
domenica 15 maggio 2011
Pillow talk

sabato 29 gennaio 2011
Funny Games
“La finzione è vera?”
“Perché?”
“Beh, si vede nel film, no?”
“Certo.”
“Beh, allora è altrettanto vera quanto la realtà che comunque si vede.”
“Che sciocchezza”.
martedì 28 dicembre 2010
L'arte del sogno: Aphex Twin
E quindi pterodattili giganteschi che mi puntano dall'alto e aerei che cadono e missili che esplodono in volo, treni che deragliano e camion che escono dall'autostrada sfiorandomi di un centimetro.

Inquadratura dall’alto, giornata piovosa, b/n tipo film di Wenders.
Una voce che mi riecheggia in testa dice: “se ci rivedremo, mi saluterai e non ti riconoscerò allora capirai che è stato tutto solo un sogno e che il momento più bello della tua vita è stato solo un sogno”. La incontro in una via uggiosa e non mi risponde. Una giostra e una canzone col carillon quasi anni ’30 simile a Brecht/Weil, mi ricorda “tanti auguri a te”.
Mi alzo, come se sapessi che mi devo svegliare, come se davvero volessi ricordarmi quel sogno ed esclamo ad alta voce “pazzesco, ho fatto il sogno più bello della mia vita”.
Perché nel sogno sapevo benissimo che c’era stata una storia d’amore, attimi di felicità e di pura gioia, ma ripensandoci, ricordandomi e ripercorrendo il sogno, mi pareva che quei momenti – sottintesi nel sogno, dedotti in un secondo momento – fossero solo un vuoto di morte, di abisso, di assenza.
E quindi mi rendo conto che quel sogno è terribilmente triste, quasi un presagio, quasi una profezia. Ho paura di morire. Piango. E dico “no, era il sogno più triste che abbia mai fatto”.
La struttura del sogno è pari alla mia reazione da sveglia. Mi rendo conto che ciò che è “felice, bellissimo” è solo un sogno….e quando lo realizzo scoppio a piangere, sto male, mi sembra di morire.
(Aphex Twin - Kesson Daslef)
lunedì 6 settembre 2010
sabato 10 aprile 2010
Partenze, arrivi, ritorni, addii e poi ancora...
sabato 13 marzo 2010
Canoni retro-futuristi: Telephone, il nuovo video di Lady Gaga
Così la nostra Stefani si è ribattezzata Lady Gaga: un omaggio al glam, così dice lei, capace anche di competere con Divine e tutto l'immaginario sweet transvestite della New York degli anni '70, Lou Reed, Bowie.
Da icona a icona: Lady Gaga è stata capace di inventare non solo un personaggio, ma una vera e propria acting perfomer di uno spettacolo creato ad hoc per il pubblico in cui il corpo e le azioni sono continuamente una messa in mostra.
Lady Gaga quindi come iper-icona: un'icona di stile che rimanda ad altri stili, che è continuamente riferimento ad altro, che richiama e schiaccia l'occhiolino alle icone del passato, riuscendo a condensare in sé gli ultimi 30 anni di moda, costume, spettacolo.
Non conosco la musica della Germanotta, mi sono avvicinata a lei grazie a Bad Romance, canzone che gira sul mio iPod da più di un mese con piacere, il solito elettro-pop-dance che tanto va per la maggiore negli ultimi tempi. Il video è il trionfo dell'eccesso, pregno di uno stile in odor di Marc Jacobs e Galliano, di una fotografia plasticosa alla Lynch e di movenze schizzoidi alla Marilyn Manson (ecco, Lady Gaga è il perfetto risultato di un morphing tra Manson, Naomi Watts e Amy Winehouse fuori e dentro il rehab).
Ma è un video perfetto per la canzone: una vera e propria accozzaglia ed abbuffata di colori, un baillame di corpi che si contorcono ma non solo: cialtrone, enigmatico, orrorifico (l'apparizione del gatto Sphinx), trashissimo, strisciante, non-sense, smaccatamente eccessivo; la Germanotta diventa arte, si esibisce, acquista spessore, indossa abiti che sono sculture, cambia e assume nuove forme. Intorno a lei tutto è finto, tutto è arte: le ballerine si muovono come manichini, escono da bozzoli/bare, gli uomini sono petti nudi tatuati e oliati, l'orso della pelliccia, il letto che prende fuoco. Nulla è vero, nulla è reale: tutto è eccesso e forma, ogni gesto teatrale, ogni espressione ben confezionata.
