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martedì 21 dicembre 2010
mercoledì 26 maggio 2010
Leo, è questo che siamo? - #1/07
C’E' QUESTO STANOTTE
Due distese di bianco spezzano l’oscurità,
una a terra, immobile, ricopre le forme,
l’altra in continuo movimento penetra nella notte, si ritrae.
Il gelo ha ricoperto i vasi su questo terrazzo dove non andiamo mai.
Il vento piega gli alberi e tende i fili dove nessuno stende più la biancheria.
Ho scavalcato il tuo corpo, scomposto nel sonno
e nella mia parte di letto mi sono avvolto nel tuo calore.
una a terra, immobile, ricopre le forme,
l’altra in continuo movimento penetra nella notte, si ritrae.
Il gelo ha ricoperto i vasi su questo terrazzo dove non andiamo mai.
Il vento piega gli alberi e tende i fili dove nessuno stende più la biancheria.
Ho scavalcato il tuo corpo, scomposto nel sonno
e nella mia parte di letto mi sono avvolto nel tuo calore.
Alla proposta di Gerry di spararci un film di Lynch avevo riso: alle 4 di notte, senza occhiali e con accanto te Mulholland Drive mi sarebbe parso un ammasso di forme e di colori.
Facevo finta di avere sonno o forse ne avevo davvero? Avevo ancora addosso quella serata, appena finita o che probabilmente non avrebbe mai dovuto finire. Le orecchie mi fischiavano, nella mente ripassavo il nostro bacio alla fine di Dentro Sharon, mentre mi accorgevo, con ribrezzo e paura, di un livido enorme sul braccio, come un tatuaggio. Il tuo profumo era ancora più forte ora che avevi tolto il maglione.
La situazione in sé era irreale: Gerry sul divano, stravaccato e chiaramente brillo, rollava una canna (credo ci avesse impiegato una buona mezz’ora), noi, vagamente esaltate dall’atmosfera così confortevole che si era creata, cercavamo di seguire ogni minimo discorso, anche se la mente era altrove, prigioniera dei pensieri che viaggiavano, morivano sul nascere e si concludevano con un imbarazzato sorriso tra noi, tu che abbassavi lo sguardo, le guance rosse, e io, impegnata a trovare la tua mano e a piazzarla strategicamente, insieme alla mia, dietro i nostri corpi.
La tua mano nella mia. Una bolla di paradiso, una fetta di felicità pura, il nostro piccolo segreto…
Mi sentivo come se fossi stata buttata improvvisamente in quell’istante preciso, ero scollata, e anche se ero lì, perché lo percepivo dov’ero, una parte di me andava nella direzione opposta, lacerandomi, come se stessi vivendo una scena di un film che so a memoria e, nonostante ciò, mi aspettassi da un momento all’altro un cambiamento, un colpo di scena…
Il tuo corpo, steso sul materasso d’emergenza che Gerry e gli altri coinquilini adibivano a letto per gli ospiti, era calmo, placido. Per quella serata Lynch era davvero troppo. Mi sentivo girare un po’ la testa, tu avevi piazzato il tuo capo sulle mie gambe, forse anche tu sopraffatta da tutto?
Il televisore ci offriva immagini ad intermittenza, repliche di televendite, film pseudo intelletual-erotici su Raitre, video con colori così sgargianti da costringermi a chiudere gli occhi…Gerry non stava sullo stesso canale più di trenta secondi, creando un patchwork modernista e molto dada di figure urlanti, note e ritmi diversi e dissonanti, campi e controcampi, labirinti visivi dove noi, troppo stanchi per seguire una sola trasmissione, ci perdevamo, sguazzavamo, e poi ritrovavamo un senso in tutto…un senso, sì, un senso…
Mi lasciai andare sul materasso, e spensi la canna. L’effetto non tardò ad arrivare. Eri stata tu a farmi fumare, avvicinandomi la stizza alla bocca, per poi fumare tu, e poi io ancora. Gerry non era stato particolarmente generoso a lasciarci il pezzo finale, buono solo per due tiri a testa; intanto era collassato sul divano e non sembrava dare segni di volersi alzare e andare in camera. Un attimo, ci aveva annunciato, il tempo di ripigliarsi. Il tempo medio di ripiglio può essere lento, soprattutto dopo quella bottiglia di rosso che avevo portato…Io non contavo neanche più il tempo, mi sembrava di essere lì da 2 minuti come da 2 ore. Hai freddo?, ti avevo chiesto. Tu mi fissavi negli occhi, mi scrutavi, assorta, beata, nel nostro nirvana, e il sonno era lì in agguato, a ricordarci che non avremmo potuto reggere un’altra ora senza addormentarci.
Sotto le coperte, con Gerry accanto che aveva iniziato un viaggio astrale, mi sentivo una clandestina che aveva rimediato un letto di fortuna, una di quei cinesi che dormono in 15 in una stanza. Scorgevo tra le tende il buio blu, che iniziava pian piano a rischiararsi, lentamente.
E ancora quella sensazione di impotenza mi rendeva simile a una marionetta, nelle mani del caso. Quella notte era la nostra notte. Quante erano le possibilità di dormire ancora insieme dopo un concerto dei Verdena? Vivevi a 3 ore da me, ora eri qui. Eravamo una di fronte all’altra, il mio viso che tendeva verso il tuo. Mi sono avvicinata e ti ho baciato, piano, per non farci sentire, ho il brutto difetto di fare rumore quando bacio, lo so, dovevamo fare piano perché poi Gerry si poteva svegliare…
Tu eri lì, accanto a me, col mio stesso sguardo sognante e un po’ incredulo.
Gerry non si svegliava più, pareva piuttosto in coma. Mi hai sussurrato chiaramente che lui se ne doveva andare e mi hai tirato una gomitata nello sterno. Ahi, no, no, non ce la facciamo a dormire qui nello stesso materasso, Gerry, svegliati, dormo sul divano, vai in camera, ti stai addormentando qui…
Tra un borbottio e l’altro finalmente si è alzato, augurandoci una buonanotte impastata di sonno e di sbronza. Ho chiuso la porta e mi sono messa sul divano. Che fai?, mi hai chiesto. Dormo, no???!!!, risposi con un sorriso e mi feci cadere, scivolando verso il nostro materasso.
C’è questo stanotte.
Alba. Insieme di colori roteanti. Giostra di sapori esotici. Il mio tramonto, la nostra casa, questo rifugio. Quest’alba è il nostro tramonto.
I minuti che si susseguivano erano piccoli spilli nella nostra pelle, sui nostri corpi nudi e stanchi, ubriachi di sonno, esausti. Osservavamo l’arrivo della luce e, con essa, di un nuovo giorno che avrebbe segnato la tua partenza. Avvolte nelle coperte ruvide come carta vetrata eravamo simili a bozzoli di farfalle, pronte a spiccare il volo. I coni di luce che si facevano strada tra un palazzo e l’altro illuminavano a tratti i nostri visi che si guardavano, fissi, come a voler fermare quell’attimo, quei secondi di niente, che parevano davvero vuoti, come se non facessero parte del tempo. Potevamo fregarlo?
L’orologio sulla parete era avanti di 20 minuti ma Gerry ci aveva detto di non farci caso, che non era affidabile, perché a volte si fermava. Poteva essere il nostro complice. Fermati, lancetta, trai un sospiro per una volta e non camminare più! Dai vita a questo momento fuori dal tempo, rendi possibile un amore senza fretta, che non si ciba di minuti! Il nostro non è un amore avaro di tempo, ma che lo regala agli altri, a quelli che sono sempre in ritardo…Il tempo non fa per noi perché non ci ascolta e non è dalla nostra parte. Fermati, fermati!
Non pareva ascoltarmi: imperterrita, proseguiva per la sua strada.
Erano le 7, il campanile ce l’aveva ricordato.
La luce continuava a irrompere nella stanza. La stanza, in realtà una sala, era pregna dei nostri odori e la luce pareva amplificarli, unificando i miei e i tuoi, in armonia, come una sinfonia. Ti sei alzata e hai aperto la finestra, facendo entrare un’arietta piacevole tipicamente primaverile. Non faceva più freddo ormai, di notte, avremmo potuto al limite dormire all’aperto, magari in Città Alta…
Intanto nella stanza potevamo ammirare il tavolino su cui c’erano resti della serata: mozziconi spenti, tappi di bottiglia, bicchieri di plastica, plettri…nulla era nostro lì, ma cercavamo di fissare ogni piccolo particolare per poi renderlo privato e personale, affinché quella stanza fosse un pezzettino anche nostra. Ma più ci sforzavamo di conservare ricordi, più tu mi guardavi con occhi pieni di soddisfazione e di malinconia, di paura, forse, sì, di timorosa attesa.
Eravamo solo di passaggio lì. Ogni tentativo di impossessarci di qualcosa era inutile. Neanche tu eri mia, in fondo, anche se io desideravo essere tua. Dopo quella notte non avremmo potuto parlare come prima. Ora c’era un filo che mi collegava a te. Ma in quel momento, nude e apparentemente felici, ci siamo rese conto di stare nel mezzo di un posto che ci aveva accolto per caso. Noi, come superstiti, su un’isola deserta, e fuori, il nulla che, implacabile, ci attendeva, pronto a risucchiarci e dividerci. Perché senza di te mi sentivo già un vuoto dentro.
Ci siamo baciate, giurandoci di amarci, hai pianto, io avevo i brividi, allora ti ho stretta a me, ho baciato le tue lacrime, i tuoi occhi, il tuo viso, per calmarti, ma come facevo se anch’io mi sentivo grigia? E ti ho ascoltato mentre mi parlavi di te, così simile al mio passato, e io, allibita, non facevo che fissarti, attenta, senza parole. Volevo che tutto fosse molto più lento.
Facevo finta di avere sonno o forse ne avevo davvero? Avevo ancora addosso quella serata, appena finita o che probabilmente non avrebbe mai dovuto finire. Le orecchie mi fischiavano, nella mente ripassavo il nostro bacio alla fine di Dentro Sharon, mentre mi accorgevo, con ribrezzo e paura, di un livido enorme sul braccio, come un tatuaggio. Il tuo profumo era ancora più forte ora che avevi tolto il maglione.
La situazione in sé era irreale: Gerry sul divano, stravaccato e chiaramente brillo, rollava una canna (credo ci avesse impiegato una buona mezz’ora), noi, vagamente esaltate dall’atmosfera così confortevole che si era creata, cercavamo di seguire ogni minimo discorso, anche se la mente era altrove, prigioniera dei pensieri che viaggiavano, morivano sul nascere e si concludevano con un imbarazzato sorriso tra noi, tu che abbassavi lo sguardo, le guance rosse, e io, impegnata a trovare la tua mano e a piazzarla strategicamente, insieme alla mia, dietro i nostri corpi.
La tua mano nella mia. Una bolla di paradiso, una fetta di felicità pura, il nostro piccolo segreto…
Mi sentivo come se fossi stata buttata improvvisamente in quell’istante preciso, ero scollata, e anche se ero lì, perché lo percepivo dov’ero, una parte di me andava nella direzione opposta, lacerandomi, come se stessi vivendo una scena di un film che so a memoria e, nonostante ciò, mi aspettassi da un momento all’altro un cambiamento, un colpo di scena…
Il tuo corpo, steso sul materasso d’emergenza che Gerry e gli altri coinquilini adibivano a letto per gli ospiti, era calmo, placido. Per quella serata Lynch era davvero troppo. Mi sentivo girare un po’ la testa, tu avevi piazzato il tuo capo sulle mie gambe, forse anche tu sopraffatta da tutto?
