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martedì 26 luglio 2011

I'll Be Your Mirror, 24 Luglio, Alexandra Palace, Londra

'Sti inglesi. Bianchicci e rossi. Le ragazze sanno di marzapane e sono tatuate peso sulle braccia. I ragazzi puzzano di muffa, birra e sudore se ubriachi. E si fanno tatuare ciambelle sui bicipiti. Durante i concerti stanno zitti. Quando c'è da ballare, iniziano a muoversi in preda a un San Vito demoniaco. Tra una canzone e l'altra, se apprezzano, non lesinano applausi. Bastano 25 gradi per farli stare in infradito e bermuda. Un tiepido sole li fa spelare sul collo.
In Inghilterra, come a Parigi, le cornacchie razzolano per terra e non sembrano temere l'uomo. Sono nere - qui a Bergamo solo grigie. Le ho notate mentre si saliva per l'Alexandra Palace, un bel palazzo vittoriano che il weekend appena passato ha ospitato il festival I'LL BE YOUR MIRROR, neonato fratellino b-side dell'All Tomorrow's Parties, mega festival inglese da sogno che da 10 anni dà la possibilità a registi/artisti/band lontane dal panorama mainstream (citiamo Matt Groening, Jim Jarmusch, Pavement, Tortoise...) di scegliere la line-up musicale. Da qui la dicitura "curated by...", sinonimo di garanzia e particolare attenzione ai dettagli.
La formula dell'IBYM è uguale e il "curated by..." di quest'anno non è mai suonato così possente e definitivo. Sì, perché quando leggi Portishead c'è poco da sfogliar verze: quei pochi euri che ti rimangono li usi per prendere il biglietto (ho scelto solo un giorno, la domenica), per prenotare l'aereo e volare a Londra. Digiunerai praticamente per 3 giorni e tornato a casa dirai tante pregherine e farai i compiti, sìsì.
Ma che te frega quando in meno di 12 ore ti vedi in sequenza:
Godspeed You! Black Emperor (già visti a Trezzo, ma che ve lo dico affà?, lì nella West Hall dell'Alexandra Palace non volava una mosca, tutti zitti e concentrati sul violino della bella Sophie; visual davvero belli e suggestivi, soprattutto uno che recitava "The Art of Melancholy" e delle immagini che sembravano provenire dal Malleus Maleficarum; la musica che ti penetrava e sembrava un piacere infinito, con quel climax di archi e riverberi a far da cornice all'orgasmo più complicato che tu abbia mai avuto in vita tua, ma che si scioglie dentro te come il cioccolato caldo di un profiterol. Non so cosa ho scritto ma intendevo esattamente quella sensazione);
Beach House (sarò di parte. Victoria Legrand, dimagrita sempre più, è la donna più sexy del pianeta. Coinvolgente, ruggente, con quel mantra di capelli e di organi, la voce possente che rimbomba e Silver Soul lentissima e lei che tiene lunghissima il "they're moving in the daaaaaaaaaaaaaaaaaaark" e quel daaaaaaaark (qui e qui ne trovate un esempio perfetto rispettivamente al minuto 2:42 e 3:12) lo fa risuonare fino alla vetrata sopra di noi e ammutolisce tutto e tutti. Grandissima interpretazione, passionale, calda, elegante. Il passo successivo della loro carriera sarebbe una bella produzione di Giorgione Moroder, la quadratura del cerchio, l'alfa e l'omega, ché le due nuove canzoni che ho sentito vanno in quella direzione lì, è un '86-'89 gran bello. Poi Alex Scally...con quella faccia lì potrebbe essere il nuovo Orlando Bloom, però molto meno fighetta. A proposito di Scally, l'anno scorso al Magnolia lo bloccai per scambiare due chiacchiere e mi disse che lui la chitarra non l'aveva mai suonata fino al 2004, anno in cui incontrò Victoria. Lui suonicchiava il basso e va totalmente ad orecchio, non sa le posizioni degli accordi, usa principalmente due corde. Ecco, questi aneddoti mi piacciono un sacco e fanno emergere quanta sensibilità musicale ci sia in lui al di là della tecnica, della competenza, della conoscenza dello strumento. Questo per ribadire quanto i Beach House siano uno dei pochi gruppi intelligenti a costruire canzoni pop logiche con un inizio e una fine perfetta e una sensibilità palpabile. Tutto fluisce e scorre senza intoppi, nulla è al caso: la struttura è elegante, sinuosa, gli accordi un incastro perfetto con la linea vocale, che ha un ruolo portante);