Ma la ciliegina sulla torta è l'ultimo video, Telephone, insieme a Beyoncé. La collaborazione da urlo aveva fatto presagire un videoclip altrettanto al fulmicotone: ogni previsione è un gradino sotto ai 9 minuti e 32' di puro iper-cinema visibili da oggi su YouTube.
Sì, perché tutto in Telephone è iconico, un continuo rimando a qualcosa d'altro, un insieme di riferimenti culturali che formano un vero e proprio canone retro-futurista in cui gli anni '80 e '90 (ma non solo) si mescolano e vengono rielaborati secondo il gusto e le tecniche attuali.
Ecco a voi il delirio kitsch per eccellenza.
scena/1: carcere femminile, già ho strani presentimenti. Lady Gaga arriva con la sua personale tenuta da galeotta, tacchi assurdi, occhiali da sole tolti per guardare dritta in camera (è uno spettacolo, no?). Le detenute, pupe truccate pesantemente e con le cosce al vento, leccano le sbarre, o vi strusciano le tette rifatte lanciando alla Germanotta sguardi lascivi. Le carceriere, versione riveduta e corretta di Wanna Marchi all'ammmmericana, la spogliano e si scambiano battute ("I told you she didn't have a dick") sulla nostra eroina in collant a rete e scotch nero sui capezzoli, che manco Amanda Lear coi CCCP. (nb: il paragone con Vogue e Express Yourself di Madonna è quasi obbligatorio)
scena/2: ora d'aria, donne tatuate e truccatissime sollevano pesi, circondate da energumene di 100 chili cadauna vestite da pappone o Kit di L Word. Ed ecco che entra lei, incatentata e con degli occhiali poco appariscenti (ai quali è stata applicata una 30ina di sigarette accese per un motivo che or ora mi sfugge), viene avvicinata da una ceffa molto mascolina che prima se la usma (momento fetish #1) poi se la gusta, poi le mette una mano tra le gambe. Lei imperturbabile nella sua capigliatura estrema (probabilmente è passata dal coiffeur della prigione un attimo prima dell'ora d'aria) viene richiamata perché ha ricevuto una telefonata.
scena/3: smentita chiaramente la supposta presenza di un parrucchiere all'interno della prigione: Lady Gaga usa delle lattine di Coke a mo' di bigodini, suggerimento che, semmai fossi in situazioni d'emergenza, prenderei sicuramente in considerazione. Le detenute si menano pesantemente, scatta una vera e propria rissa che viene accolta con favore dalle altre ceffe. Hanno panem et circenses, e di che possono lamentarsi? Ci farei la firma io per stare in una prigione femminile: cibo gratis, donne, e pure una sana dose di ultraviolenza quotidiana.
Beh, la nostra Gagarin riceve 'sta chiamata. Vestita solo con un chiodo di pelle che anche nel '76 sarebbe stato scartato dalla Westwood, risponde e finalmente, a 3 minuti circa dall'inizio del video, attacca la canzone. L'effetto è esilarante. Canta, dice di non sentire la sua interlocutrice, molla la cornetta e inizia a muoversi, mentre nel frattempo la musica inizia a pompare.
scena/4: finalmente le ballerine! Nei corridoi della prigione si danza tutte mezze ignude, aggrappate alle sbarre, con push-up brillantinosi, e il groove pompa sempre più. Tutte le danzatrici sono tatuate (una c'ha pure scritto sulle gambe: TOO HOT, troppo fica). La cosa si fa aggressiva, la Germanotta digrigna i denti e ha i collant smagliati sulle natiche, poi, grazie a un montaggio serrato, è solamente vestita dalla striscia gialla delle scene del crimine.
scena/5: è il giorno fortunato della Gaga, qualcuno l'ha tirata fuori pagandole la cauzione. Lei, vestita stile Maria Goretti dark, si esibisce in un passo di danza alla Ginger&Fred ed esce. Pronta ad accoglierla la Pussy Wagon di reminiscenza tarantiniana (brrrrr!) guidata da......Beyoncé (aka HoneyBee).