Il televisore ci offriva immagini ad intermittenza, repliche di televendite, film pseudo intelletual-erotici su Raitre, video con colori così sgargianti da costringermi a chiudere gli occhi…Gerry non stava sullo stesso canale più di trenta secondi, creando un patchwork modernista e molto dada di figure urlanti, note e ritmi diversi e dissonanti, campi e controcampi, labirinti visivi dove noi, troppo stanchi per seguire una sola trasmissione, ci perdevamo, sguazzavamo, e poi ritrovavamo un senso in tutto…un senso, sì, un senso…
Mi lasciai andare sul materasso, e spensi la canna. L’effetto non tardò ad arrivare. Eri stata tu a farmi fumare, avvicinandomi la stizza alla bocca, per poi fumare tu, e poi io ancora. Gerry non era stato particolarmente generoso a lasciarci il pezzo finale, buono solo per due tiri a testa; intanto era collassato sul divano e non sembrava dare segni di volersi alzare e andare in camera. Un attimo, ci aveva annunciato, il tempo di ripigliarsi. Il tempo medio di ripiglio può essere lento, soprattutto dopo quella bottiglia di rosso che avevo portato…Io non contavo neanche più il tempo, mi sembrava di essere lì da 2 minuti come da 2 ore. Hai freddo?, ti avevo chiesto. Tu mi fissavi negli occhi, mi scrutavi, assorta, beata, nel nostro nirvana, e il sonno era lì in agguato, a ricordarci che non avremmo potuto reggere un’altra ora senza addormentarci.
Sotto le coperte, con Gerry accanto che aveva iniziato un viaggio astrale, mi sentivo una clandestina che aveva rimediato un letto di fortuna, una di quei cinesi che dormono in 15 in una stanza. Scorgevo tra le tende il buio blu, che iniziava pian piano a rischiararsi, lentamente.
E ancora quella sensazione di impotenza mi rendeva simile a una marionetta, nelle mani del caso. Quella notte era la nostra notte. Quante erano le possibilità di dormire ancora insieme dopo un concerto dei Verdena? Vivevi a 3 ore da me, ora eri qui. Eravamo una di fronte all’altra, il mio viso che tendeva verso il tuo. Mi sono avvicinata e ti ho baciato, piano, per non farci sentire, ho il brutto difetto di fare rumore quando bacio, lo so, dovevamo fare piano perché poi Gerry si poteva svegliare…
Tu eri lì, accanto a me, col mio stesso sguardo sognante e un po’ incredulo.
Gerry non si svegliava più, pareva piuttosto in coma. Mi hai sussurrato chiaramente che lui se ne doveva andare e mi hai tirato una gomitata nello sterno. Ahi, no, no, non ce la facciamo a dormire qui nello stesso materasso, Gerry, svegliati, dormo sul divano, vai in camera, ti stai addormentando qui…
Tra un borbottio e l’altro finalmente si è alzato, augurandoci una buonanotte impastata di sonno e di sbronza. Ho chiuso la porta e mi sono messa sul divano. Che fai?, mi hai chiesto. Dormo, no???!!!, risposi con un sorriso e mi feci cadere, scivolando verso il nostro materasso.
C’è questo stanotte.
∞∞∞∞∞
Alba. Insieme di colori roteanti. Giostra di sapori esotici. Il mio tramonto, la nostra casa, questo rifugio. Quest’alba è il nostro tramonto.
I minuti che si susseguivano erano piccoli spilli nella nostra pelle, sui nostri corpi nudi e stanchi, ubriachi di sonno, esausti. Osservavamo l’arrivo della luce e, con essa, di un nuovo giorno che avrebbe segnato la tua partenza. Avvolte nelle coperte ruvide come carta vetrata eravamo simili a bozzoli di farfalle, pronte a spiccare il volo. I coni di luce che si facevano strada tra un palazzo e l’altro illuminavano a tratti i nostri visi che si guardavano, fissi, come a voler fermare quell’attimo, quei secondi di niente, che parevano davvero vuoti, come se non facessero parte del tempo. Potevamo fregarlo?
L’orologio sulla parete era avanti di 20 minuti ma Gerry ci aveva detto di non farci caso, che non era affidabile, perché a volte si fermava. Poteva essere il nostro complice. Fermati, lancetta, trai un sospiro per una volta e non camminare più! Dai vita a questo momento fuori dal tempo, rendi possibile un amore senza fretta, che non si ciba di minuti! Il nostro non è un amore avaro di tempo, ma che lo regala agli altri, a quelli che sono sempre in ritardo…Il tempo non fa per noi perché non ci ascolta e non è dalla nostra parte. Fermati, fermati!
Non pareva ascoltarmi: imperterrita, proseguiva per la sua strada.
Erano le 7, il campanile ce l’aveva ricordato.
La luce continuava a irrompere nella stanza. La stanza, in realtà una sala, era pregna dei nostri odori e la luce pareva amplificarli, unificando i miei e i tuoi, in armonia, come una sinfonia. Ti sei alzata e hai aperto la finestra, facendo entrare un’arietta piacevole tipicamente primaverile. Non faceva più freddo ormai, di notte, avremmo potuto al limite dormire all’aperto, magari in Città Alta…
Intanto nella stanza potevamo ammirare il tavolino su cui c’erano resti della serata: mozziconi spenti, tappi di bottiglia, bicchieri di plastica, plettri…nulla era nostro lì, ma cercavamo di fissare ogni piccolo particolare per poi renderlo privato e personale, affinché quella stanza fosse un pezzettino anche nostra. Ma più ci sforzavamo di conservare ricordi, più tu mi guardavi con occhi pieni di soddisfazione e di malinconia, di paura, forse, sì, di timorosa attesa.
Eravamo solo di passaggio lì. Ogni tentativo di impossessarci di qualcosa era inutile. Neanche tu eri mia, in fondo, anche se io desideravo essere tua. Dopo quella notte non avremmo potuto parlare come prima. Ora c’era un filo che mi collegava a te. Ma in quel momento, nude e apparentemente felici, ci siamo rese conto di stare nel mezzo di un posto che ci aveva accolto per caso. Noi, come superstiti, su un’isola deserta, e fuori, il nulla che, implacabile, ci attendeva, pronto a risucchiarci e dividerci. Perché senza di te mi sentivo già un vuoto dentro.
Ci siamo baciate, giurandoci di amarci, hai pianto, io avevo i brividi, allora ti ho stretta a me, ho baciato le tue lacrime, i tuoi occhi, il tuo viso, per calmarti, ma come facevo se anch’io mi sentivo grigia? E ti ho ascoltato mentre mi parlavi di te, così simile al mio passato, e io, allibita, non facevo che fissarti, attenta, senza parole. Volevo che tutto fosse molto più lento.
La polvere si depositava finemente sul pavimento mentre cercavamo i nostri vestiti.
Ce ne siamo andate senza far rumore. Ci siamo immerse nel rumore di una mattina di fine marzo, nel rumore del tuo treno che mi strappava da te. Non riuscivo a scorgere i rumori fatti da noi.
Era come un film muto. Le lacrime scivolavano dai nostri occhi senza emettere alcun suono.
Ce ne siamo andate senza far rumore. Ci siamo immerse nel rumore di una mattina di fine marzo, nel rumore del tuo treno che mi strappava da te. Non riuscivo a scorgere i rumori fatti da noi.
Era come un film muto. Le lacrime scivolavano dai nostri occhi senza emettere alcun suono.
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racconti
mercoledì 17 febbraio 2010
Nel millenovecentonovanta avevo cinque anni
Io sono figlia della tv privata.
Dei cartoni animati di Bim Bum Bam. Dei Giochi Preziosi e del Crystal Ball. Delle salopettes di jeans e delle prime tute in acetato con colori imbarazzanti che vedevo - ed invidiavo - ai miei compagni di classe e che mamma tanto odiava. Dei gelati Eldorado e di quegli album da colorare con un pennarello che cambiava colore magicamente. Della pubblicità Egoiste che mi faceva paura, tutte quelle donne isteriche e un uomo che combatteva contro la propria ombra, ma anche di quelle più rassicuranti della Barilla (alzi la mano chi non ha dovuto imparare la musica al flauto!).
Il primo ricordo che ho è una puntata di Fantastico '87 con le pause di Adriano Celentano. A dir la verità parte della mia infanzia ruota attorno a lui. I miei mi hanno raccontato che, senza manco aver visto Bingo Bongo, durante la visita allo zoo indicai con una certa agitazione l'Orango Tango dicendo: "Tano, Tano".
Qualche anno dopo cambiai gusti e miei nuovi idoli televisivi diventarono Cristina D'Avena e Lorella Cuccarini.
La prima, mito di tutti noi bambini, imperversava dall'86 con Love me Licia su Canale 5 e fece da subito breccia nel mio cuore di bimba di 3 anni. Cristina non solo cantava la sigla (la sigla più venduta del 1986, recita Wikipedia), ma aveva il ruolo della tenera dolce piccola incantevole Licia insidiata da quel bulletto di Mirko. Il candore virginale della D'Avena, che nel 1988 aveva solo 24 anni ma ne dimostrava 18, m'imbarazzava a tal punto da farmi diventare rosse le guance: già a 4 anni ero mossa da ardori protolesbici concentrati perfettamente in una mia frase pronunciata in pubblico, frase che Freud potrebbe addurre a causa di tutti gli scompensi conseguentemente verificatisi:
"da grande voglio sposare Cristina D'Avena e Lorella Cuccarini"
La seconda, invece, la Cucca nazionale, passata a Mediaset allora Fininvest nel 1987 e figura di punta della stagione 1988-89 con Odiens, aveva alle spalle il successo di Fantastico 7 dell'86 condotto, tra l'altro, con uno dei miei idoli televisivi delle annate '91-'93, Alessandra Martines, cioé Fantaghirò.
Ma andiamo con ordine; la Cucca, il mio wonderwall, poteva cantare recitare ballare condurre senza avere il fiatone. Indistruttibile.
Nell'immaginario comune lei e Marco Columbro sono stati i genitori mediatici che tutti noi bimbi nati tra l''84 e il '90 abbiamo sognato di avere: lei bionda occhi azzurri e voce squillante, te la figuri subito di domenica che ti chiama con un "è prontoooooo" dal piano di sotto mentre sforna la lasagna col guantone da cucina e il grembiule a fiorellini (modello donna americana perfetta massaia anni '50) e lui, il babbo, occhiali da vista che legge il giornale e accessoriamente fuma la pipa/accarezza il cane/guarda la Tv.
Qualche anno più tardi - neanche troppo tempo dopo in realtà, perché ero in prima elementare, quindi avevo 6 anni - la mia velata passione femminile si concretizzò, mi si perdoni la rima imbarazzante, con Fantaghirò.
Fantaghirò era il non plus ultra per la lesbica latente in me: una donna che fa finta di essere un uomo e che si taglia i capelli da uomo e che combatte come un uomo e che quasi seduce le pulzelle. Lamberto Bava non aveva fatto altro che rielaborare Lady Oscar e collocarla in un universo pseudomedievale e pseudofantasy, il tutto condito dalle indimenticabili musiche di Amedeo Minghi; ma la cosa più allucinante era che Bava era riuscito a far recitare un sasso - e no, non mi riferisco alla Martines, attrice nata col dono della monoespressione.
Fantaghirò mi segnò così tanto che all'età di 9 anni - durante quel periodo di pieno fermento lesbico riassumibile in: karate, Power Rangers e tatuaggi lavabili con l'acqua - le dedicai il mio Carnevale e tagliai i capelli come lei. Ancora adesso la mia parrucchiera mi saluta raccontando a tutte le sue avventrici che nel '94 andai da lei con una foto della Martines.