Swans (prima volta che li sentivo dopo che almeno 8 persone m'avevano detto che era un'esperienza totale. Un muro di suono. Già senza casse, solo con gli ampli sul palco, ti sanguinavano le orecchie, Michael Gira che sputa, si prende a schiaffi, si deforma la bocca, urla per un minuto intero senza prendere fiato; dietro di lui l'uomo di Neanderthal alle percussioni, dulcimer, clarinetto, melodica e chi più ne ha più ne metta; timpano per 2 minuti a martello con ovazioni da stadio e urla; il tastierista uguale a un mio professore universitario, fighettissimo con occhiali da sole e giacchetta kaki che poi toglie e rivela un buco enorme della camicia sotto l'ascella);
Portishead (la prova schiacciante che Dio esiste, aveva ragione il Dostoe; in alcuni momenti era davvero impossibile non far partire un limone; Beth Gibbons ti dà l'impressione di spezzarsi da un momento all'altro - non la voce, perfetta, un filo, meravigliosa, una foglia autunnale -; e ci snocciolano così, come se fosse niente, The Rip (santiddio raperonzolo), Glory Box (dio bono), Wandering Star, Sour Times, Mysterons, Machine Gun, Silence, Hunter, Roads (mio nonno!!!), We Carry On; e qui la gente cantava, eccome! su Glory Box poi un tizio dietro di noi, in preda a una momentanea confusione sessuale, ha ululato I just wanna be a woman)
e Caribou (bellissimo set, niente da dire, mi sono unita alle danze anch'io che quando mi muovo faccio ridere i polli; i palloncini ci cadono in testa e noi giochiamo; il finale perfetto con una inglese che mi abbraccia e mi dice qualcosa ubriaca sfatta e il marzapane iniziale ha lasciato spazio a un tanfo di san miguel che te lo raccomando. E tutta la notte a ripetere in testa SUN SUN SUN SUN SUN S-SUN).
Un pensiero a chi mi ha ospitato (Riccardo), alla belle dame sans merci, ai ragazzi di Pavia che hanno perso l'aereo di ritorno per 5 minuti.

lunedì 18 luglio 2011

Il RETRORMENTONE s'è fatto rubrica+primo contributo esterno

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Settimana scorsa ho scritto un post intitolato "Passammo l'estate su una spiaggia solitaria". Se non l'avete ancora letto, beh, basta cliccare qui.
Ogni settimana a partire da questa, ci sarà un contributo nuovo con una segnalazione musicale e magari un ricordo (un "biscottino nostalgico") da condividere, collegato più o meno direttamente alla canzone.
La canzone potrà essere un pretesto per ricordare, magari darà il la a un impossibile viaggio nella memoria; farà da tappeto sonoro a un racconto; sarà un background generazionale o una copertina di Linus. O ancora potremmo ripescare e ridare lo smalto a canzoni che potrebbero state scritte l'altro ieri perché sono attuali, hanno sonorità ora riciclatissime oppure, banalmente, il look del cantante è uguale agli hipter dei Navigli ed è stato assorbito e riproposto in chiave "indie".

Ho pensato quindi di chiedere ad alcuni blogger che seguo e apprezzo di scrivere qualcosa in tema e di pubblicarlo da loro o qui.
Il primo risultato di questa collaborazione a distanza è il racconto Amarcord: Scatman, la balbuzie, i bibitoni con la keta di Oblaka/nome dell'utente: Europa dell'Est, cotte infantili e castelli di sabbia, nonché improbabili mosse in pista di ballo, solo per citare alcuni elementi. Colgo l'occasione per ringraziarlo e augurare a voi buona lettura.

venerdì 8 luglio 2011

Futurism vs. Passéism

Scommetto che non ricordi la canzone con cui hai iniziato a strimpellare la chitarra. I primi calli, le stonature, le dita goffe che non riuscivi a piegare. Guardavi scettico la tablatura e scuotevi la testa, strabuzzando gli occhi, e accennavi a un sorriso. Le chiamavi "dita a ragno" e ridevi un sacco. A me ricordava un gioco pauroso che mi faceva sempre mia mamma: la temibile morsa (che lei mimava con la mano ad artiglio) che scendeva in picchiata per portare via i bambini dalle loro madri. La tua prima chitarra l'hai chiamata Martina.