"ti sei comportata da ragazzaccia, Gaga!", scandisce il lipstick nero della Knowles. E morsica un (?) waffle/focaccione che passa alla Gaga (momento fetish #2!), per poi partire sgommando.
Bonnie and Clyde al femminile, la risposta patinata di Bound dei fratelli Wachowski, o più semplicemente Thelma e Louise in versione trash?
In macchina il dialogo che Tarantino non ha mai osato scrivere:
Gaga: "Sicura di volerlo fare?"
Be: "Cosa intendi con 'sicura'"?
G: "Beh, sai come si dice, una volta che uccidi la mucca devi fare l'hamburger"
B: "Sai Gaga, la fiducia è come uno specchio, puoi ripararlo se rotto"
G: "Ma vedrai sempre quelle fottute crepe quando ti ci specchi"
oh-oh.
scena/6: La Beyoncé canta, guida e intanto posa, che se fosse successo qui in Italia l'avrebbero arrestata dopo 30 secondi, ma siamo in Ammmerica e su quelle fottute strade nel deserto non ci passa mai un'anima viva tranne un coyote. Ma neanche lui: Lady Gaga ha bevuto il suo sangue per avere le labbra più rosse che mai.
scena/7: le due si sono fermate ad una tavola calda. La Bee è vestita di giallo, manca solo Alfredo e i Ferrero Rocher, cammina come nell'indimenticata Crazy in love, si siede salutando amorevolmente un ceffo che la tratta malissimo, poi vede le zizze fuori e cambia espressione, s'alza, momenti di tensione con un latinos, e la Bee ne approfitta per avvelenare der Pappon! (scenetta corredata da segnalazione fumettosa alla Batman anni '60: POISON!), versandogli nel caffé un litro di liquido bluastro. Der Pappon si risiede non prima di aver schiaffato 'na manata sulle natiche di una ben messa.
scena/8: Lady Gaga, nel frattempo assunta a tempo di record come chef della tavola calda (e vogliono farci credere che in America il tasso di disoccupazione è alto?! Ma se prendono gente senza manco un regolare colloquio né fedina penale pulita!), spadella come una dannata, sfoggiando un cappellino-inno alla sobrietà dalla forma di telephone, circondata da aiutanti truccati che scambiano baguette e sfilatini per cornette del telefono. Il montaggio ci fa vedere intanto la Bee in versione direttore del circo che ci contorce sul letto, abbastanza incacchiata.
Ma Lady G. è pronta per la lezione di cucina: "Come preparare un sandwich" (anche qui il richiamo a Tarantino di Kill Bill 2 è forte, ricordate la scena di Bill che prepara con cura il panino alla bimba?) - gli aiutanti cuochi ballano brandendo frullini, fruste, cucchiai di legno, uno spettacolino che tanto sarebbe piaciuto a Wilma De Angelis.
(nb: il trucco e la capigliatura della nostra sono un rimando palese alla Marilyn di Wahrol)
scena/9: il pranzo è servito! Tutto abbondantemente spruzzato di veleno per topi, pronto per essere portato in tavola dalla Gaga-cameriera, con un telefono come benda sull'occhio (dice qualcosa il nome Elle Driver?), il ceffo innaffia di miele tutto e s'ingozza come un'oca all'ingrasso. E perisce sotto l'occhio vitreo della nostra Lady, mentre la Bee gli dedica un bel "Sapevo che mi avresti preso tutto il miele, you selfish motherfucker!"
Montaggio che va di pari passo col tunz tunz, e sottotitoli tedeschi: EIN (che poi è EINS!), avventori che magnano, ZWEI, tossite di gente morente, DREI, morte generale.
scena/10: finisce tutto a passi di danza, costumi ammmericani a stelle e strisce (perché?), Lady Gaga che pare un misto tra Capitan America e Wonder Woman, tette e culi, froceria che balla e sgommata della Pussy Wagon.