Nulla di cui stupirsi, quindi.
Sia la D'Avena che la Cuccarini che Fantaghirò sarebbero diventate in seguito immortali icone gay.
Dei cartoni animati di Bim Bum Bam. Dei Giochi Preziosi e del Crystal Ball. Delle salopettes di jeans e delle prime tute in acetato con colori imbarazzanti che vedevo - ed invidiavo - ai miei compagni di classe e che mamma tanto odiava. Dei gelati Eldorado e di quegli album da colorare con un pennarello che cambiava colore magicamente. Della pubblicità Egoiste che mi faceva paura, tutte quelle donne isteriche e un uomo che combatteva contro la propria ombra, ma anche di quelle più rassicuranti della Barilla (alzi la mano chi non ha dovuto imparare la musica al flauto!).
Il primo ricordo che ho è una puntata di Fantastico '87 con le pause di Adriano Celentano. A dir la verità parte della mia infanzia ruota attorno a lui. I miei mi hanno raccontato che, senza manco aver visto Bingo Bongo, durante la visita allo zoo indicai con una certa agitazione l'Orango Tango dicendo: "Tano, Tano".
Qualche anno dopo cambiai gusti e miei nuovi idoli televisivi diventarono Cristina D'Avena e Lorella Cuccarini.
La prima, mito di tutti noi bambini, imperversava dall'86 con Love me Licia su Canale 5 e fece da subito breccia nel mio cuore di bimba di 3 anni. Cristina non solo cantava la sigla (la sigla più venduta del 1986, recita Wikipedia), ma aveva il ruolo della tenera dolce piccola incantevole Licia insidiata da quel bulletto di Mirko. Il candore virginale della D'Avena, che nel 1988 aveva solo 24 anni ma ne dimostrava 18, m'imbarazzava a tal punto da farmi diventare rosse le guance: già a 4 anni ero mossa da ardori protolesbici concentrati perfettamente in una mia frase pronunciata in pubblico, frase che Freud potrebbe addurre a causa di tutti gli scompensi conseguentemente verificatisi:
"da grande voglio sposare Cristina D'Avena e Lorella Cuccarini"
La seconda, invece, la Cucca nazionale, passata a Mediaset allora Fininvest nel 1987 e figura di punta della stagione 1988-89 con Odiens, aveva alle spalle il successo di Fantastico 7 dell'86 condotto, tra l'altro, con uno dei miei idoli televisivi delle annate '91-'93, Alessandra Martines, cioé Fantaghirò.
Ma andiamo con ordine; la Cucca, il mio wonderwall, poteva cantare recitare ballare condurre senza avere il fiatone. Indistruttibile.
Nell'immaginario comune lei e Marco Columbro sono stati i genitori mediatici che tutti noi bimbi nati tra l''84 e il '90 abbiamo sognato di avere: lei bionda occhi azzurri e voce squillante, te la figuri subito di domenica che ti chiama con un "è prontoooooo" dal piano di sotto mentre sforna la lasagna col guantone da cucina e il grembiule a fiorellini (modello donna americana perfetta massaia anni '50) e lui, il babbo, occhiali da vista che legge il giornale e accessoriamente fuma la pipa/accarezza il cane/guarda la Tv.
Qualche anno più tardi - neanche troppo tempo dopo in realtà, perché ero in prima elementare, quindi avevo 6 anni - la mia velata passione femminile si concretizzò, mi si perdoni la rima imbarazzante, con Fantaghirò.
Fantaghirò era il non plus ultra per la lesbica latente in me: una donna che fa finta di essere un uomo e che si taglia i capelli da uomo e che combatte come un uomo e che quasi seduce le pulzelle. Lamberto Bava non aveva fatto altro che rielaborare Lady Oscar e collocarla in un universo pseudomedievale e pseudofantasy, il tutto condito dalle indimenticabili musiche di Amedeo Minghi; ma la cosa più allucinante era che Bava era riuscito a far recitare un sasso - e no, non mi riferisco alla Martines, attrice nata col dono della monoespressione.
Fantaghirò mi segnò così tanto che all'età di 9 anni - durante quel periodo di pieno fermento lesbico riassumibile in: karate, Power Rangers e tatuaggi lavabili con l'acqua - le dedicai il mio Carnevale e tagliai i capelli come lei. Ancora adesso la mia parrucchiera mi saluta raccontando a tutte le sue avventrici che nel '94 andai da lei con una foto della Martines.
Nulla di cui stupirsi, quindi.
Sia la D'Avena che la Cuccarini che Fantaghirò sarebbero diventate in seguito immortali icone gay.
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momenti di vita vissuta da e di,
racconti
martedì 16 febbraio 2010
Racconto 1/zerodieci
per scaricarlo in pdf, clicca qui
(grazie Fra)
Voglio perderti e mai più ritrovarti,
ricordarti come ti ho lasciato
quando per sbaglio t’ho detto ti amo
proprio come ci si chiede scusa urtandosi.
LE NOSTRE VITE COME UN FILM
Di mattina è notoriamente una seccatura vivere, ma nonostante questo contro la noia e le occhiaie mettiamo un po’ di trucco. Copriamo imperfezioni e sfoghi, diamo una botta di colore al nostro pallido incarnato e facciamo finta di essere vivi, pronti per la grande recita. Nessuna espressione del viso deve tradirci; i sentimenti reali non possono trapelare né emergere, emarginati in fondo alla nostra gola, continuamente deglutiti ma molto spesso prossimi ad essere vomitati.
Mi preparo allo scontro, inevitabile, con le persone. Ho un rapporto strano con l’alterità, sconnesso come le mattonelle sulle quali inciampo ogni volta percorrendo le vie della mia città, sebbene le conosca come le mie tasche. So benissimo con chi ho a che fare ogni volta che m’incontro con qualcuno – mi preparo studiando l’avversario, provando ad anticipare le sue mosse, rispolverando quei colpi segreti che potrebbero rendere decisivo lo scontro. Non sono mai spontanea quando parlo, agisco, nuoto nell’aria, tuttavia succede di rado che tutto mi scivoli di mano e io esca da me stessa, e tutto sia così naturale e poetico, semplice. Ma accade così poche volte – ed è amore – che non capisco mai se sia voluto o meno. Mi metto in testa di amare quella persona oppure il fascino che mi rapisce è un fluido misterioso al quale m’arrendo?
Io conosco e non conosco gli altri. Sulla carta sono esperta, informata, ho divorato manuali di psicanalisi e sociologia. Sono capace di leggere uno sconosciuto da lontano oppure il mio vicino sull’autobus osservando un piccolo tic, una microespressione, un sospiro: m’immagino le loro vite, voglio partecipare ai loro eventi, essere presente con la mente. E lo stesso accade quando devo uscire da quel piccolo mondo che mi sono costruita – pronta ad assaporare il sapore acre della società. Il mio crapino sbuca intimidito mentre faccio di tutto per mimetizzarmi tra un viso e l’altro.
Così mi preparo allo scontro – in teoria.
Nella pratica la mia vita sociale è una gimkana di eventi sconnessi e saltuari con degli sconosciuti, ogni volta con volti nuovi. Gli incontri, infatti, non si ripetono mai: dopo il primo appuntamento non ci si rivede più, ma si assaporano le prime, ultime, uniche volte che hanno il gusto e le forme delle occasioni – più facili da riordinare nello scomparto dei ricordi.
I miei incontri transitori, passeggeri e talvolta casuali mi consentono di sembrare interessante, d’inventarmi dettagli e particolari, di avere un certo fascino che inevitabilmente sfiorisce e sfocia nella noia, nella routine degli indifferenti, nel ritmo regolare del nostro vivere. Mentre il cuore, ritmo costantemente irregolare, inciampa ma sa dove cadrà, anche lui preparato all’impatto con la terra.
Colleziono una serie di incontri in cui si condivide qualcosa di effimero o tutt’al più inesistente ma che assomiglia terribilmente a un concentrato di vita: ore e ore di entusiasmo costruito ad arte, misurato, mai fuori posto. E’ un vivere “ora e qui” perché poi in futuro troppe cose mi condizionerebbero e inventerei delle scuse stupide snaturandomi; perderei quell’unicità architettonica che fa da impalcatura alla prima volta, quella in cui mi sono preparata un copione facendo finta di non averlo, in cui ho dato vita a vite nuove, ad altre me. Un film.
Non c’è ipocrisia, perché si mente sapendo di farlo, non ci si nasconde, ma si sta al gioco. Applico alla lettera gli insegnamenti di quei tomi che ho divorato, e so che non ci sarà alcun imprevisto né sorpresa, perché le reazioni umane in cui potrei imbattermi le ho già studiate, le ho già sottolineate e ho fatto un orecchio a quella pagina. Tutto al suo posto, tutto in ordine, tutto sotto controllo. Io conosco gli altri non conoscendoli affatto. Ma cos’è la vita se non un racconto consapevole di bugie? Si percepisce sotto la superficie liscia della menzogna che c’è qualcosa di ruvido, e anche tu lo sai, te lo leggo negli occhi, e quindi si tace. Non c’è espressione sul mio viso che mi tradisce. Sto bene.
E’ questa la più lucida delle bugie che vivo sempre.
Ma succede – ed è amore, o forse lucida follia? – che io e te ci rintaniamo sotto la superficie di ogni bugia che viviamo. Stiamo bene sottocoperta, e possiamo riprodurre per n volte quell’unico momento, unico evento, unica volta. Potremmo andare avanti all'infinito e poi stenderci su un tetto. Io che parlo parole e tu che tessi disegni, i fili elettrici mossi dal vento.
Ed è perfetto accomodarsi a letto
Accoccolarsi
Cercare dosi di calore
In cambio di parole
Dette solamente apposta
Ti amo, t’ho sospeso una volta su di un filo
Ma amore mio, addio
È tutto detto
Tutto fatto
Niente affatto amati.
(grazie Fra)
Voglio perderti e mai più ritrovarti,
ricordarti come ti ho lasciato
quando per sbaglio t’ho detto ti amo
proprio come ci si chiede scusa urtandosi.
LE NOSTRE VITE COME UN FILM
Di mattina è notoriamente una seccatura vivere, ma nonostante questo contro la noia e le occhiaie mettiamo un po’ di trucco. Copriamo imperfezioni e sfoghi, diamo una botta di colore al nostro pallido incarnato e facciamo finta di essere vivi, pronti per la grande recita. Nessuna espressione del viso deve tradirci; i sentimenti reali non possono trapelare né emergere, emarginati in fondo alla nostra gola, continuamente deglutiti ma molto spesso prossimi ad essere vomitati.
Mi preparo allo scontro, inevitabile, con le persone. Ho un rapporto strano con l’alterità, sconnesso come le mattonelle sulle quali inciampo ogni volta percorrendo le vie della mia città, sebbene le conosca come le mie tasche. So benissimo con chi ho a che fare ogni volta che m’incontro con qualcuno – mi preparo studiando l’avversario, provando ad anticipare le sue mosse, rispolverando quei colpi segreti che potrebbero rendere decisivo lo scontro. Non sono mai spontanea quando parlo, agisco, nuoto nell’aria, tuttavia succede di rado che tutto mi scivoli di mano e io esca da me stessa, e tutto sia così naturale e poetico, semplice. Ma accade così poche volte – ed è amore – che non capisco mai se sia voluto o meno. Mi metto in testa di amare quella persona oppure il fascino che mi rapisce è un fluido misterioso al quale m’arrendo?
