che gli avevamo offerto 4 Granetti della Mulino Bianco.
ore 23.59, 31 Dicembre 2009, Castello Sforzesco, Milano.


Spice up your life.
Ho visto Satana e Samara Morgan in sogno.

giovedì 17 dicembre 2009

She's lost control


clicca sulle immagini per ingrandire

La frase completa era:

"credi agli Ufo?" "Sì, e so che molta gente ci crede"
"credi in Dio?" "Non molto..." (il resto lo sapete già)

giovedì 3 dicembre 2009

Piacere mio

Perché l'amore ha i suoi punti di vista, come canta un interessante inedito partorito dalla trasmissione più pongo del mondo (amici di MariaDeFilippi).



Si legga nella mente l'orgasmo di lui con lei: "e basta con 'sti caz...di preliminari, che ce l'ho barzotto da 40 minuti e sto a esplode. Ah, bene, sììììììììì, tunz tunz tunz tunz, paradiso all'improvviso, è anche per questa volta è fatta".

Si legga nella mente di lei l'orgasmo di lei con lui: "5 anni che lo famo e questo c'ha ancora la lingua de vacca. Ma vuoi spostà 'sta mano qui? E mò vuol entrare, pare un pupo a cui si nega la tetta. E tié. Tunz tunz tunz. Già fatto? E' pic!"



Intervallo



Si legga nella mente l'universalità orgasmica di lei con lei: "Altissimo, purissimo, lesbissimo".

venerdì 30 ottobre 2009

Ho una scrittura poco femminile

Me l'ha detto Tommaso Pincio, prima dell'intervista.

Non è la solita intervista noiosa e barbosa, ma un viaggio musicale; è stato uno dei momenti più intensi della mia vita.

E mò vi metto i podcast, chiaramente senza brani, per i diritti di autore.

Parte 1 e Parte 2

domenica 4 ottobre 2009

Chiudere gli occhi nel terribile frastuono del nulla

L'anno scorso, fine agosto, ero impatanata tra gli scaffali della biblioteca della mia città, sezione lett. francese o di lingua francofona.
Cercavo un qualcosa ma non sapevo bene cosa: il mio sguardo si spostava veloce, indugiando su titoli più o meno conosciuti. Balzac, Camus, Celine. Cocteau.
Mi capita tra le mani, quasi cadendo, un libretto: I ragazzi terribili. Me ne aveva parlato un anno prima un mio amico, descrivendomelo come uno dei libri più vivi che avesse mai letto. Pure la copertina giocava un certo ruolo, come le illustrazioni al suo interno, di Cocteau stesso: 3 visi quasi stilizzati e sovrapposti, di profilo. Perfetto, è mio.
M'immergo. La scrittura è vibrante, plastica, colpisce allo stomaco ed è paradossalmente partorita da un autore distaccato e complice . Quella storia è una ferita aperta. Solo alla fine del libro leggo che Cocteau ha scritto il libretto in 17 giorni, durante il periodo di disintossicazione dall'oppio. E quindi capisco.Lucido e coinvolto, il suo fantasma si percepisce in filigrana. Si respira un'atmosfera di morte, come una sconfitta universale, un clima morboso che ti incolla alle pagine fino al climax degno di una tragedia greca. Perché I ragazzi terribili è una tragedia il cui epilogo è intuibile già dalle prime pagine.
Un malessere strisciante, sottile, che si attacca alla carne, che porta fino a un punto di non ritorno serpeggia non solo nel libro, tra i protagonisti, avvolgendoli come la neve, ma raggiunge anche il lettore. Il tutto senza descrizioni psicologiche, senza fornire alcun alibi, con uno stile secco, a volte asettico, rassegnato, ma vivo, pulsante, quasi a celare un reale lacaniano, un vuoto perturbante, sfuggente, irrazionale, l'abisso della morte.

Un anno fa scrissi:

"Truffaut diceva in Jules e Jim: "La felicità si racconta male a parole". (che poi erano parole di Roché)
Cocteau, in questo brevissimo romanzo allucinato, la felicità la vede da lontano, ovattata da un cieco malessere, da un'ambiguità di fondo.
E tutto finisce come era iniziato, come in un incubo nato dall'oppio.

In 3 non si può mai essere felici."

(tra parentesi: si veda The Dreamers e si noti la "terribile" somiglianza)

giovedì 3 settembre 2009

Piccolo manifesto programmatico

Qualche mese fa una ragazza mi fece capire, molto implicitamente direi, che i miei sfoghi lacrimevoli le causavano l'orticaria.
"Sono stanca di essere circondata da lesbiche depresse", così parlò ella.
Direttissima come il Bergamo-S. Bartolomeo delle 6.05 il sabato.
All'epoca ci soffrii molto e aggiunsi disperazione a dosi infinite di amarezza, interrogandomi sul motivo che l'aveva spinta a proferire siffata frase infelice. Ora, se ci penso bene, dovrei ringraziarla.

Si dice che le più grandi verità nascono scherzando. Il tono della cara ragazza non era certo ironico ma la mia reazione, dopo la profonda disperazione di cui sopra, fu quella di farmi rimbalzare in testa quest'espressione fino a farle perdere senso, come quando si ripete una parola e la si rende un'accozzaglia di sillabe disunite.
La sua etichetta, in realtà, non aveva nessuna base psicologica: in quel periodo avevo solamente problemi di tiroide e i valori sballati mi causavano terribili scompensi umorali.
Ma la grande verità, nel frattempo, era venuta a galla e così cercai di aderire completamente al canone di lesbica depressa cercando quegli elementi che potevano fare di me un'eccellente rappresentante.

Nasce qui il piccolo bignami delle...