Quando uno crede di aver visto proprio tutto, ecco che arriva il colpo di genio: abbiamo passato in rassegna Black Mamba, Batman, Wonder Woman, perché farci mancare la donna leopardata? Lady Gaga, come negli spot televisivi americani delle concessionarie d'auto usate, si muove sul cofano a ritmo di musica, sfoggiando un cappellino rubato a Madonna, a Britney Spears o ai Village People o molto semplicemente a un gerarca nazista.
Il telegiornale dà la notizia del massacro al dinner, ma la Pussy Wagon è già a mille chilometri di distanza e le nostre eroine sfoggiano abiti a metà tra la fata turchina di Pinocchio, una badessa e un burqa.
Il finale vede le nostre promettersi eterna complicità, il tutto suggellato da una stretta di mano power-lesbo. Sì, le nostre Natural Born Killers sono inseguite da un elicottero ma la storia non finisce qui....
paura paura paura!
(notare come la voce di Lady Gaga sia uguale a quella di Jenny Schecter)
aggiornato al 13/3 ore 20.10: Telephone al primo posto della classifica settimanale di Blob.
venerdì 4 dicembre 2009
...mancava solo Allevi.
Quest'estate, ad Agosto, ero ferma alla fermata del bus, una macchina parcheggiata con le 4 frecce davanti a me, a 3 metri di distanza. C'era una donna al volante che piangeva disperata. Parlava con qualcuno seduto dalla parte del passeggero, ma non riuscivo a vedere chi fosse.
Improvvisamente ha aperto la portiera, attraversato la strada senza guardare e imbucato una lettera nella casella postale. Si è girata lentamente, ancora senza controllare né a destra né a sinistra, ed è ritornata alla macchina.
Piangeva ancora di più. Ha parlato con l'omino invisibile ed è ripartita.
Un trailer perfetto.
lunedì 5 ottobre 2009
Il teorema di Ozpetek
ritorno amara più che mai per parlarvi di un caposaldo della mia personale controcultura.
Vi avevo lasciate quasi un mese fa col primo post del piccolo manifesto programmatico in cui abbozzavo in una meravigliosa cornice finto bohemien un'analisi di ciò che può entrare di diritto in un'estetica delle lesbiche depresse (che le lesbiche depresse abbiano o meno un'estetica è una questione da discutere in separata sede, ma d'indubbio interesse teorico).
Or incominciano le dolenti note, ossia: qual'è il modo più doloroso per manifestare il proprio disagio interiore che non sia l'autolesionismo, il sesso bondage o il finto tentativo di suicidio?
La risposta c'è. Ferzan Ozpetek. E qui mi sovviene la felice battuta del Nanni Moretti: "Continuiamo così, facciamoci del male".
Non basta essere lesbiche depresse (e quindi, come disse la mia professoressa al liceo, "Sturm und Drang: complesse, profonde e cariche di tumulti interiori") per essere giù, si possono raggiungere livelli sempre più bassi, attaccati a una flebo o una bottiglia di vodka al peperoncino, davanti a una (qualsiasi) pellicola del nostro turco de Rrroma.
Piccolo aneddoto: l'anno scorso seguivo un corso di linguistica semitica (non chiedetemi il perché, me l'avevano consigliato) e tra un concetto fondamentale della cultura araba e l'altro, il nostro caro professore (anche lui vestito male, a supporto della tesi illustrata in un altro post), tirò fuori Damasco, città in cui è presente uno storico bagno turco (in arabo hammam).
Per rendere la lezione più interessante, decise di buttarla su un argomento abbastanza masticato da noi ciofani: il cinema. Il nesso era ovviamente il film di Ozpetek Il bagno turco - qualcuno l'ha visto? E chi l'aveva visto se non la sottoscritta? Il profe, ringalluzzito da un lampo di vita, chiese agli altri se conoscevano il regista. Silenzio e nebbia. (il livello medio delle mie compagne di corso è James Blunt, Muccino, Twilight...Ozpetek era davvero troppo).
Il povero profe, che vide in me evidentemente l'unica conoscitrice del mondo ozpetekiano, mi guardò con estrema speranza. Iniziai così la mia Wiki: non solo gli elencai quelli che avevo visto (tutti, quasi) ma anche gli attori e l'anno di uscita. Entusiasta arrivò alla domanda finale: "e che ne pensa?"