Io conosco e non conosco gli altri. Sulla carta sono esperta, informata, ho divorato manuali di psicanalisi e sociologia. Sono capace di leggere uno sconosciuto da lontano oppure il mio vicino sull’autobus osservando un piccolo tic, una microespressione, un sospiro: m’immagino le loro vite, voglio partecipare ai loro eventi, essere presente con la mente. E lo stesso accade quando devo uscire da quel piccolo mondo che mi sono costruita – pronta ad assaporare il sapore acre della società. Il mio crapino sbuca intimidito mentre faccio di tutto per mimetizzarmi tra un viso e l’altro.
Così mi preparo allo scontro – in teoria.
Nella pratica la mia vita sociale è una gimkana di eventi sconnessi e saltuari con degli sconosciuti, ogni volta con volti nuovi. Gli incontri, infatti, non si ripetono mai: dopo il primo appuntamento non ci si rivede più, ma si assaporano le prime, ultime, uniche volte che hanno il gusto e le forme delle occasioni – più facili da riordinare nello scomparto dei ricordi.
I miei incontri transitori, passeggeri e talvolta casuali mi consentono di sembrare interessante, d’inventarmi dettagli e particolari, di avere un certo fascino che inevitabilmente sfiorisce e sfocia nella noia, nella routine degli indifferenti, nel ritmo regolare del nostro vivere. Mentre il cuore, ritmo costantemente irregolare, inciampa ma sa dove cadrà, anche lui preparato all’impatto con la terra.
Colleziono una serie di incontri in cui si condivide qualcosa di effimero o tutt’al più inesistente ma che assomiglia terribilmente a un concentrato di vita: ore e ore di entusiasmo costruito ad arte, misurato, mai fuori posto. E’ un vivere “ora e qui” perché poi in futuro troppe cose mi condizionerebbero e inventerei delle scuse stupide snaturandomi; perderei quell’unicità architettonica che fa da impalcatura alla prima volta, quella in cui mi sono preparata un copione facendo finta di non averlo, in cui ho dato vita a vite nuove, ad altre me. Un film.
Non c’è ipocrisia, perché si mente sapendo di farlo, non ci si nasconde, ma si sta al gioco. Applico alla lettera gli insegnamenti di quei tomi che ho divorato, e so che non ci sarà alcun imprevisto né sorpresa, perché le reazioni umane in cui potrei imbattermi le ho già studiate, le ho già sottolineate e ho fatto un orecchio a quella pagina. Tutto al suo posto, tutto in ordine, tutto sotto controllo. Io conosco gli altri non conoscendoli affatto. Ma cos’è la vita se non un racconto consapevole di bugie? Si percepisce sotto la superficie liscia della menzogna che c’è qualcosa di ruvido, e anche tu lo sai, te lo leggo negli occhi, e quindi si tace. Non c’è espressione sul mio viso che mi tradisce. Sto bene.
E’ questa la più lucida delle bugie che vivo sempre.
Ma succede – ed è amore, o forse lucida follia? – che io e te ci rintaniamo sotto la superficie di ogni bugia che viviamo. Stiamo bene sottocoperta, e possiamo riprodurre per n volte quell’unico momento, unico evento, unica volta. Potremmo andare avanti all'infinito e poi stenderci su un tetto. Io che parlo parole e tu che tessi disegni, i fili elettrici mossi dal vento.
Ed è perfetto accomodarsi a letto
Accoccolarsi
Cercare dosi di calore
In cambio di parole
Dette solamente apposta
Ti amo, t’ho sospeso una volta su di un filo
Ma amore mio, addio
È tutto detto
Tutto fatto
Niente affatto amati.
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venerdì 22 gennaio 2010
Racconto 0/zerodieci
Tre giorni dopo X.
Separazione di sera.
CAMPI DI BATTAGLIA
Da un po' di notti vado a letto vestita. Svogliata, mi caccio sotto le coperte coi pantaloni di velluto e la felpa sformata che uso in casa. So benissimo che sotto il cuscino c'è la camicia da notte, ma non mi va di metterla.
Ho appena salutato mia mamma che dorme sul divano. Le ho dato due delle mie coperte e il cuscinone enorme, l'iPod così sente gli Smiths e lo scatolino delle lenti.
Da tre notti dorme lì, lasciando il letto matrimoniale a mio padre che, puntuale come un orologio svizzero, spegne la luce alle 10 p.m..
Non c'è nulla di poetico in queste immagini. Non siamo dei terremotati né affrontando un'emergenza.
Siamo divisi.
L'ultima volta che ho visto la casa così profondamente turbata - irriconoscibile - è stato tre mesi fa quando l'abbiamo fatta ridipingere. Ma era un motivo diverso: la casa era fisicamente stravolta invece in questi giorni la rivoluzione è di tutt'altro tipo.
Emotiva, d'intenti, psicologica: la rivolta in casa mia è silenziosa e impercettibile ad un occhio disattento. Se la casa in cui vivo avesse una malattia soffrirebbe sicuramente di un esaurimento nervoso, sarebbe sull'orlo di una crisi, costruita accanto a un burrone. Soffrire è proprio la parola giusta perché credo che le case siano come delle persone, o meglio, come le persone che ci vivono.
Le case raccontano e vivono esattamente come noi che le abitiamo, che riempiamo di rumori queste 4 pareti, noi che, alla prima crepa, siamo colti dal panico.
In casa mia abbiamo cercato di mascherare le crepe - molte - con un po' di stucco e un bel colore salmone aranciato che, baciato dal sole delle prime ore, illumina tutto l'ambiente. Ma col primo freddo le crepe sono tornate.
Inutile, quindi, nascondere ciò che c'è sotto: casa mia è costruita male, umida, facile alla muffa, e se colpisce per il suo arredamento classico/moderno, basta poco per vedere la polvere negli angoli, le crepe lungo i muri, il disordine imperante.
Quella polvere, quelle crepe, quel disordine siamo noi. Poco chiari, con la bocca che ci fa male tanto ci siamo sforzati di ridere per quelle due ore di evasione, tentando di dimenticare la muffa che abbiamo dentro, il disordine a cui non mettiamo mai mano. Nulla cambia, davvero: abbiamo un cuore grinzoso, pieno di rughe, già vecchio.
La casa vive di due ritmi che non combaciano mai. E' un cuore in aritmia, una camminata zoppa.
Un ritmo, premiato dalla luce solare, muore coincidendo con la nascita dell'altro, che vive nell'oscurità. I nostri cicli vitali in casa sono alternati: mio padre s'alza alle 6.30 e sveglia mia madre che dorme sul divano, facendola trasferire sul letto, dove potrà dormire più comodamente fino alle 13. Io m'addormento alle 6.30 e mi sveglio alle 17.
L'insieme Vale forma un'intersezione di 5 ore con l'insieme padre, un incontro che si traduce in 4'33 di John Cage moltiplicato all'infinito: silenzio.
Il silenzio, come i due ritmi vitali, trova il suo corrispettivo nelle urla da litigata, le uniche forme di vita sull'ipotetico pianeta "rapporto Vale e padre". Perché il nostro rapporto si basa esclusivamente sull'alternanza di mutismi e grida, perché non sa nulla di me, perché non ho mai avuto una figura genitoriale degna di essere chiamata "papà".
Sono una sconosciuta per lui, al massimo una "mocciosa impertinente cafona" che si è sempre permessa di rispondergli a tono. Che ha risposto, non verbalmente, alle sue botte. Che ha sempre pensato "è un coglione, come fa a non capire che sono lesbica?".
Rimasto con la mente all'età infantile, mio padre mi considera da sempre una bimba. Mai e poi mai gli ha sfiorato l'anticamera del cervello che i miei atteggiamenti rabbiosi, cinici, depressi, sensibili, a volte sfrontatamente mascolini possano essere il sintomo - seppur lieve - di un orientamento sessuale che non solo gli schifa, ma che non considera umano.
Lo lascio cuocere per ora, il maiale. Poi lo ammazzerò, gli spezzerò il cuore quando lo verrà a sapere. Ma in quel momento sarò lontana, non qui, non in questa casa.
Separazione di sera.
CAMPI DI BATTAGLIA
Da un po' di notti vado a letto vestita. Svogliata, mi caccio sotto le coperte coi pantaloni di velluto e la felpa sformata che uso in casa. So benissimo che sotto il cuscino c'è la camicia da notte, ma non mi va di metterla.
Ho appena salutato mia mamma che dorme sul divano. Le ho dato due delle mie coperte e il cuscinone enorme, l'iPod così sente gli Smiths e lo scatolino delle lenti.
Da tre notti dorme lì, lasciando il letto matrimoniale a mio padre che, puntuale come un orologio svizzero, spegne la luce alle 10 p.m..
Non c'è nulla di poetico in queste immagini. Non siamo dei terremotati né affrontando un'emergenza.
Siamo divisi.
L'ultima volta che ho visto la casa così profondamente turbata - irriconoscibile - è stato tre mesi fa quando l'abbiamo fatta ridipingere. Ma era un motivo diverso: la casa era fisicamente stravolta invece in questi giorni la rivoluzione è di tutt'altro tipo.
Emotiva, d'intenti, psicologica: la rivolta in casa mia è silenziosa e impercettibile ad un occhio disattento. Se la casa in cui vivo avesse una malattia soffrirebbe sicuramente di un esaurimento nervoso, sarebbe sull'orlo di una crisi, costruita accanto a un burrone. Soffrire è proprio la parola giusta perché credo che le case siano come delle persone, o meglio, come le persone che ci vivono.
Le case raccontano e vivono esattamente come noi che le abitiamo, che riempiamo di rumori queste 4 pareti, noi che, alla prima crepa, siamo colti dal panico.
In casa mia abbiamo cercato di mascherare le crepe - molte - con un po' di stucco e un bel colore salmone aranciato che, baciato dal sole delle prime ore, illumina tutto l'ambiente. Ma col primo freddo le crepe sono tornate.
Inutile, quindi, nascondere ciò che c'è sotto: casa mia è costruita male, umida, facile alla muffa, e se colpisce per il suo arredamento classico/moderno, basta poco per vedere la polvere negli angoli, le crepe lungo i muri, il disordine imperante.
Quella polvere, quelle crepe, quel disordine siamo noi. Poco chiari, con la bocca che ci fa male tanto ci siamo sforzati di ridere per quelle due ore di evasione, tentando di dimenticare la muffa che abbiamo dentro, il disordine a cui non mettiamo mai mano. Nulla cambia, davvero: abbiamo un cuore grinzoso, pieno di rughe, già vecchio.
La casa vive di due ritmi che non combaciano mai. E' un cuore in aritmia, una camminata zoppa.
Un ritmo, premiato dalla luce solare, muore coincidendo con la nascita dell'altro, che vive nell'oscurità. I nostri cicli vitali in casa sono alternati: mio padre s'alza alle 6.30 e sveglia mia madre che dorme sul divano, facendola trasferire sul letto, dove potrà dormire più comodamente fino alle 13. Io m'addormento alle 6.30 e mi sveglio alle 17.
L'insieme Vale forma un'intersezione di 5 ore con l'insieme padre, un incontro che si traduce in 4'33 di John Cage moltiplicato all'infinito: silenzio.
Il silenzio, come i due ritmi vitali, trova il suo corrispettivo nelle urla da litigata, le uniche forme di vita sull'ipotetico pianeta "rapporto Vale e padre". Perché il nostro rapporto si basa esclusivamente sull'alternanza di mutismi e grida, perché non sa nulla di me, perché non ho mai avuto una figura genitoriale degna di essere chiamata "papà".
Sono una sconosciuta per lui, al massimo una "mocciosa impertinente cafona" che si è sempre permessa di rispondergli a tono. Che ha risposto, non verbalmente, alle sue botte. Che ha sempre pensato "è un coglione, come fa a non capire che sono lesbica?".