Sei cresciuto col catalogo natalizio dei Giochi Preziosi (annata '92-'93) che sfogliavi avidamente, immaginando fantastiche avventure. Ora seduto sulla tazza del water sfogli il catalogo dell'ikea e ti chiedi se è difficile montare una Hemnes, cassettiera con 8 cassetti, marrone/nero. (sì, lo è)
Sei cresciuto a pane e frittata, istrici Salani, Topolino che t'arrivavano il mercoledì. Latte col Nesquick, Zalet Galbusera col MagoG, le gag di Paperissima commentate all'asilo, Caro Maestro nel '96, Amici Mostri nel '92 con Mauro Serio e una giovanissima Alessia Marcuzzi che, non ancora strafatta di botox, riusciva a competere con Geppi Cucciari (ora Geppi le dà la merda) ma soprattutto il Lion Trophy show su TMC. TMC, sì, quella con un Luciano Rispoli che vent'anni fa era uguale a come è ora, mica come Sabbbrinona Ferilli, che ho visto ieri in una fiction del '97 (apriamo una parentesi: le fiction girate tra il '95 e il '99 paiono vecchissime. Non ancora passati al digitale, le scene, le luci, le inquadrature, ma sopratutto il montaggio, sembrano opera della sapiente mano di un regista televisivo ceceno), e aveva i baffi e le sopracciglia che pareva Elio. Era ruspante, a regazzì.
Sei cresciuto col bambino napoletano dell'19696 - il telefono azzurro per noi. In quegli anni non c'era storia: Adriano Pantaleo era l'asso pigliatutto, l'enfant prodige della fiction e del cinema italiano. (M'immagino i piccoli attori desiderosi di detronizzarlo.) Sei cresciuto col Grillo Parlante (ilota! ilota! ilota! Sembrava Sgarbi che dà della capra al malcapitato di turno) e il registratore FisherPrice col quale registravi le sigle dei cartoni animati e tutti dovevano stare in silenzio - se le CocoRosie non porteranno sul palco almeno uno di questi io me ne andrò indignata.
Ora, con l'iPad in mano, ti chiedi.....
Sei cresciuto?

mercoledì 6 luglio 2011

Rimini, Riccione, capisci?, un altro mondo.


"Porca puttana".
Mi volto e, faccia al sole, scorgo accanto a me un energumeno.
"Scusa, è un'espressione", si affretta a dirmi. "Cazzo di caldo." 1 metro e 80 per (a occhio e croce) 120 chili. Una stazza che mi ricorda Pumba. Un modo di muoversi di chi è in pasta. E se non lo fosse, beh, sarebbe preoccupante pensare che c'è gente così non alterata dalle droghe.
"No, è che vengo da Rimini, e ora torno sulle montagne con le capre, cioé...". Gli chiedo se intende dire Bergamo. "Seh, magari Bergamo, da Clusone. Però io sono di Milano". Noto che lo spostamento Rimini-Clusone è anche un bel cambiamento di paesaggio. Gli chiedo quanto sia stato a Rimini, dandogli del lei. "Ma dammi del tu, cazzo, voi bergamaschi siete tutti così, chiusi!! Si vive una volta sola, cazzo! Secondo te quanti anni ho?". Replico che si vive una volta sola anche dando del lei agli sconosciuti che s'incontrano aspettando il treno. Pumba avrà 30 anni al massimo. "Sì, 28. E cosa mi dai del lei?".
Lo sopporto a malapena. L'accento da bauscia che tutto vuole fuorché essere considerato ignorante e chiuso come i bergamaschi (che poi i bergamaschi sono davvero così??), per poi risultare ancor più ignorante e chiuso; l'abbronzatura atomica (mi chiede persino se gli sembravo olivastro); la mimica da fattanza o presunta tale (avete presente alcuni topi cattivi dei cartoni animati?). In più mi chiede se so quanti soldi servono per aprire un bar.
Arriva il treno e penso che la mia salvezza sia vicina.
E invece no.
Sul treno me lo ritrovo accanto, dopo aver cambiato posto 3 volte (lui) in preda a non so quale danza di s. Vito. Mi riattacca bottone rincarando la dose sui bergamaschi. Secondo lui i veneti, i romagnoli, perfino i bresciani sono ben più affabili. Siamo in sostanza dei pecoroni pettegoli che non capiscono le battute. E a me dipinge come una perfettina, una ragazza tranquilla solo perché a Riccione non ci sono mai stata.
"Rimini, Riccione, capisci? Un altro mondo."
E quindi ribatto. Con sottile ironia rido di lui. Della sua grassa ignoranza che cola dai bordi come lui sta colando dal caldo.
"Nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare il comportamento di un'altra persona. L'unica arma che si può avere in mano è la critica. Essere critici è un diritto e a volte quasi un dovere. Essere critici può tracciare una linea di demarcazione con il becerismo e l'essere accomodanti."
Lui non capisce. Mi saluta. Gli auguro buona doccia.
"Perché, puzzo??"