No, non potevo fare come Fantozzi dopo la proiezione del capolavoro di Ejzenštejn, e mi limitai a un secco: "Sono un po' tutti uguali". Lui ammise che sì, in effetti la trama era sempre quella, con qualche minima variazione sul tema, ma rispose prontamente: "sì, ma quella è la loro forza".
Dopo qualche mese mi riguardai Saturno Contro, non solo per rimirare Ambra Angiolini che pippa come un'indemoniata, neanche per avere rigurgiti etero (beh, a volte tornano) contemplando Argentero. No. Volevo stare male, toccare il fondo, volevo provare un senso mistico della tragedia, dell'umanità, volevo essere in contatto diretto con Ferzan.
Ferzan, parlami, dimmi, perché? Perché questo scialbo realismo? Perché questa martoriata visione dell'amore? Questa sfiducia/fiducia nei rapporti? Questi tempi morti?
Ferzan, perché non parli?
Ma Ferzan quella volta mi parlò.
Riuscii a toccare il fondo della mia presunta depressione. E capii, aprii gli occhi.
Trovai quei film toccanti, logici, eccezionalmente intimi e ordinari. Colsi uno schema.
Eccolo: il teorema di Ozpetek:
"Prendi un personaggio (uomo o donna non importa) sull'orlo di una crisi di nervi. Fagli perdere ogni certezza. Rivoltalo come un calzino. Immergilo in una realtà nuova e sconvolgente. Fallo cambiare. Risultato? Amore per la vita pieno d'energia rinnovata o tristezza a palate e abisso".
Spiegazione logica del teorema: ciò che coinvolge di più è, oltre alla recitazione vibrante dei suoi attori (probabilmente è un mago e li mette a loro agio), proprio questa sensazione di continuità tra una pellicola e l'altra: sensazione sicuramente data dalla scelta di volti ricorrenti (Accorsi, la Buy in primis e l'attrice turca che c'è sempre) come pure dai personaggi che interpretano.
C'è sempre un malato, sempre un capo-famiglia, sempre un "folle" inteso nel senso medievale del termine, e sempre un personaggio rotondo, che muta dall'inizio alla fine. Proprio questo personaggio (la Buy nelle Fate Ignoranti, il giovane scrittore in Saturno Contro, la Mezzogiorno nella Finestra...), inizialmente esterno alla famiglia, alla comunità, o a una nuova realtà, viene assorbito da essa fino a esserne non solo parte, ma elemento essenziale. Credo sia indispensabile l'entrata di quel personaggio nel film: è il nostro sguardo, lo sguardo dello spettatore intimorito da una nuova realtà, pian piano condotto all'interno di essa fino ad amalgamarsi. E la mescolanza di questo nuovo elemento con la nuova realtà rende possibile un finale corale, a volte colmo di speranza e di crescita, a volte amaro.
Uscire incolumi da un film di Ozpetek si può, quindi, basta applicare il teorema, care fate ignoranti.
Poi dimenticate tutto e correte a guardare Almodovar.
domenica 4 ottobre 2009
Chiudere gli occhi nel terribile frastuono del nulla
Mi capita tra le mani, quasi cadendo, un libretto: I ragazzi terribili. Me ne aveva parlato un anno prima un mio amico, descrivendomelo come uno dei libri più vivi che avesse mai letto. Pure la copertina giocava un certo ruolo, come le illustrazioni al suo interno, di Cocteau stesso: 3 visi quasi stilizzati e sovrapposti, di profilo. Perfetto, è mio.
M'immergo. La scrittura è vibrante, plastica, colpisce allo stomaco ed è paradossalmente partorita da un autore distaccato e complice . Quella storia è una ferita aperta. Solo alla fine del libro leggo che Cocteau ha scritto il libretto in 17 giorni, durante il periodo di disintossicazione dall'oppio. E quindi capisco.