Rimasto con la mente all'età infantile, mio padre mi considera da sempre una bimba. Mai e poi mai gli ha sfiorato l'anticamera del cervello che i miei atteggiamenti rabbiosi, cinici, depressi, sensibili, a volte sfrontatamente mascolini possano essere il sintomo - seppur lieve - di un orientamento sessuale che non solo gli schifa, ma che non considera umano.
Lo lascio cuocere per ora, il maiale. Poi lo ammazzerò, gli spezzerò il cuore quando lo verrà a sapere. Ma in quel momento sarò lontana, non qui, non in questa casa.
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domenica 10 gennaio 2010
Je t'aime (moi non plus)
Quanto sono noiosa e grigia.
Il giorno dell'Epifania qui in famiglia (non la mia in senso stretto, noi chiaramente non facciamo mai nulla; intendo i parenti di mia mamma, e quindi zie e cugini di cui v'ho già accennato due mesi fa) s'organizza un bel pranzone con polenta, carne e tanto vino rosso. Ora che ho completato il quadretto della perfetta bergamasca tutta casa e famiglia, direi che è meglio arrivare al punto.
Trovo mia cugina, tornata temporaneamente dal suo Erasmus a Graz, in Austria, in camera sua con due pulzelle sue amiche che mi presenta come "le amiche francesi".
Il cuore si ferma. Contrazioni da donna partoriente mi lacerano il basso ventre. Il sangue mi ribolle nelle vene. Sudo.
Ognuna di noi ha il proprio sogno erotico. C'è chi immagina di naufragare con Milla Jovovich, chi freme al solo pensiero di poter toccare Beth Ditto (??????), chi sobbalza se si figura a occhi chiusi il corpo di Marina di L word, chi invidia perfino le gocce di sudore di Valentina Arrighetti (p.s. ma quanto è lesbica? Aveva ragione una ragazza che mi leggeva).
Beh, io c'ho la fissa delle francesi. Vi dirò di più: l'espressione "ragazza francese" ha un non so che di perfezione. Già di suo la donna è la perfezione (ma che ve lo dico a fare? Qui sono tutte più esperte di me), in più l'aggettivo francese non fa che risvegliare in me piacere atavici, sconosciuti e non, rimossi, sublimi. Stare in una stanza con una donna francese possibilmente ubriaca vestita solo da un filo di perle che mi guarda fissa negli occhi e dice
beh, non esiste altro al mondo che mi faccia gorgogliare e mugulare di piacere.
Ok, ritorniamo alla mia realtà da lesbica depressa: mi presento a queste due francesi abbastanza timidine e giovani giovani, classiche domande di rito e quindi scendiamo in taverna a pranzare.
Chiaramente mi mettono vicino alle due compari perché sono l'unica a saper un po' di lingua (studiata esclusivamente per aver un minimo di dialogo che prelude alla notte d'amore!, mica per altri scopi) quindi me le rimiro bene mentre si sollazzano col pollastro e la polenta.
Ma ecco che arriva la domanda che determina l'andamento di tutto il pomeriggio, pomeriggio che, nella mia mente, avrebbe potuto prendere solamente due direzioni:
1. una delle due filles (o anche entrambe!) si rivela lesbica e si chiude in bagno con la sottoscritta, come insegna l'antica tradizione di L Word.
2. mi chiudo in bagno, piango e mi ripeto che sono solo una lesbica depressa, come insegna l'antica tradizione di tutte le canzoni degli Smiths.
Alla domanda "sei già stata a Parigi?" segue la mia risposta con tanto di specificazione da lesbica depressa. "No, non ci sono ancora stata ma vorrei soprattutto per visitare il cimitero di Père Lachaise, sai, ho una strana passione per i cimiteri. In Italia esiste marginalmente una cultura del cimitero come monumento o giardino, ma viene considerato più che altro un luogo triste, circondato da superstizioni o credenze. E' una questione di sensibilità, di riflessione sul ricordo, sul luogo che riesce armoniosamente a unire morte e vita. Esiste a Genova un cimitero bellissimo, Staglieno, un po' il Père Lachaise italiano."
Non volevo entrare nel merito dei Sepolcri foscoliani, ma supperggiù questa è stata la mia replica. Quanto sono noiosa e grigia. Loro mi guardano a bocca aperta, riuscendo solo a proferire queste due frasi, affilate come lame Miracle Blade:
"oui, c'est naturel de porter les fleurs" (arggh!)
e poi ancora, Helena, che aveva visitato il cimitero parigino: "Ho visto una tomba tutta piena di bacetti a Père Lachaise..."
(io: "Di Oscar Wilde!")
"ah, Oscar Wilde."
E l'altra: "Qui??";
Helena: "Oscar Wilde est connu pour.......? Qui était-il?"
traduco: "Oscar Wilde è conosciuto per....? Chi era?"
Il cuore si ferma. Contrazioni da donna partoriente mi lacerano il basso ventre. Il sangue mi ribolle nelle vene. Sudo. Ma qui, diversamente dall'inizio, stavo male male male. Avere 20 anni senza sapere chi minchia è Oscar Wilde è un delitto. Anche se sei francese, anche se hai il naso all'insù, anche se ti scoperei nel giro di 4 secondi e mezzo, anche se bevi vino rosso. Delitto.
E un delitto esige un castigo. Verrai ripagata con una buona dose di depressione lesbica.
E quindi, nelle ore successive, se non ti è bastato il cazziatone sui cimiteri, avrai lezioncine sulla Legge di Murphy, sul senso di Vale per la neve, mi sentirai cantare canzoni che ho scritto quando ero triste, ma soprattutto mi vedrai brindare intonando Milord di Edith Piaf che in quanto a depressione a palate, lei, la cara Edith, non la batteva nessuno.
Magari alla fine le ho affascinate 'ste francesine qui, ma a me era sceso l'entusiasmo dopo l'empasse su Wilde. Non v'amo più, insomma. Moi non plus.
epilogo.
A casa, mamma: "carine le francesi, no? Soprattutto Helena, mi ricordava un po' l'E. (colei che mi etichettò gloriosamente "lesbica depressa", ndr).
Io: "mmmmmmm. Abbiamo parlato di Père LaChaise".
Mamma: "Cazzo, Vale, anche tu però, le parli di cimiteri.....!"
Il giorno dell'Epifania qui in famiglia (non la mia in senso stretto, noi chiaramente non facciamo mai nulla; intendo i parenti di mia mamma, e quindi zie e cugini di cui v'ho già accennato due mesi fa) s'organizza un bel pranzone con polenta, carne e tanto vino rosso. Ora che ho completato il quadretto della perfetta bergamasca tutta casa e famiglia, direi che è meglio arrivare al punto.
Trovo mia cugina, tornata temporaneamente dal suo Erasmus a Graz, in Austria, in camera sua con due pulzelle sue amiche che mi presenta come "le amiche francesi".
Il cuore si ferma. Contrazioni da donna partoriente mi lacerano il basso ventre. Il sangue mi ribolle nelle vene. Sudo.
Ognuna di noi ha il proprio sogno erotico. C'è chi immagina di naufragare con Milla Jovovich, chi freme al solo pensiero di poter toccare Beth Ditto (??????), chi sobbalza se si figura a occhi chiusi il corpo di Marina di L word, chi invidia perfino le gocce di sudore di Valentina Arrighetti (p.s. ma quanto è lesbica? Aveva ragione una ragazza che mi leggeva).
Beh, io c'ho la fissa delle francesi. Vi dirò di più: l'espressione "ragazza francese" ha un non so che di perfezione. Già di suo la donna è la perfezione (ma che ve lo dico a fare? Qui sono tutte più esperte di me), in più l'aggettivo francese non fa che risvegliare in me piacere atavici, sconosciuti e non, rimossi, sublimi. Stare in una stanza con una donna francese possibilmente ubriaca vestita solo da un filo di perle che mi guarda fissa negli occhi e dice
baise moi
beh, non esiste altro al mondo che mi faccia gorgogliare e mugulare di piacere.
Ok, ritorniamo alla mia realtà da lesbica depressa: mi presento a queste due francesi abbastanza timidine e giovani giovani, classiche domande di rito e quindi scendiamo in taverna a pranzare.
Chiaramente mi mettono vicino alle due compari perché sono l'unica a saper un po' di lingua (studiata esclusivamente per aver un minimo di dialogo che prelude alla notte d'amore!, mica per altri scopi) quindi me le rimiro bene mentre si sollazzano col pollastro e la polenta.
Ma ecco che arriva la domanda che determina l'andamento di tutto il pomeriggio, pomeriggio che, nella mia mente, avrebbe potuto prendere solamente due direzioni:
1. una delle due filles (o anche entrambe!) si rivela lesbica e si chiude in bagno con la sottoscritta, come insegna l'antica tradizione di L Word.
2. mi chiudo in bagno, piango e mi ripeto che sono solo una lesbica depressa, come insegna l'antica tradizione di tutte le canzoni degli Smiths.
Alla domanda "sei già stata a Parigi?" segue la mia risposta con tanto di specificazione da lesbica depressa. "No, non ci sono ancora stata ma vorrei soprattutto per visitare il cimitero di Père Lachaise, sai, ho una strana passione per i cimiteri. In Italia esiste marginalmente una cultura del cimitero come monumento o giardino, ma viene considerato più che altro un luogo triste, circondato da superstizioni o credenze. E' una questione di sensibilità, di riflessione sul ricordo, sul luogo che riesce armoniosamente a unire morte e vita. Esiste a Genova un cimitero bellissimo, Staglieno, un po' il Père Lachaise italiano."
Non volevo entrare nel merito dei Sepolcri foscoliani, ma supperggiù questa è stata la mia replica. Quanto sono noiosa e grigia. Loro mi guardano a bocca aperta, riuscendo solo a proferire queste due frasi, affilate come lame Miracle Blade:
"oui, c'est naturel de porter les fleurs" (arggh!)
e poi ancora, Helena, che aveva visitato il cimitero parigino: "Ho visto una tomba tutta piena di bacetti a Père Lachaise..."
(io: "Di Oscar Wilde!")
"ah, Oscar Wilde."
E l'altra: "Qui??";
Helena: "Oscar Wilde est connu pour.......? Qui était-il?"
traduco: "Oscar Wilde è conosciuto per....? Chi era?"
Il cuore si ferma. Contrazioni da donna partoriente mi lacerano il basso ventre. Il sangue mi ribolle nelle vene. Sudo. Ma qui, diversamente dall'inizio, stavo male male male. Avere 20 anni senza sapere chi minchia è Oscar Wilde è un delitto. Anche se sei francese, anche se hai il naso all'insù, anche se ti scoperei nel giro di 4 secondi e mezzo, anche se bevi vino rosso. Delitto.
E un delitto esige un castigo. Verrai ripagata con una buona dose di depressione lesbica.
E quindi, nelle ore successive, se non ti è bastato il cazziatone sui cimiteri, avrai lezioncine sulla Legge di Murphy, sul senso di Vale per la neve, mi sentirai cantare canzoni che ho scritto quando ero triste, ma soprattutto mi vedrai brindare intonando Milord di Edith Piaf che in quanto a depressione a palate, lei, la cara Edith, non la batteva nessuno.
Magari alla fine le ho affascinate 'ste francesine qui, ma a me era sceso l'entusiasmo dopo l'empasse su Wilde. Non v'amo più, insomma. Moi non plus.
epilogo.
A casa, mamma: "carine le francesi, no? Soprattutto Helena, mi ricordava un po' l'E. (colei che mi etichettò gloriosamente "lesbica depressa", ndr).