lunedì 4 luglio 2011

I gatti lo sapranno

Casa tua odora di quelle case che sono state chiuse 300 giorni e improvvisamente per due mesi ritornano a respirare e in poche ore s'impregnano di brezza marina. I muri ringraziano, l'intonaco risplende e anche la tua pelle è più rossa intorno alle gote.
Ma vivi in campagna, in una zona inquietante e bellissima. Mi risuonano in mente i versi di Dante esta selva selvaggia e aspra e forte, ma poi penso che qui avrebbe potuto benissimo vivere Dino Campana, quel folle poeta degli inizi del Novecento. Le sue poesie sanno di alba e di mistero, di oscurità che trascolora e sgocciola nella luce pallida e soffusa del sole delle 4 di mattina. Di camminate eterne e sbronze e visioni.
Tutto qui mi ricorda le canzoni dei Massimo Volume. Quelle lente e impastate di sonno, moderni nocturnes in bilico tra i suoni disadorni della città e l'accordo pieno, maggiore e invitante del canto d'amore dei grilli in mezzo ai campi.

Il tuo gatto mi si para davanti mentre esco dal bagno. Pare che sappia tutto. L'altro, morente, s'è lamentato tutta la notte facendo un verso simile all'assiuolo di Pascoli. Chiu, chiu.
Dopo due giorni i morsi delle zanzare mi pizzicano e la strana bruciatura sul braccio (forse un'abrasione? Una voglia?) mi indica quanto ti ho amato.
Ti guardo mentre guidi, registro tutto in testa. Così penso, così ricordo, così amo.

sabato 25 giugno 2011

Bergamo is in my ears and in my mind


Non vivo in città. Non ci ho mai abitato. Non sono manco nata agli Ospedali Riuniti.
Mia madre ha quasi rischiato di andare a piedi in ospedale per partorire me - era un martedì mattina/sono nata alle 10.30. L'ospedale era davanti alla palazzina dove vivevamo - un complesso chiamato i Gemelli, condomini alti quasi 8 piani. Noi abitavamo al settimo piano e sopra di noi, in mansarda, c'era un omone bruto che una volta è venuto alle mani con mio padre. Sotto di noi, al sesto piano, abitava e credo abiti tuttora l'attuale insegnante di canto di Renga e Ligabue. Quello che ha composto Angeloprenditicuradilei. La moglie del pianista si lamentava perché sentiva i miei piedini battere sulla sua testa.
Al secondo piano abitava l'attuale amica di mia madre, la Roby, e una signora, la Sonia, che aveva un cane, un bobtail (di cui ho messo una foto qui sopra, era troppo simpatica per lasciarla solo come link) che una volta è stato pure drogato dai ladri che hanno potuto agire indisturbati. Era il '92 e nella via lunga (via Rovelli) che collega Borgo Palazzo al paese dove abitavo io si erano insidiate parecchie roulottes abitate da rom desperados che, per campare, vivevano di furtarelli ed elemosina (ma non credo che fossero stati gli zingari a drogare la povera Kira, il bobtail della Sonia). Proprio un giorno del '93 tornammo a casa e trovammo la porta di casa spalancata. Nulla era stato rubato però: i vicini ci raccontarono di aver visto scendere in fretta e furia dei rom, probabilmente allarmati dal suono del citofono - suonato da un corriere che provvidenzialmente doveva recapitare un pacco a mio padre - proprio all'inizio del loro raid.
Mamma ricorda così quell'episodio, con un sorriso e una battuta: "avrebbero trovato gran poco: qualche collana, il computer (un enorme pc del '90 che avrebbero trasportato con non poche difficoltà), forse qualcosa da mangiare in frigo".
Io ero molto scossa (andavo per gli 8 anni) e l'idea che qualcuno avesse potuto entrare in camera mia, rubare Yoghi, il mio orsacchiotto (perché, dalla versione dei vicini, c'era anche uno zingarello piccino), ecco, mi terrorizzava.
Dopo quest'episodio mettemmo la porta blindata, un regalo che avremmo lasciato ai futuri inquilini che dopo un anno e poco più si sarebbero ivi insediati. Prima di lasciare la nostra casettina ai Gemelli e di trasferirci nell'orrendo paese dove tuttora sto (ho la fortuna di avere abbastanza vicina l'A4 e la ferrovia sulla quale passa il regionale Bergamo-Milano, ma soprattutto di abitare proprio nel punto in cui gli aerei, appena decollati da Orio, eseguono la virata), ebbi anche il tempo di inciampare in cortile e di sbattere, rompendolo, uno dei due incisivi superiori contro il fermacancello. Dolore. La mia prima visita dal dentista coincise proprio con quell'episodio: ricordo che per tamponare lo spavento mamma e la madre di mio padre (no, non fatemela chiamare nonna, una parola che implica un minimo di affetto da entrambe le parti e che, nel caso mio, è inesistente) mi portarono da Balzer (che negli anni '90 poteva ancora fregiarsi di essere "il bar più snob di Bergamo"; ora un po' meno) per mangiare la cioccolata.