Un malessere strisciante, sottile, che si attacca alla carne, che porta fino a un punto di non ritorno serpeggia non solo nel libro, tra i protagonisti, avvolgendoli come la neve, ma raggiunge anche il lettore. Il tutto senza descrizioni psicologiche, senza fornire alcun alibi, con uno stile secco, a volte asettico, rassegnato, ma vivo, pulsante, quasi a celare un reale lacaniano, un vuoto perturbante, sfuggente, irrazionale, l'abisso della morte.
Un anno fa scrissi:
venerdì 2 ottobre 2009
Viola di mare, l'X factor di Sofia e delle pallavoliste
avevo notato anch'io questa pellicola; incuriosita andrò a vederla per vari motivi.
1. adoro la Sicilia. L'unico ragazzo della mia vita è di origini sicule e ricordo con piacere una bella vacanza (tra l'altro l'ultima che abbia fatto) in provincia di Ragusa, a Modica, in compagnia di un amico in piena fase di turbe sessuali. [Nello stesso istante in qualche altra spiaggia...] il mio bello trascorreva una vacanza greca, classiche avventure da zingaro felice con i suoi amici lupacchiotti inseparabili, dormite in spiaggia e pranzi improvvisati con confezioni scadute di wurstel. Avevo 19 anni ed ero davvero innamorata.
Ma veniamo al dunque e torniamo a toni un po' più lesbo-turbo. Un'ode alla grazia innaturale delle pallavoliste, loro sì che hanno l'X-factor. E non sto qui a dirvi perché.
Dirotto la vostra attenzione su un cartone animato che noi tutte conosciamo: Mila e Shiro. Applicando la famosissima teoria queer ho individuato la lella della squadra: guarda guarda in campo c'è una nuova giocatrice.........
Vi do 10 secondi.
Sì, vabbé, era Yoghina, scontata?!
Invece le pallavoliste che mi avete segnalato sono tutt'altro che yoghinesche, sono stupendamente insospettabili! Solamente collocandole nel contesto pallavolistico potrei dare una connotazione ambigua, scovando quel certo non-so-che. Uso il condizionale perché non sono certissima della loro parrocchia, anche se....
Sempre più sicura sono, invece, della parrocchia di Sofia di X-factor: mamma mia, ha un modo di parlare, di muoversi, di cantare che è palesemente de parte.
Ma cara, te lo si legge negli occhi, che aspetti a manifestarti all'intero universo mondo??! Parli in maniera strascicata un po' rauca un po' maschietto 17enne, un po' shane, un po' I-don't-belong-here, t'adoro.
Suvvia, Sofia, t'aspetto a Bergamo per strimpellare le canzoni di Jeff Buckley. Strimpellare, ho detto.
martedì 8 settembre 2009
Once upon a time you dressed so fine...
La somiglianza era più che evidente: separati alla nascita si dice, no?
La pettinatura alla paggio Fernando si sposava così bene con i colori degli abiti: gonna blu, cappotto marrone. Un abbinamento così infelice non si era mai visto manco nel mio piccolo comune popolato da fiere beghine che apprezzano i capi del mercato fino a decantarne la composizione finto viscosa. No, blu con marrone è deprimente.
Neanche una modella con un fisico perfetto sarebbe riuscita a nobilitare quel pannolenci clericale dall'infelice abbinamento cromatico. Addosso alla Marzulla il risultato era più triste di un'umida giornata ventosa di Novembre anche se, bisogna ammetterlo, c'era una (misteriosa) logica.
Il suo viso andava a braccetto con quei colori: un viso che ricorda I mangiatori di patate di Van Gogh, una bella bietola appena colta, un fiero incarnato color tubero.
Oh, Marzulla! Tu detti legge!
Sinceramente: non c'è professore universitario che si sappia vestire bene, almeno quelli della mia facoltà.
Una mia professoressa, chiaramente ma non dichiaratamente lesbica, ormai verso i sessanta (quindi femminista, comunista e che dà del tu a noi studenti perché ci vede ggggiovani sbarbati - oddio, sbarbati mica tanto, nella mia facoltà 9 su 10 sono ragazze), ha uno stile che può ricordare (e qui ricordo al discorso del post precedente) il personaggio di Fiona di About a boy.
Il cappotto di pelo lo puoi portare se sei una figa tremenda: non guardi in faccia nessuno e dal tuo metro e ottanta te ne sbatti di qualsiasi eventuale commento. Sei una figa, te lo puoi permettere.