Io: "mmmmmmm. Abbiamo parlato di Père LaChaise".
Mamma: "Cazzo, Vale, anche tu però, le parli di cimiteri.....!"
venerdì 11 dicembre 2009
Lesbo fesciòn per ragazze anaffettive
L'altro giorno su Facebook m'imbatto in questa pubblicità:
"Lesbian Gifts for Christmas".
Curiosa come una biscia d'acqua, clicco sul link: http://shop.littlemstees.com/
Andateci anche voi prima di leggere qualsiasi mio commento.
Sta per iniziare una nuova puntata del piccolo manifesto programmatico.
Chi non ha mai desiderato una maglietta per urlare ai 4 venti la propria preferenza sessuale, per la serie "LOUD&PROUD"??!
Il primo anno di università conobbi una ragazza fuori dall'ordinario (e di cui ovviamente non sono più amica, perché perdo le amicizie con la facilità con cui si dimenticano gli ombrelli nella sala d'attesa del medico) con cui partorivo idee a metà strada tra il dadà e il surrealismo.
Ad esempio, durante il cambio aula tutti vanno in bagno. Qui a Biggì (almeno nella mia facoltà) l'80% sono ragazze e ciò crea un intasamento terribile nelle toilette femminili.
Ovviare si può, certo. Andando in quello dei maschi.
Fu così che l'uniposca giallo della mia amica tracciò una scritta che aveva del sacro:
La lezione continuava e il disegno prendeva sempre più forma sotto gli occhi meravigliati di me e del mio allora-non-ancora-ex; davanti al pene prossimo all'esplosione stava un deretano impaurito corredato da proboscide genitale intirizzita.
Pareva l'immagine del coltello nel burro, dell'aereo contro le Torri Gemelle, un'ineluttabilità copulante prossima al dato fattuale. Cotanto accostamento esigeva una frase nonsense:
SONO LESBICA.
- riuscii a dire solo quello. Non mi spiego ancora come mai mi uscii quella frase, non c'entrava nulla col disegno. Ma secondo tutti ci stava, insomma, aveva un suo perché.
Si sviluppò in seguito l'idea (mai realizzata) di far stampare su maglia quel disegno.
Credo di averlo ancora da qualche parte, quel pezzo di carta.
Ma non sarei mai andata in giro con una maglietta così, né tantomeno con quelle che vendono sul sito di cui sopra. No.
Il mio slogan personalizzato è tutt'altro che ganzo e cool come il mondo patinato di L Word.
Naaaaa. Io penso al Dosto (M'inventavo la vita pur di viverne almeno un po') e scrivo:
oppure
(una risata amara vi seppellirà)
"Lesbian Gifts for Christmas".
Curiosa come una biscia d'acqua, clicco sul link: http://shop.littlemstees.com/
Andateci anche voi prima di leggere qualsiasi mio commento.
Intervallo!
Sta per iniziare una nuova puntata del piccolo manifesto programmatico.
Chi non ha mai desiderato una maglietta per urlare ai 4 venti la propria preferenza sessuale, per la serie "LOUD&PROUD"??!
Il primo anno di università conobbi una ragazza fuori dall'ordinario (e di cui ovviamente non sono più amica, perché perdo le amicizie con la facilità con cui si dimenticano gli ombrelli nella sala d'attesa del medico) con cui partorivo idee a metà strada tra il dadà e il surrealismo.
Ad esempio, durante il cambio aula tutti vanno in bagno. Qui a Biggì (almeno nella mia facoltà) l'80% sono ragazze e ciò crea un intasamento terribile nelle toilette femminili.
Ovviare si può, certo. Andando in quello dei maschi.
Fu così che l'uniposca giallo della mia amica tracciò una scritta che aveva del sacro:
BAGNO LESBINO.
Durante una lezione di inglese la cara ragazza iniziò a disegnare un pene in erezione. Sembrava vero, aveve vene, aveva tensione, insomma, pareva il risultato di continue attente osservazioni dal vivo. Invece no, la mia amica era ancora casta e pura: aveva usato solo molta immaginazione e fantasia.Ma non ci fu solo quello.
La lezione continuava e il disegno prendeva sempre più forma sotto gli occhi meravigliati di me e del mio allora-non-ancora-ex; davanti al pene prossimo all'esplosione stava un deretano impaurito corredato da proboscide genitale intirizzita.
Pareva l'immagine del coltello nel burro, dell'aereo contro le Torri Gemelle, un'ineluttabilità copulante prossima al dato fattuale. Cotanto accostamento esigeva una frase nonsense:
SONO LESBICA.
- riuscii a dire solo quello. Non mi spiego ancora come mai mi uscii quella frase, non c'entrava nulla col disegno. Ma secondo tutti ci stava, insomma, aveva un suo perché.
Si sviluppò in seguito l'idea (mai realizzata) di far stampare su maglia quel disegno.
Credo di averlo ancora da qualche parte, quel pezzo di carta.
Ma non sarei mai andata in giro con una maglietta così, né tantomeno con quelle che vendono sul sito di cui sopra. No.
Il mio slogan personalizzato è tutt'altro che ganzo e cool come il mondo patinato di L Word.
Naaaaa. Io penso al Dosto (M'inventavo la vita pur di viverne almeno un po') e scrivo:
L'unica cosa che gli altri trovano interessante in me è la mia non eterosessualità
oppure
Parlo solo della mia omosessualità perché la mia vita sociale non esiste
o ancora
Cerco di fare la lesbica allegra ma in realtà sono anaffettiva
o piuttosto
Antilesbica e seduttrice di etero: quanto sono snob da 1 a 10?
(una risata amara vi seppellirà)
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martedì 8 dicembre 2009
s(low)
...transport, motorways and tramlines
starting and then stopping
taking off and landing...
starting and then stopping
taking off and landing...
Idiota, rallenta! Rallenta!
Perché quello dietro di me suona come un pazzo? Abbaia solo a me.
Le vene del collo che gli esplodono, che sputa, rosso come un peperone, che perde il controllo e io lo vedo in ralenti. Un mostro. Le sue grida diventano un ammasso indistinto di suoni, una matassa senza inizio né fine.
Ritorno alla realtà.
Ma 'sto scemo non vede che c'è scritto "SCUOLA GUIDA"?
Francesco, l'istruttore, scuote la testa e con forte accento siciliano gli dedica un minchione di tutto cuore.
Ma perché al volante tutti sembrano delle scimmie urlanti uscite dal più vicino manicomio? E perché se non parto con la sgommata vengo considerata una perdente? E perché mio nonno invece non mette mai in terza e la macchina muggisce come una mucca che viene munta male?
Sono queste le questioni che mi frullano in testa mentre prendo l'ennesima guida.
Io odio stare in strada. Ho la patente da 3 anni ma avrò preso la macchina sì e no 2 volte. Puntualmente mi sono sentita male.
Ora (non so ancora spiegarmi il perché) ho avuto quest'impulso omicida di buttarmi in strada. Ma sì, al bando l'insicurezza! Eppure qualche miglioramento c'è stato. Impercettibile.
L'unica risposta che mi do è che sono davvero innamorata per riprendere a guidare; 3 anni fa mi ero lasciata con il mio storico ex, non vedevo nessun motivo per mettermi al volante. Ora ne vedo uno che è grande come una casa. Sono motivata, ecco.
Ma continuo a odiare la strada che 2 anni fa si è presa il mio amico d'infanzia. La odio perché lui amava andare veloce in moto.
/arricchisco il piccolo manifesto programmatico/
Io sono un dinosauro: appartengo al passato e mi faccio soggiogare dai ricordi. Sono vittima di sensazioni e di odori legati a momenti vissuti. Tendo a legare ogni fatto a una data, guardo le coincidenze, leggo i segni. Sono una 24enne con la mente e il corpo di una bambina che grida vendetta.
Mi lamento di tutto, di me stessa, sbuffo a ritmo, uso la classica scusa del "è un periodo difficile", approfitto di alibi forniti dagli altri per giustificare ogni mia più piccola mancanza, ma non faccio mai nulla per migliorare. Anzi, mi crogiolo in questo mio infinito malessere.
La mia vendetta, poi, è costituita da mille torti subiti quando ero bambina e su cui ora fondo il mio carattere. Sono essenzialmente immatura.
La mia più grande mancanza (che tutti mi hanno fatto notare, chi più, chi meno) era la guida. Non ho mai guidato per paura, per insicurezza e per pigrizia.
Sono pigra. Amo dormire, amo l'ozio, amo non fare nulla.
Non lavoro. Non guadagno, non produco. Sono un parassita. Sono una pessima persona. E me ne vanto.
Sono lenta.
Vivessi in un modo perfetto, ascolterei sempre i dischi dei Low, degli Slowdive e dei The Clientele.
Perché la lentezza fa parte di me, perché mi chiamo Va-lentina.



Perché quello dietro di me suona come un pazzo? Abbaia solo a me.
Le vene del collo che gli esplodono, che sputa, rosso come un peperone, che perde il controllo e io lo vedo in ralenti. Un mostro. Le sue grida diventano un ammasso indistinto di suoni, una matassa senza inizio né fine.
Ritorno alla realtà.
Ma 'sto scemo non vede che c'è scritto "SCUOLA GUIDA"?
Francesco, l'istruttore, scuote la testa e con forte accento siciliano gli dedica un minchione di tutto cuore.
Ma perché al volante tutti sembrano delle scimmie urlanti uscite dal più vicino manicomio? E perché se non parto con la sgommata vengo considerata una perdente? E perché mio nonno invece non mette mai in terza e la macchina muggisce come una mucca che viene munta male?
Sono queste le questioni che mi frullano in testa mentre prendo l'ennesima guida.
Io odio stare in strada. Ho la patente da 3 anni ma avrò preso la macchina sì e no 2 volte. Puntualmente mi sono sentita male.
Ora (non so ancora spiegarmi il perché) ho avuto quest'impulso omicida di buttarmi in strada. Ma sì, al bando l'insicurezza! Eppure qualche miglioramento c'è stato. Impercettibile.
L'unica risposta che mi do è che sono davvero innamorata per riprendere a guidare; 3 anni fa mi ero lasciata con il mio storico ex, non vedevo nessun motivo per mettermi al volante. Ora ne vedo uno che è grande come una casa. Sono motivata, ecco.
Ma continuo a odiare la strada che 2 anni fa si è presa il mio amico d'infanzia. La odio perché lui amava andare veloce in moto.
/arricchisco il piccolo manifesto programmatico/
Io sono un dinosauro: appartengo al passato e mi faccio soggiogare dai ricordi. Sono vittima di sensazioni e di odori legati a momenti vissuti. Tendo a legare ogni fatto a una data, guardo le coincidenze, leggo i segni. Sono una 24enne con la mente e il corpo di una bambina che grida vendetta.
Mi lamento di tutto, di me stessa, sbuffo a ritmo, uso la classica scusa del "è un periodo difficile", approfitto di alibi forniti dagli altri per giustificare ogni mia più piccola mancanza, ma non faccio mai nulla per migliorare. Anzi, mi crogiolo in questo mio infinito malessere.
La mia vendetta, poi, è costituita da mille torti subiti quando ero bambina e su cui ora fondo il mio carattere. Sono essenzialmente immatura.
La mia più grande mancanza (che tutti mi hanno fatto notare, chi più, chi meno) era la guida. Non ho mai guidato per paura, per insicurezza e per pigrizia.
Sono pigra. Amo dormire, amo l'ozio, amo non fare nulla.
Non lavoro. Non guadagno, non produco. Sono un parassita. Sono una pessima persona. E me ne vanto.