Il dentista si chiamava Attilio e aveva lo studio in città in una bella via che si collega con Via Masone, a mio parere una delle via più belle di Bergamo che ha pure una villa abbandonata costruita intorno agli anni '20. Avete presente quelle ville tardo liberty con l'edera rampicante e con una bellissima vetrata "bombata"? Ecco, quello è la casa della mia vita. Non me la potrò mai permettere, ma non costa nulla sognare, no?
Una delle cose che ho notato è che, vicino a dove lavoro, c'è un quartiere residenziale per gente con un portafoglio non indifferente. Ogni tanto la mia bici è tampinata da Porsche Carrera, BMW e Mercedes; inoltre il mio sguardo cade, non a caso, sui giardini di queste ville: una ha una specie di cascata in stile moderno, con tanto di stagno e delle "palle d'acciaio" che ricordano vagamente uno stile boccioniano (v. retro dei 20 centesimi italiani); un'altra ha un cane che mi fa venire ogni volta un accidenti, sembra che lo voglia far apposta e ci goda come un riccio; inoltre incontro, con una puntualità impressionante (sono loro in realtà a farmi da orologio e in base alla loro posizione mi rendo conto se sono in anticipo o in ritardo), un signore che porta a spasso il pastore tedesco e una badante moldava che porta a passeggio la vecchina sulla sedia a rotelle e che sta sempre al telefono (à propos, qualcuno mi sa dire se su Facebook esiste un gruppo: "slave/russe/moldave che parlano al cellulare sulle panchine dei parchi?").
Inoltre c'è una villa bellissima e una via, Lesbia Cidonia, che mi fa tanto ridere. Ho scoperto a tal riguardo che Lesbia Cidonia era il soprannome arcadico della poetessa Paolina Secco Suardo, bergamasca anch'essa. A me, tra l'altro, l'Arcadia ha sempre fatto venire in mente un circolo poetico/erotico, con orge e gran banchetti libertini...Arcadia precurritrice della Grande Abbuffata, il film Ferreri con Mastroianni/Tognazzi/Noiret/Piccoli.
A proposito di cibo: qui a Bergamo ci sono due panettieri che hanno quasi lo stesso nome. C'è il più conosciuto Tresoldi, quello con lo slogan "Da trent'anni sul viale" - e la mente va subito qui.
Ma c'è anche il Tresoldi Italo che, con un'abile mossa di ambush marketing (non sapete cos'è? andate qui, orsù!, l'ha scritto la sottoscritta!), ha sfruttato la presunta parentela con il più ben noto Tresoldi per accrescere la propria clientela. Mica stupido!
Mi chiedo perciò se l'Italo e il Tresoldi© siano davvero parenti e, se sì, che tipo di faida sia intercorsa tra i due. Attendo il racconto.

Ecco tutto.
ah, dimenticavo: alcuni numeri di me in bici. Ogni giorno faccio 16km. Riesco a fare 8 km in 22 minuti, andando a una media di 22km/h con 3 kg sulle spalle e non potendo mai cambiare marcia. Ieri notte ho fatto, senza nulla sulle spalle, 6 km in un quarto d'ora, sfiorando quindi i 24km/h. So' cose.

giovedì 16 giugno 2011

Abbracci all'albicocca

Ahi, mi pungi!

Con le donne non c'è questo problema, mi sono detta più volte. Con le donne ci sono ben altri problemi. C'è che ultimamente, ad esempio, non riesco più ad ascoltare certi dischi. Li evito proprio: mi assale una brutta sensazione, un mal di pancia fortissimo, un senso di pesantezza, come quando ci si alza e si ha il sedere anchilosato e le gambe indolenzite.

E poi faccio di tutto per circumnavigare certi pensieri, tipo Stretto dei Dardanelli, Bocche di Bonifacio, maelstrom norvegesi. Tu sei quella cazzo di corrente che trascina giù. Sei la roccia appuntita che non t'aspetti e ti squarcia metà nave. Mi fai battere i denti e serrare le mascelle. Mi pungi!