Invece no, M. è tremenda.
Quel cappotto, probabilmente appartenuto a un soldato russo morente durante la ritirata da Stalingrado, è un capo hippie style variante lesbo sad. Trasuda tristezza, desolazione: perde pelo come un pastore bergamasco e, come il cane in questione, ha i rasta. E' ovviamente dotato di vita propria.
Indossato da quella grande f. che è la mia profe - un metro e sessanta per 70 e passa chili, capelli rossicci corti e che ricordano la pettinatura di Semola nel "La spada della roccia" della Disney, denti color carboncino e alito di chi con la sigaretta ci è nato - l'effetto è cinematografico: si ha davanti agli occhi il cugino It della famiglia Addams.
Qual visione celestiale! Che maraviglia! La moda italiana dovrebbe solamente inchinarsi a cotanta eleganza! Che lezioni di stile! Altro che letteratura...
giovedì 3 settembre 2009
Piccolo manifesto programmatico
"Sono stanca di essere circondata da lesbiche depresse", così parlò ella.
Direttissima come il Bergamo-S. Bartolomeo delle 6.05 il sabato.
All'epoca ci soffrii molto e aggiunsi disperazione a dosi infinite di amarezza, interrogandomi sul motivo che l'aveva spinta a proferire siffata frase infelice. Ora, se ci penso bene, dovrei ringraziarla.
Si dice che le più grandi verità nascono scherzando. Il tono della cara ragazza non era certo ironico ma la mia reazione, dopo la profonda disperazione di cui sopra, fu quella di farmi rimbalzare in testa quest'espressione fino a farle perdere senso, come quando si ripete una parola e la si rende un'accozzaglia di sillabe disunite.
La sua etichetta, in realtà, non aveva nessuna base psicologica: in quel periodo avevo solamente problemi di tiroide e i valori sballati mi causavano terribili scompensi umorali.
Ma la grande verità, nel frattempo, era venuta a galla e così cercai di aderire completamente al canone di lesbica depressa cercando quegli elementi che potevano fare di me un'eccellente rappresentante.
Nasce qui il piccolo bignami delle...
REGOLE PER ESSERE UNA PERFETTA LESBICA DEPRESSA
1. La l. d. ha un background familiare essenzialmente triste. A volte lo evoca ironizzando e sdrammatizzando alcuni episodi ma in realtà Charles Dickens avrebbe potuto scrivere più di un romanzo ispirandosi alla sua infanzia. Ha un trauma nascosto che preferisce tacere e di cui parla solo alle persone amate, dopo aver fatto l'amore. Fondamentalmente figlia unica e quindi fondamentalmente etichettata col cliché di "viziata", la l. d. da piccola leggeva molto, isolandosi in mondi immaginari.
Generalmente ha un padre debole e vagamente intellettuale e una madre courage che le ha mostrato cosa vuol dire amare. Tutto ciò la predispone, già all'età di 12 anni, a provare smodato affetto per figure femminili, anche appena conosciute.
2. La l. d. cova una passione segreta: i cimiteri. Colpita dal Foscolo a 16, si trasferisce a 9 anni in un condominio limitrofo camposanto. Si prefigge un tour cimiteriale dell'Europa entro i 25.
Le urne e le tombe come centro dell'essere e del non essere: meta ultima, giardino lugubre, luogo ideale per una passeggiata. Gli Smiths avranno un certo effetto su di lei.
3. La l. d. è uno spirito affine alla femminista sessantottina nostalgica e pasionaria, vagamente hippie, con cui condivide l'amore per Joni Mitchell. Qui è necessario aprire una parentesi.
Joni Mitchell ha una voce acuta, scrive testi intensi e uterini, tristi e appassionati, suona una chitarra a 12 corde e fa accordi assurdi con accordature altrettanto assurde. Joni Mitchell è folk, è Woodstock (anche se non c'era), è fricchettona e fuori moda, è un paio di pantaloni a zampa d'elefante in un outlet della Benetton.
