venerdì 22 gennaio 2010

Racconto 0/zerodieci

Tre giorni dopo X.

Separazione di sera.


CAMPI DI BATTAGLIA

Da un po' di notti vado a letto vestita. Svogliata, mi caccio sotto le coperte coi pantaloni di velluto e la felpa sformata che uso in casa. So benissimo che sotto il cuscino c'è la camicia da notte, ma non mi va di metterla.
Ho appena salutato mia mamma che dorme sul divano. Le ho dato due delle mie coperte e il cuscinone enorme, l'iPod così sente gli Smiths e lo scatolino delle lenti.
Da tre notti dorme lì, lasciando il letto matrimoniale a mio padre che, puntuale come un orologio svizzero, spegne la luce alle 10 p.m..
Non c'è nulla di poetico in queste immagini. Non siamo dei terremotati né affrontando un'emergenza.
Siamo divisi.

L'ultima volta che ho visto la casa così profondamente turbata - irriconoscibile - è stato tre mesi fa quando l'abbiamo fatta ridipingere. Ma era un motivo diverso: la casa era fisicamente stravolta invece in questi giorni la rivoluzione è di tutt'altro tipo.
Emotiva, d'intenti, psicologica: la rivolta in casa mia è silenziosa e impercettibile ad un occhio disattento. Se la casa in cui vivo avesse una malattia soffrirebbe sicuramente di un esaurimento nervoso, sarebbe sull'orlo di una crisi, costruita accanto a un burrone. Soffrire è proprio la parola giusta perché credo che le case siano come delle persone, o meglio, come le persone che ci vivono.
Le case raccontano e vivono esattamente come noi che le abitiamo, che riempiamo di rumori queste 4 pareti, noi che, alla prima crepa, siamo colti dal panico.
In casa mia abbiamo cercato di mascherare le crepe - molte - con un po' di stucco e un bel colore salmone aranciato che, baciato dal sole delle prime ore, illumina tutto l'ambiente. Ma col primo freddo le crepe sono tornate.
Inutile, quindi, nascondere ciò che c'è sotto: casa mia è costruita male, umida, facile alla muffa, e se colpisce per il suo arredamento classico/moderno, basta poco per vedere la polvere negli angoli, le crepe lungo i muri, il disordine imperante.
Quella polvere, quelle crepe, quel disordine siamo noi. Poco chiari, con la bocca che ci fa male tanto ci siamo sforzati di ridere per quelle due ore di evasione, tentando di dimenticare la muffa che abbiamo dentro, il disordine a cui non mettiamo mai mano. Nulla cambia, davvero: abbiamo un cuore grinzoso, pieno di rughe, già vecchio.

La casa vive di due ritmi che non combaciano mai. E' un cuore in aritmia, una camminata zoppa.
Un ritmo, premiato dalla luce solare, muore coincidendo con la nascita dell'altro, che vive nell'oscurità. I nostri cicli vitali in casa sono alternati: mio padre s'alza alle 6.30 e sveglia mia madre che dorme sul divano, facendola trasferire sul letto, dove potrà dormire più comodamente fino alle 13. Io m'addormento alle 6.30 e mi sveglio alle 17.
L'insieme Vale forma un'intersezione di 5 ore con l'insieme padre, un incontro che si traduce in 4'33 di John Cage moltiplicato all'infinito: silenzio.
Il silenzio, come i due ritmi vitali, trova il suo corrispettivo nelle urla da litigata, le uniche forme di vita sull'ipotetico pianeta "rapporto Vale e padre". Perché il nostro rapporto si basa esclusivamente sull'alternanza di mutismi e grida, perché non sa nulla di me, perché non ho mai avuto una figura genitoriale degna di essere chiamata "papà".
Sono una sconosciuta per lui, al massimo una "mocciosa impertinente cafona" che si è sempre permessa di rispondergli a tono. Che ha risposto, non verbalmente, alle sue botte. Che ha sempre pensato "è un coglione, come fa a non capire che sono lesbica?".
Rimasto con la mente all'età infantile, mio padre mi considera da sempre una bimba. Mai e poi mai gli ha sfiorato l'anticamera del cervello che i miei atteggiamenti rabbiosi, cinici, depressi, sensibili, a volte sfrontatamente mascolini possano essere il sintomo - seppur lieve - di un orientamento sessuale che non solo gli schifa, ma che non considera umano.

Lo lascio cuocere per ora, il maiale. Poi lo ammazzerò, gli spezzerò il cuore quando lo verrà a sapere. Ma in quel momento sarò lontana, non qui, non in questa casa.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Questo è proprio un post da lesbica depressa. da lesbica depressa con la rivoluzione dentro.
Si sente tanto dolore purtroppo.
commento breve perchè ho poco tempo. in questo periodo ho proprio poco tempo, però quando riesco ti leggo.

Ti mando un bacio
(e sappi che detto da me è un evento)
ari


p.s io già un mese e passa fa ero passata a vedere il tuo profilo facebookiano XP

Anonimo ha detto...

Fai come se la vita non fosse altro che una strada già tracciata e non restasse che seguirla.
Facile a dirsi, vero...ma cerca di resistere all'idea che il prezzo conti più del valore.

D.

Anonimo ha detto...

“Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi.

Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve...
Finché incontro il mio nuovo destino”

Lo scrive Kim Ki Duk di Ferro 3 e ho ragione di pensare che tu conosca questo film.

Nella mia vita ho aspettato molti fantasmi e tanti ne aspetto ancora, ma le vere e uniche Liberazioni sono state quando io stessa fantasma sono entrata nella mia stessa casa e mi sono liberata... da sola sulla scorta di un coraggio inarrestabile...

Sii forte.
Un bacio

F.

music has the right ha detto...

Eccome se lo conosco, alla destra del post trovi il fotogramma finale di quel bellissimo film.

grazie e baci a voi

Anonimo ha detto...

Lo so, l'ho visto e...Mio Dio che finale...

Hai già visto Dream? Me lo sono letterelmente fatta in coreano con sottotitoli in inglese... gli italiani lo snobbano... Bha!

E' Divino al di là di ogni sacralità!!!

F.