Sono lenta.
Vivessi in un modo perfetto, ascolterei sempre i dischi dei Low, degli Slowdive e dei The Clientele.
Perché la lentezza fa parte di me, perché mi chiamo Va-lentina.
giovedì 26 novembre 2009
Sa di spirito adolescente (e puzza di bruciato)
Tutte noi abbiamo avuto l'amica tossica, o punk, o dark, o autolesionista, o ribelle del cazzo, comunista, rasta, fattona. Quella che ha ci ha iniziato all'adolescenza facendoci ascoltare i Doors, i Nirvana e Bob Marley. Quella che chiamava i genitori per nome. Che era l'eterna assente al liceo.
Questa è la storia di L., aka Butty.
Butty l'ho conosciuta i primi giorni di liceo. Era settembre/ottobre del 1999, avevo appena compiuto 14 anni. Lei dimostrava 5 anni in più: capello lungo alla cugino It, doppie punte a go-go, effetto scopa di saggina in testa; alta molto più degli altri; classico maglione sformato di lana infeltrita, jeans coi buchi, Nike essenzialmente rovinate.
Gli occhi: svaniti da tempo immemore.
Mi avvicinai a lei ad educazione fisica, durante una partita di pallavolo. Si sa, gli esemplari di maschio 14enne (e ne avevamo ben 4 su una classe di 22 persone) non chiamano mai per nome le ragazze, per non correre il rischio di sembrare dei proto-froci effeminati. No, loro usano il cognome.
La Butty, indispettita da ciò, coniò per me un soprannome: Zilly. Tanto per rendere l'idea di quanto piacque: nessuno dei miei compagni di classe riesce tuttora a chiamarmi Vale.
Ma Zilly non era solo un soprannome. Era anche un manifesto di pensiero, prontamente stilato dalla Butty stessa. Lo slogan, partorito dopo una manifestazione di inizio ottobre in occasione della quale aizzai tutta la classe alla rivoluzione - invece di stare seduti nei banchi -, fu scritto sulla lavagna dell'aula: "Zilly for president".
Ma non ero io l'alternativa, la politica, la ribelle. Mi limitavo a proiettare e a caricare su di me tutto ciò che di alternativo e folle vedevo in lei: le canne, il culto di Buffalo Soldier, le bigiate, l'ostentare con quel perfetto mix di arroganza e vittimismo il cliché (ormai sgualcito tanto è stato masticato) del ribelle perdente trasandato, preda del malessere adolescenziale.
Per me era tutto nuovo, un mondo affascinante ai miei occhi di 14enne. Un mondo intriso del più semplicistico menefreghismo e di una calma apparente, pronta ad esplodere.
La Butty, in effetti, era sempre calma. Calma quando, in camera sua, apriva il lucchetto di un baule e tirava fuori la bottiglia di crema whisky. Tranquilla quando si rollava una canna e salutava i suoi con un "Ciao Dani, ciao Franco" mentre uscivano per l'ultimo dell'anno, lasciando così la casa a noi e altre due ragazze assolutamente folli (che, col passare degli anni, si sarebbero trasformate nella più gretta forma umana esistente: le beghine ante-litteram, ossia vecchie già a 19 anni).
Quel Capodanno fu memorabile [era il '99-'00 e tutti avevano paura del Millenium Bug. Ma ho un dubbio enorme ora, forse era il 2000-2001?]; io avevo portato 40 polpette (il gatto della Butty ancora se le sogna di notte, immagino), la Butty aveva nascosto un piccolo esercito alcoolico in camera sua. Tra fumi di canne (io non fumavo manco!) e fiumi di vodka versata sul tappeto, tornai a casa con i vestiti pregni del famoso odore dolciastro .
Nella leggenda la domanda di mamma: "Ma il papà della Butty fuma la pipa?"
Con lei vedevo i manga su Antenna3, i video sugli UFO e, ricordo come se fosse ora, Karate Kid 4 (con una giovanissima Hillary Swank a porre il primo mattone nella costruzione del perfetto androgino femminino, sviluppatosi poi con Boys Don't Cry e Million Dollar Baby).
La Butty era capace di cose grandiose: scrivere nel tema di seconda liceo un panegirico a Buffalo Soldier con annessa santificazione di Bob Marley; scappare alle 8.08 dalla finestra della classe (eravamo al primo piano) per poi entrare alla seconda ora; farmi comprare la cassetta dei Prozac+ con Acido/acida; costringermi a vedere Dawson's Creek per farle il riassunto perché lei era in camera col suo morosetto (poi Dawson's Creek mi iniziò a piacere davvero e anche a voi, non negatelo!); ma soprattutto mediare con uno spacciatore 30enne per avere un cartone. [Butty, cosa è? Un anime?].
Lei, proprio lei, che andava in giro sempre col Vicks Inalante, fu la prima a sapere di me. Io, cotta di una compagna di classe, rivelai alla Butty, con estrema insicurezza e imbarazzo (ricordo ancora la voce tremolante), che provavo un'attrazione per S..
Lei la prese benissimo, consigliandomi di non dirlo a nessuno, però.
Con la Butty sfottevo un'altra compagna di classe, solo perché arrivava dalle Valli (e quindi un'ingenua Heidi bergamasca) e perché era la più brava, chiamandola Nefertiti (c'era una palese somiglianza con la statua della regina egizia).
Nefe, in seguito, divenne la mia migliore amica di liceo e, 3 anni più tardi, una notte del luglio 2003, mi avrebbe rivelato che tutta la classe sapeva di me già dalla seconda liceo, perché la Butty aveva diffuso la lettera che scrissi a S..
Un compagno di liceo mi confessò che ne custodiva una copia nel portafoglio (la Butty aveva davvero pensato a tutto, provvedendo anche alla fotocopia della lettera). Non ci credevo. Me ne recitò uno stralcio a memoria.
Dalla terza superiore la Butty cambiò sezione. La vedevo nei corridoi, bruciatissima e fumata, a mangiare snicker; la vedevo trascinarsi il corpo, come uno zombie.
In quarta ebbe un incidente. Venne quasi messa sotto da un'anziana signora al volante.
Mi dissero che stava perdendo l'olfatto, e capii immediatamente. La incontrai davanti a un bar, qualche tempo dopo. Con voce sempre più corrosa dalla droga mi chiese se volevo della bamba.
Ora la Butty batte. Sembra un pessimo gioco di parole, ma è così.
Con i soldi ricevuti dalla vecchia al volante, la Butty si è cercata casa. Abita nel mio stesso paese, 2 minuti a piedi da casa mia. Quest'estate l'ho vista più volte andare in giro con mini abiti, cosce al vento e tette fuori, magrissima, sempre in compagnia di uomini diversi. Brutti ceffi.
Riceve in casa, 50 euro, per pagarsi la roba, si buca. Mi hanno detto.
Ah, non ho neanche spiegato perché veniva chiamata Butty. C'era un barbone, nel paese dove abitava prima, che era soprannominato "ol Butì". Dicevano che somigliasse a lei.
Questa è la storia di L., aka Butty.
Butty l'ho conosciuta i primi giorni di liceo. Era settembre/ottobre del 1999, avevo appena compiuto 14 anni. Lei dimostrava 5 anni in più: capello lungo alla cugino It, doppie punte a go-go, effetto scopa di saggina in testa; alta molto più degli altri; classico maglione sformato di lana infeltrita, jeans coi buchi, Nike essenzialmente rovinate.
Gli occhi: svaniti da tempo immemore.
Mi avvicinai a lei ad educazione fisica, durante una partita di pallavolo. Si sa, gli esemplari di maschio 14enne (e ne avevamo ben 4 su una classe di 22 persone) non chiamano mai per nome le ragazze, per non correre il rischio di sembrare dei proto-froci effeminati. No, loro usano il cognome.
La Butty, indispettita da ciò, coniò per me un soprannome: Zilly. Tanto per rendere l'idea di quanto piacque: nessuno dei miei compagni di classe riesce tuttora a chiamarmi Vale.
Ma Zilly non era solo un soprannome. Era anche un manifesto di pensiero, prontamente stilato dalla Butty stessa. Lo slogan, partorito dopo una manifestazione di inizio ottobre in occasione della quale aizzai tutta la classe alla rivoluzione - invece di stare seduti nei banchi -, fu scritto sulla lavagna dell'aula: "Zilly for president".
Ma non ero io l'alternativa, la politica, la ribelle. Mi limitavo a proiettare e a caricare su di me tutto ciò che di alternativo e folle vedevo in lei: le canne, il culto di Buffalo Soldier, le bigiate, l'ostentare con quel perfetto mix di arroganza e vittimismo il cliché (ormai sgualcito tanto è stato masticato) del ribelle perdente trasandato, preda del malessere adolescenziale.
Per me era tutto nuovo, un mondo affascinante ai miei occhi di 14enne. Un mondo intriso del più semplicistico menefreghismo e di una calma apparente, pronta ad esplodere.
La Butty, in effetti, era sempre calma. Calma quando, in camera sua, apriva il lucchetto di un baule e tirava fuori la bottiglia di crema whisky. Tranquilla quando si rollava una canna e salutava i suoi con un "Ciao Dani, ciao Franco" mentre uscivano per l'ultimo dell'anno, lasciando così la casa a noi e altre due ragazze assolutamente folli (che, col passare degli anni, si sarebbero trasformate nella più gretta forma umana esistente: le beghine ante-litteram, ossia vecchie già a 19 anni).
Quel Capodanno fu memorabile [era il '99-'00 e tutti avevano paura del Millenium Bug. Ma ho un dubbio enorme ora, forse era il 2000-2001?]; io avevo portato 40 polpette (il gatto della Butty ancora se le sogna di notte, immagino), la Butty aveva nascosto un piccolo esercito alcoolico in camera sua. Tra fumi di canne (io non fumavo manco!) e fiumi di vodka versata sul tappeto, tornai a casa con i vestiti pregni del famoso odore dolciastro .
Nella leggenda la domanda di mamma: "Ma il papà della Butty fuma la pipa?"
Con lei vedevo i manga su Antenna3, i video sugli UFO e, ricordo come se fosse ora, Karate Kid 4 (con una giovanissima Hillary Swank a porre il primo mattone nella costruzione del perfetto androgino femminino, sviluppatosi poi con Boys Don't Cry e Million Dollar Baby).
La Butty era capace di cose grandiose: scrivere nel tema di seconda liceo un panegirico a Buffalo Soldier con annessa santificazione di Bob Marley; scappare alle 8.08 dalla finestra della classe (eravamo al primo piano) per poi entrare alla seconda ora; farmi comprare la cassetta dei Prozac+ con Acido/acida; costringermi a vedere Dawson's Creek per farle il riassunto perché lei era in camera col suo morosetto (poi Dawson's Creek mi iniziò a piacere davvero e anche a voi, non negatelo!); ma soprattutto mediare con uno spacciatore 30enne per avere un cartone. [Butty, cosa è? Un anime?].
Lei, proprio lei, che andava in giro sempre col Vicks Inalante, fu la prima a sapere di me. Io, cotta di una compagna di classe, rivelai alla Butty, con estrema insicurezza e imbarazzo (ricordo ancora la voce tremolante), che provavo un'attrazione per S..
Lei la prese benissimo, consigliandomi di non dirlo a nessuno, però.
Con la Butty sfottevo un'altra compagna di classe, solo perché arrivava dalle Valli (e quindi un'ingenua Heidi bergamasca) e perché era la più brava, chiamandola Nefertiti (c'era una palese somiglianza con la statua della regina egizia).