Vorrei ricominciare a vivere ogni giorno come il tizio di Memento. Ogni giorno imparare i passi elementari, le minime parole per stringere contatti, rieducarmi all'amore. E rimuovo le cose vecchie, inconsapevolmente. Non sogno più, solo ricordi sfumati, sbiaditi, appannati.

Lambisco la vita, per quanto possibile sia farlo. La tocco da lontano, la assaporo con aromi e coloranti. Ma mi chiedo, ogni tanto, com'era vivere davvero. Buttarsi a capofitto, bruciare, dannarsi e maledire tutto.

Ora si cerca di limitare i danni. E via di bende e ferite, e false partenze, e nuovi sapori che mi tengono aggrappata a un'imitazione di vita, a una pallida impressione. E balsami lenitivi curano la mia pelle, e tu, nonostante lontana, mi nutri di abbracci all'albicocca.

lunedì 30 maggio 2011

Primavera Sound

Scene dal Primavera Sound 2011 (aggiornamento)


Belle&Sebastian




Fleet Foxes


PJ Harvey


Animal Collective


Per una migliore visualizzazione vai direttamente su YouTube.

mercoledì 25 maggio 2011

Respiriamo l'aria e viviamo aspettando il Primavera

Domani: inferno/lavoro. Officine del Volo.
Venerdì, sabato, domenica qui.
E poi ancora, tra due mesi, ATP.
E le scadenze che s'avvicinano. Anniversari.

martedì 17 maggio 2011

The rise and fall of Cucciolone


La canzone di commiato la metto all'inizio, mi va così oggi.

I scream, 'scuse me.
Sto vivendo un periodo di profondo spleen infantile.
Si sa, l'ho già scritto, ultimamente è in corso un massiccio revival della fine degli anni '80 e degli inizi degli anni '90 che coincide con la fascia dei venticinquenni-trentenni e con il mutamento di una coscienza critica che si fa col tempo nostalgica e che fa della ricerca di un rifugio temporale un vero e proprio culto del ricordo.
Succede così che a 25 anni e mezzo m'imbatta nella nuova pubblicità del Cucciolone. Stavo annaffiando le piante e non avevo gli occhi incollati allo schermo. Quando però sento: "Nuovo cucciolone, con nuove barzellette!", alzo improvvisamente la testa e, trauma dei traumi (quasi più shockante del bimbo nuovo delle barrette Kinder), mi rendo conto che i disegni di Eldoleo NON CI SONO PIù.

Quando la Algida si chiamava Eldorado, era stata creata una mascotte a fumetti, Eldoleo, un leone che viveva nella savana e che aveva un gruppo di amici, la zebra, l'elefante, la scimmia, l'ippopotamo, protagonisti, sul Cucciolone, delle barzellette che non facevano ridere.
(Un rito per chi, come me, ha vissuto quei rampantissimi anni, era leggere le vignette, non ridere e mangiare in "10-morsi-10" il gelato biscotto.)
Eldoleo e gli altri erano disegnati da Giorgio Cavazzano che era per me a 11 anni l'equivalente di ciò che ora sono Thom Yorke o Cat Power: un dio in terra. A quell'età ero abbonata a Topolino (e lo sarei stata per molto tempo ancora, fino ai 19 anni...poi decisi di disdire l'abbonamento e di mettere su eBay la collezione di quasi 10 anni - 1995-2004. La comprò una giornalista che all'epoca lavorava per l'Ansa e che ora, quasi tutte le sere, è ospite di Vespa a Porta a Porta. Semmai dovesse capitare qui, la saluto caramente.) e riconoscevo ormai a occhi chiusi il tratto della maggior parte degli illustratori. I miei preferiti (la scuola di illustratori - e sceneggiatori - italiani Disney è una delle maggiori, se non la più importante al mondo!) erano appunto Cavazzano (soprannominato Il Maestro), Massimo De Vita, Alessio Coppola, Lorenzo Pastrovicchio, Silvia Ziche (geniale ideatrice della Papernovela del '96!), Fabio Celoni (grande, grandissimo, la sua Soul Papers mi rimarrà sempre nel cuore) e Stefano Intini.

Comprendete, pertanto, il mio disappunto quando ho visto che Eldoleo&co. è stato barbaramente fatto fuori per essere sostituito da disegni che non possono manco lontanamente competere col meraviglioso tratto di Cavazzano.