REGOLE PER ESSERE UNA PERFETTA LESBICA DEPRESSA

1. La l. d. ha un background familiare essenzialmente triste. A volte lo evoca ironizzando e sdrammatizzando alcuni episodi ma in realtà Charles Dickens avrebbe potuto scrivere più di un romanzo ispirandosi alla sua infanzia. Ha un trauma nascosto che preferisce tacere e di cui parla solo alle persone amate, dopo aver fatto l'amore. Fondamentalmente figlia unica e quindi fondamentalmente etichettata col cliché di "viziata", la l. d. da piccola leggeva molto, isolandosi in mondi immaginari.
Generalmente ha un padre debole e vagamente intellettuale e una madre courage che le ha mostrato cosa vuol dire amare. Tutto ciò la predispone, già all'età di 12 anni, a provare smodato affetto per figure femminili, anche appena conosciute.

2. La l. d. cova una passione segreta: i cimiteri. Colpita dal Foscolo a 16, si trasferisce a 9 anni in un condominio limitrofo camposanto. Si prefigge un tour cimiteriale dell'Europa entro i 25.
Le urne e le tombe come centro dell'essere e del non essere: meta ultima, giardino lugubre, luogo ideale per una passeggiata. Gli Smiths avranno un certo effetto su di lei.

3. La l. d. è uno spirito affine alla femminista sessantottina nostalgica e pasionaria, vagamente hippie, con cui condivide l'amore per Joni Mitchell. Qui è necessario aprire una parentesi.

Joni Mitchell ha una voce acuta, scrive testi intensi e uterini, tristi e appassionati, suona una chitarra a 12 corde e fa accordi assurdi con accordature altrettanto assurde. Joni Mitchell è folk, è Woodstock (anche se non c'era), è fricchettona e fuori moda, è un paio di pantaloni a zampa d'elefante in un outlet della Benetton.
Ricordate il film About a Boy? Ecco, cancellatelo e tenete solo il personaggio di Fiona, la hippy stramba che tenta (maddai) il suicidio ingerendo una quantità industriale di pillole. Nel libro, che la l. d. ha letto a 17 anni, Hornby indica precisamente i suoi gusti musicali: Joni Mitchell.
Una coincidenza?
Hornby, con la sua vasta conoscenza musicale, avrebbe potuto affiancare a Fiona qualsiasi altro cantante, ma sceglie, guardacaso, oltre la nostra cara Joni, un altro pezzo grosso del cantautorato folk anni '70: Nick Drake (altro elemento musicale adorato dalla l. d. - v. Pink Moon).
Rincariamo la dose. Per la serie "forse non avete capito che questo personaggio è colossalmente triste", Hornby ci dice anche che è vegetariana. Il quadro vivente del weirdo folk al femminile, rivisto e aggiornato per gli anni '90.
Per capirci meglio, ecco un estratto di un testo di Joni (a proposito, la l. d. ama a dismisura l'album Blue del 1971):

Ho guardato l'amore da tutte e due le parti ora,
Dal dare e dal prendere, e ancora, non so come,
Ricordo le illusioni dell'amore.
Non conosco affatto l'amore.


Lacrime e paure e sentimenti, orgoglioso di dire "ti amo" ad alta voce,
Sogni e schemi e folle di circo, ho guardato così la vita.
Ma ora i vecchi amici si comportano in modo strano, scuotono la testa e dicono che
sono cambiato.
Qualcosa è perduto ma qualcosa è guadagnato vivendo ogni giorno.


Ho guardato la vita da tutte e due le parti ora,
Dalla vittoria alla sconfitta, e ancora, non so come,
Ricordo le illusioni della vita.


Questo è il mood medio della l. d. e, con lei, della femminista pasionaria (capello lungo grigio all'Anselma Dell'Olio o corto alla Imma Battaglia).
Essenziale alla comprensione della tipologia dell'amante della Mitchell è un altro film, guardacaso inglese, guardacaso ancora con Hugh Grant, guardacaso che tira in ballo Joni Mitchell: Love Actually. La pellicola è il trionfo dei buoni sentimenti natalizi, del volemmose bbbène e dell'ammmmore che omnia vincit: insomma, da assumere a piccole dosi onde evitare coma iperglicemico. Tra i mille personaggi c'è Karen, interpretata da Emma Thompson, sorella di Hugh Grant (nella parte di un improbabile primo ministro) e moglie di Alan Rickman (per noi comuni mortali, Python in Harry Potter). Karen è l'unico personaggio che da questo baillame di scintillante amore e affetto natalizio uscirà a bocca asciutta. Come?
Il marito, che le fa le corna con la segretaria (ma uno stereotipo meno usato, no, né??), le farà trovare sotto l'albero una scatola che lei erroneamente crede contenga una collana che di nascosto ha visto acquistare da lui (regalo destinato alla sexy segretaria), bensì è..........un cd di Joni Mitchell.
Il messaggio è chiaro: "amore, sei un'ottima madre e una moglie stupenda, ma sei così noiosa!".
Confessare a un uomo che si ama Joni Mitchell equivale a dire:"sono stata appena lasciata dopo 10 anni di matrimonio" oppure: "ieri ho sotterrato mio padre", o ancora: "ho perso l'autobus, mi dai un passaggio?" (perché chiaramente la l. d. ha una paura folle di guidare), o peggio: "era la canzone mia e di.......... - nome del ragazzo di cui si è ancora innamorate - ".
Rivangare il passato, lucidare i ricordi, farli splendere, ponderare, riflettere, essere dilaniate dall'amore, indugiare, se possibile, sui dettagli che la memoria ha richiamato. Scrivere pagine pagine pagine, versi versi versi e ammorbare con la dolce litania de "l'ultima volta che......è stato tanto tempo fa".

La l. d. solidarizza con Karen e Fiona.


[continua...]