Ricordate il film About a Boy? Ecco, cancellatelo e tenete solo il personaggio di Fiona, la hippy stramba che tenta (maddai) il suicidio ingerendo una quantità industriale di pillole. Nel libro, che la l. d. ha letto a 17 anni, Hornby indica precisamente i suoi gusti musicali: Joni Mitchell.
Una coincidenza?
Hornby, con la sua vasta conoscenza musicale, avrebbe potuto affiancare a Fiona qualsiasi altro cantante, ma sceglie, guardacaso, oltre la nostra cara Joni, un altro pezzo grosso del cantautorato folk anni '70: Nick Drake (altro elemento musicale adorato dalla l. d. - v. Pink Moon).
Rincariamo la dose. Per la serie "forse non avete capito che questo personaggio è colossalmente triste", Hornby ci dice anche che è vegetariana. Il quadro vivente del weirdo folk al femminile, rivisto e aggiornato per gli anni '90.
Per capirci meglio, ecco un estratto di un testo di Joni (a proposito, la l. d. ama a dismisura l'album Blue del 1971):
Ho guardato l'amore da tutte e due le parti ora,
Dal dare e dal prendere, e ancora, non so come,
Ricordo le illusioni dell'amore.
Non conosco affatto l'amore.
Lacrime e paure e sentimenti, orgoglioso di dire "ti amo" ad alta voce,
Sogni e schemi e folle di circo, ho guardato così la vita.
Ma ora i vecchi amici si comportano in modo strano, scuotono la testa e dicono che
sono cambiato.
Qualcosa è perduto ma qualcosa è guadagnato vivendo ogni giorno.
Ho guardato la vita da tutte e due le parti ora,
Dalla vittoria alla sconfitta, e ancora, non so come,
Ricordo le illusioni della vita.
Essenziale alla comprensione della tipologia dell'amante della Mitchell è un altro film, guardacaso inglese, guardacaso ancora con Hugh Grant, guardacaso che tira in ballo Joni Mitchell: Love Actually. La pellicola è il trionfo dei buoni sentimenti natalizi, del volemmose bbbène e dell'ammmmore che omnia vincit: insomma, da assumere a piccole dosi onde evitare coma iperglicemico. Tra i mille personaggi c'è Karen, interpretata da Emma Thompson, sorella di Hugh Grant (nella parte di un improbabile primo ministro) e moglie di Alan Rickman (per noi comuni mortali, Python in Harry Potter). Karen è l'unico personaggio che da questo baillame di scintillante amore e affetto natalizio uscirà a bocca asciutta. Come?
Il marito, che le fa le corna con la segretaria (ma uno stereotipo meno usato, no, né??), le farà trovare sotto l'albero una scatola che lei erroneamente crede contenga una collana che di nascosto ha visto acquistare da lui (regalo destinato alla sexy segretaria), bensì è..........un cd di Joni Mitchell.
Il messaggio è chiaro: "amore, sei un'ottima madre e una moglie stupenda, ma sei così noiosa!".
Confessare a un uomo che si ama Joni Mitchell equivale a dire:"sono stata appena lasciata dopo 10 anni di matrimonio" oppure: "ieri ho sotterrato mio padre", o ancora: "ho perso l'autobus, mi dai un passaggio?" (perché chiaramente la l. d. ha una paura folle di guidare), o peggio: "era la canzone mia e di.......... - nome del ragazzo di cui si è ancora innamorate - ".
Rivangare il passato, lucidare i ricordi, farli splendere, ponderare, riflettere, essere dilaniate dall'amore, indugiare, se possibile, sui dettagli che la memoria ha richiamato. Scrivere pagine pagine pagine, versi versi versi e ammorbare con la dolce litania de "l'ultima volta che......è stato tanto tempo fa".
La l. d. solidarizza con Karen e Fiona.


"Truffaut diceva in Jules e Jim: "La felicità si racconta male a parole". (che poi erano parole di Roché)
Cocteau, in questo brevissimo romanzo allucinato, la felicità la vede da lontano, ovattata da un cieco malessere, da un'ambiguità di fondo.
E tutto finisce come era iniziato, come in un incubo nato dall'oppio.
In 3 non si può mai essere felici."
(tra parentesi: si veda The Dreamers e si noti la "terribile" somiglianza)