Nefe, in seguito, divenne la mia migliore amica di liceo e, 3 anni più tardi, una notte del luglio 2003, mi avrebbe rivelato che tutta la classe sapeva di me già dalla seconda liceo, perché la Butty aveva diffuso la lettera che scrissi a S..
Un compagno di liceo mi confessò che ne custodiva una copia nel portafoglio (la Butty aveva davvero pensato a tutto, provvedendo anche alla fotocopia della lettera). Non ci credevo. Me ne recitò uno stralcio a memoria.
Dalla terza superiore la Butty cambiò sezione. La vedevo nei corridoi, bruciatissima e fumata, a mangiare snicker; la vedevo trascinarsi il corpo, come uno zombie.
In quarta ebbe un incidente. Venne quasi messa sotto da un'anziana signora al volante.
Mi dissero che stava perdendo l'olfatto, e capii immediatamente. La incontrai davanti a un bar, qualche tempo dopo. Con voce sempre più corrosa dalla droga mi chiese se volevo della bamba.
Ora la Butty batte. Sembra un pessimo gioco di parole, ma è così.
Con i soldi ricevuti dalla vecchia al volante, la Butty si è cercata casa. Abita nel mio stesso paese, 2 minuti a piedi da casa mia. Quest'estate l'ho vista più volte andare in giro con mini abiti, cosce al vento e tette fuori, magrissima, sempre in compagnia di uomini diversi. Brutti ceffi.
Riceve in casa, 50 euro, per pagarsi la roba, si buca. Mi hanno detto.
Ah, non ho neanche spiegato perché veniva chiamata Butty. C'era un barbone, nel paese dove abitava prima, che era soprannominato "ol Butì". Dicevano che somigliasse a lei.
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giovedì 19 novembre 2009
Pessima mira
Una volta mi vantavo del mio radar che mi consentiva di riconoscere una lesbica a 5 metri di distanza. Le beccavo tutte, inspiegabilmente, il CICAP mi aveva perfino contattato per studiare questa mia dote innata.
Una volta.
Sto perdendo colpi, ahimé, collezionando una figuraccia dietro l'altra.
L'anno scorso, cotta cottissima dell'assistente androgina del mio professore, aspettai a fare l'esame per dirle che mi piaceva molto. Dopo essere diventata paonazza e verde (?), si mise a ridere un po' impacciata, un po' imbarazzata, un po' a disagio, dicendomi che tutti credono che lo sia mentre a lei non interessa, non sa, non vuole sapere. Non desidera nessuno.
Appartiene al gruppo delle grandi incognite che usciranno dall'armadio a 40 anni e vivranno la loro personale Woodstock cercando di recuperare il tempo perduto.
Beh, ci avevo visto male, ma fiutai che c'era qualcosa di latente in atto.
Ecco, lei è il mio sogno proibito: altissima, magrissima, sempre stanca, sempre un po' scazzata, un cervello immenso e inesplorato, borse di studio e borse sotto gli occhi, che ama gli Smiths e che porta le magliette dei Joy Division durante le lezioni. Tipo che ti amo, quasi.
Ma sei inarrivabile, my dear. E sei pure un mistero.
Non mi sembrava per niente un mistero una ragazza che sta facendo il laboratorio teatrale con me: viso da ragazzo, voce mascolina, modi di fare palesemente palesi, calcetto femminile, la classico tomboy. Era una partita facile.
Pessima mira. In un momento di debolezza le dico: "scusa se mi faccio gli affari tuoi, ma sono lesbica quanto te". Mi aspettavo uno sguardo solidale, tipo ehyanchetumaddai?, invece "no, guarda, me l'hanno detto tutti e ci sono anche abituata, ma non è così".
Speck.
La mia prossima scommessa è la regista che ci tiene il laboratorio teatrale. Classica bellezza androgina, capello corto biondo, mai un filo di trucco. Riesce a starmi bene anche in tuta. E poi suda e le vengono le pezze. Ti stimo, sorella.
Una volta.
Sto perdendo colpi, ahimé, collezionando una figuraccia dietro l'altra.
L'anno scorso, cotta cottissima dell'assistente androgina del mio professore, aspettai a fare l'esame per dirle che mi piaceva molto. Dopo essere diventata paonazza e verde (?), si mise a ridere un po' impacciata, un po' imbarazzata, un po' a disagio, dicendomi che tutti credono che lo sia mentre a lei non interessa, non sa, non vuole sapere. Non desidera nessuno.
Appartiene al gruppo delle grandi incognite che usciranno dall'armadio a 40 anni e vivranno la loro personale Woodstock cercando di recuperare il tempo perduto.
Beh, ci avevo visto male, ma fiutai che c'era qualcosa di latente in atto.
Ecco, lei è il mio sogno proibito: altissima, magrissima, sempre stanca, sempre un po' scazzata, un cervello immenso e inesplorato, borse di studio e borse sotto gli occhi, che ama gli Smiths e che porta le magliette dei Joy Division durante le lezioni. Tipo che ti amo, quasi.
Ma sei inarrivabile, my dear. E sei pure un mistero.
Non mi sembrava per niente un mistero una ragazza che sta facendo il laboratorio teatrale con me: viso da ragazzo, voce mascolina, modi di fare palesemente palesi, calcetto femminile, la classico tomboy. Era una partita facile.
Pessima mira. In un momento di debolezza le dico: "scusa se mi faccio gli affari tuoi, ma sono lesbica quanto te". Mi aspettavo uno sguardo solidale, tipo ehyanchetumaddai?, invece "no, guarda, me l'hanno detto tutti e ci sono anche abituata, ma non è così".
Speck.
La mia prossima scommessa è la regista che ci tiene il laboratorio teatrale. Classica bellezza androgina, capello corto biondo, mai un filo di trucco. Riesce a starmi bene anche in tuta. E poi suda e le vengono le pezze. Ti stimo, sorella.
martedì 8 settembre 2009
Once upon a time you dressed so fine...
Mi ammiro allo specchio i capelli senza luce senza forma e poco morbidi che assomigliano vagamente alla scopa saggina. Mi viene in mente una delle mie professoresse, il primo anno di Università: il soprannome era per tutti Marzulla.
La somiglianza era più che evidente: separati alla nascita si dice, no?
La pettinatura alla paggio Fernando si sposava così bene con i colori degli abiti: gonna blu, cappotto marrone. Un abbinamento così infelice non si era mai visto manco nel mio piccolo comune popolato da fiere beghine che apprezzano i capi del mercato fino a decantarne la composizione finto viscosa. No, blu con marrone è deprimente.
Neanche una modella con un fisico perfetto sarebbe riuscita a nobilitare quel pannolenci clericale dall'infelice abbinamento cromatico. Addosso alla Marzulla il risultato era più triste di un'umida giornata ventosa di Novembre anche se, bisogna ammetterlo, c'era una (misteriosa) logica.
Il suo viso andava a braccetto con quei colori: un viso che ricorda I mangiatori di patate di Van Gogh, una bella bietola appena colta, un fiero incarnato color tubero.
Oh, Marzulla! Tu detti legge!
Sinceramente: non c'è professore universitario che si sappia vestire bene, almeno quelli della mia facoltà.
Una mia professoressa, chiaramente ma non dichiaratamente lesbica, ormai verso i sessanta (quindi femminista, comunista e che dà del tu a noi studenti perché ci vede ggggiovani sbarbati - oddio, sbarbati mica tanto, nella mia facoltà 9 su 10 sono ragazze), ha uno stile che può ricordare (e qui ricordo al discorso del post precedente) il personaggio di Fiona di About a boy.
La somiglianza era più che evidente: separati alla nascita si dice, no?
La pettinatura alla paggio Fernando si sposava così bene con i colori degli abiti: gonna blu, cappotto marrone. Un abbinamento così infelice non si era mai visto manco nel mio piccolo comune popolato da fiere beghine che apprezzano i capi del mercato fino a decantarne la composizione finto viscosa. No, blu con marrone è deprimente.
Neanche una modella con un fisico perfetto sarebbe riuscita a nobilitare quel pannolenci clericale dall'infelice abbinamento cromatico. Addosso alla Marzulla il risultato era più triste di un'umida giornata ventosa di Novembre anche se, bisogna ammetterlo, c'era una (misteriosa) logica.
Il suo viso andava a braccetto con quei colori: un viso che ricorda I mangiatori di patate di Van Gogh, una bella bietola appena colta, un fiero incarnato color tubero.
Oh, Marzulla! Tu detti legge!
Sinceramente: non c'è professore universitario che si sappia vestire bene, almeno quelli della mia facoltà.
Una mia professoressa, chiaramente ma non dichiaratamente lesbica, ormai verso i sessanta (quindi femminista, comunista e che dà del tu a noi studenti perché ci vede ggggiovani sbarbati - oddio, sbarbati mica tanto, nella mia facoltà 9 su 10 sono ragazze), ha uno stile che può ricordare (e qui ricordo al discorso del post precedente) il personaggio di Fiona di About a boy.
Così invece scrissi sul mio moleskine, proprio davanti alla profe (sono una da prima fila non perché segua assiduamente e risponda in modo isterico alle sue osservazioni critico-metodologiche, ma perché, si sa, i profe non guardano MAI chi sta attaccato alla cattedra. E poi questa ha ovviamente una cotta per me da quando ho volontariamente musicato una poesia del 1800 suonandola davanti a tutto il corso - alla Joni Mitchell, insomma)....dicevo, mi appuntai subito sul taccuino: "Se c'è un limite, M. lo eccede sempre: cappotto di pelo!".
Il cappotto di pelo lo puoi portare se sei una figa tremenda: non guardi in faccia nessuno e dal tuo metro e ottanta te ne sbatti di qualsiasi eventuale commento. Sei una figa, te lo puoi permettere.
Invece no, M. è tremenda.
Quel cappotto, probabilmente appartenuto a un soldato russo morente durante la ritirata da Stalingrado, è un capo hippie style variante lesbo sad. Trasuda tristezza, desolazione: perde pelo come un pastore bergamasco e, come il cane in questione, ha i rasta. E' ovviamente dotato di vita propria.
Indossato da quella grande f. che è la mia profe - un metro e sessanta per 70 e passa chili, capelli rossicci corti e che ricordano la pettinatura di Semola nel "La spada della roccia" della Disney, denti color carboncino e alito di chi con la sigaretta ci è nato - l'effetto è cinematografico: si ha davanti agli occhi il cugino It della famiglia Addams.
Qual visione celestiale! Che maraviglia! La moda italiana dovrebbe solamente inchinarsi a cotanta eleganza! Che lezioni di stile! Altro che letteratura...
Il cappotto di pelo lo puoi portare se sei una figa tremenda: non guardi in faccia nessuno e dal tuo metro e ottanta te ne sbatti di qualsiasi eventuale commento. Sei una figa, te lo puoi permettere.
Invece no, M. è tremenda.
Quel cappotto, probabilmente appartenuto a un soldato russo morente durante la ritirata da Stalingrado, è un capo hippie style variante lesbo sad. Trasuda tristezza, desolazione: perde pelo come un pastore bergamasco e, come il cane in questione, ha i rasta. E' ovviamente dotato di vita propria.
Indossato da quella grande f. che è la mia profe - un metro e sessanta per 70 e passa chili, capelli rossicci corti e che ricordano la pettinatura di Semola nel "La spada della roccia" della Disney, denti color carboncino e alito di chi con la sigaretta ci è nato - l'effetto è cinematografico: si ha davanti agli occhi il cugino It della famiglia Addams.
Qual visione celestiale! Che maraviglia! La moda italiana dovrebbe solamente inchinarsi a cotanta eleganza! Che lezioni di stile! Altro che letteratura...
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