Vi lascio con quella che ho sempre pensato essere la versione italiana dei Goonies con un sosia di Piersilvio Berlusconi nei panni del fratellone.
Nostalgia a palate.



p.s. il Cucciolone non è mai stato così spesso come quello mostrato nello spot.
p.p.s. il tanto bistrattato gusto Zabaione è stato tolto l'anno scorso e poi rimesso.
p.p.p.s. il biscotto era molto più buono una volta.
p.p.p.p.s. l'esclamazione "Tanto vero!" è deliziosa. Credo di non averla mai sentita in giro.
p.p.p.p.p.s. ma da dove tira fuori i gelati il fratellone?
p.p.p.p.p.p.s. grazie a Giorgio (!) per questa segnalazione.

martedì 26 aprile 2011

Integrazione sociale

Pausa pranzo. Non ancora integrata col gruppo di giovani cross-mediali (e la mente mi va subito lì, a quei tamarri dei Justice di Cross, chissà quando uscirà il nuovo album), mi godo la mia oretta di libertà in solitudine. Snob, direte voi. Macché, oggi voglio mangiarmi un kebab (con la b, la mia meta è il tabiottino dei pakistani all'incrocio) e non essendo la cosa più facile da fare e piacevole da guardare/mostrare (salsa che esce, carne che fa capolino, pomodori fuggiaschi), preferisco tenermi lontana da occhi indiscreti e potenzialmente schifati dal modo poco regale con cui addento il meraviglioso panino.
Ma ecco che, al tabiottino, uno dei due commercianti, mentre mi condisce il panino (poca cipolla, poco piccante) e mi mette da parte una lattina di chinotto (che m'han detto faccia anni '70 e sia retrò), mi allunga il suo cellulare d'ultimagenerazione e mi dice se riesco a impostargli la connessione internet.
schiaffino, leggi bene, l'ennesimo sconosciuto che mi attacca bottone. E mentre il meraviglioso panino si raffredda, sto a parlare con un'operatrice del 155. E naturalmente scrivo su un post-it le istruzioni per configurare la connessione. E prometto che tornerò il giorno successivo (in realtà voglio un kebabbbagggratis) perché ormai "è un affare familiare".

p.s. il kebab era stato incartato in un doppio strato di carta d'alluminio. Ed era delizioso.
p.p.s. mentre scrivo ho accanto un ragazzo orsacchiottoso che canta Stevie Wonder con tanto di falsetto. Vorrei fargli il controcanto. La tentazione è forte. So anche il testo della canzone. Eddai.
p.p.p.s. l'entrata del palazzo dove lavoro è inquietante:
p.p.p.p.s. ricevere i complimenti dal capo non ha prezzo

venerdì 22 aprile 2011

Yes, I know your poetry.

Milano, ore 00.45.
James Blake l'alieno, il watusso, lo Svedese (come direbbe Philip Roth) si è palesato a noi sotto forma umana. Ha fatto 10 canzoni. Limit to your love è durata 10 minuti.
Da commozione Give Me My Month.
E domani gran giro di location per eventi nella Milàn che conta. Per lavoro, né.



aggiornamento 26/4: qui
aggiornamento 9/5: qui

martedì 12 aprile 2011

Amarcord Zainetto*

La cartella nuova ce l'ho. Il diario pure. Di zecca.
Devo solo fare la punta alle matite.

Il mio primo giorno di lavoro. Ci vado in bici, sono solo 8 chilometri.
ViaMichelin mi dice che dovrei metterci 33 minuti, ma ho visto che a fare quasi la stessa strada tre giorni fa ce ne ho impiegati solo 22 (arrivando con la bocca impastata e i polpacci dolenti, sì, vabbé, ok).
Poi c'ho sempre la paranoia che mi freghino la bici, perché è davvero bella. Le avevo dato, a suo tempo, pure un nome: Tootsie. Sì, perché quel rosa antico del telaio mi ricordava la cipria usata da Dustin Hoffman nel film omonimo. Ha pure i cambi ma come suggerisce l'Anna si dev'essere allentato il filo e il cambio m'è rimasto sul quinto, il più bastardo, da qui i polpacci alla Pantani, il fiato corto, la bocca da assunzione di cannabinolo eccetera eccetera.

*Zainetto, l'indimenticabile libro coi compiti delle vacanze per le elementari.


lunedì 14 marzo 2011

Shakedown 1989

Sulla scia dell'ondata nostalgica promossa da schiaffino (hai proprio ragione, il sito della Mulino Bianco è un covo di biscottari che piangono sul làttebbiscotti versato), oggi ho fatto un tuffo all'indietro di 22 anni (!) e, nel reparto regazzini barra audiolibri della Biblioteca Tiraboschi, ho cercato e trovato lui:

Uscito nell'aprile del 1989, Il Cantastorie di Roberto Piumini ha prepotentemente occupato per parecchio tempo una fetta del mio cuore. All'epoca avevo poco più di 3 anni e mio padre, che faceva il bibliotecario, mi portava in esclusiva un sacco di libri bellissimi. Ma nessuno come Il Cantastorie ha superato la prova della memoria e del tempo che tutto fagocita e tutto cancella. Ho conservato preziosamente quelle storie ma soprattutto le 4 canzoni musicate da Giovanni Caviezel, semplici e pure come la magia dell'infanzia, abbinate ai disegni - stupendi - di Anna Curti. M'hanno sempre accompagnato: le cantavo per tener vivo il ricordo, le proponevo a chi le aveva dimenticate o a chi non le aveva mai conosciute, le dedicavo alle persone amate.
Ascoltate ora mi fanno sciogliere come Olivia di Braccio di Ferro.
Ed eccole qui, per voi, caricate su SoundCloud: c'è la storia dell'orso annoiato e quella della mucca golosa di fiori (le due che mi ricordavo di più), quella dell'ippopotamo pancione e l'ultima, toccante, su un ritmo di liscio/valzer su cui avrebbe potuto benissimo cantare Nilla Pizzi (pace all'anima sua), la storia dell'innamoramento della farfalla colorata e del fiore raro.


p.s. Dente o Alessandro Fiori dovrebbero fare una cover di Volava la farfalla

sabato 12 marzo 2011

Un altro giro di giostra

Mi sono chiesta più volte se il freddo o il caldo o la pioggia o la nebbia o la neve hanno un odore o un sapore. Le stagioni m'invadono la bocca e mi salgono su per le narici e mi suggeriscono sensazioni e gusti. A me per esempio la primavera sa di torta di mele un po' farlocca. Tipo quelle che compri all'Auchan e che recano l'indicazione "prodotto ottenuto da semilavorato surgelato". Ne sento l'aroma, ne riconosco il gusto, ma definirla "torta di mele" con tutti i santi crismi sarebbe azzardato. Però l'etichetta porta quella dicitura e ci si vuole credere.
A me la primavera dà quella sensazione lì, d'incompiutezza e di attese. C'è un sentore piacevole in sottofondo, un anelare a qualcosa d'altro. C'è quel gradevolissimo tepore che vorrebbe essere calore ma che calore non è. E' un timido ed impacciato affacciarsi del sole che non sa imporsi sulle nuvole, infatti dopo qualche ora vedi già che il cielo è grigio e che andrà a piovere per una settimana di fila. E' un lento trascolorare di sorrisi e mestizie, di caloriferi spenti ed accesi, di té freddi e cioccolate bollenti.
La primavera è per i lunatici.

on air: Papercuts - I'll See You Later, I Guess

venerdì 4 marzo 2011

Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'azione cattolica

Oggi
m'è arrivato un harmonium elettrico degli anni '60 made in Italy (eccolo, 1 e 2) che sa di cantina e di chiuso, che se attacchi la presa la ventola inizia a ronzare in modo pauroso ma il suono
il suono
il suono scalda l'animo.
Volume non regolabile. O così o pomì.
E quando fai un accordo di do te pare d'esse' in chiesa e che da un momento all'altro partano le beghine con le loro voci scartavetrabili. Sarà felice la mia vicina di sotto, pia donna con qualche rotella fuori posto.

Oggi
uno dei tanti scemi del mio villaggio (ce ne sono almeno 3, io ho beccato quello appassionato di oroscopo cinese che chiede a tutti la data di nascita e ti informa che sei bufalo, toro, corvo, cavallo etc etc) ha preso l'autobus con me.
A volte gli do corda, oggi non ne avevo voglia quindi quando m'ha chiesto se ero felice (sì, fa domande di questo tipo dopo aver sbrigato la pratica "oroscopo cinese" - che è poi il suo goffo modo di approcciarsi alle persone), quindi, dicevo, quando m'ha chiesto se ero felice gli ho risposto "non particolarmente". Lui è rimasto malissimo e m'ha chiesto perché.
"fatti miei".

manco Raz Degan.

Poi un ragazzo di fronte a me, divertito, ha iniziato a rispondere alle sue domande, e dopo essersi sentito dire che era tigre, ha detto allo scemotto del mio paese (a titolo informativo: ha 50 anni), che ero triste perché "eravamo strasotto con gli esami". Sono stata al gioco: abbiamo fatto finta di conoscerci, abbiamo inventato pure una storia d'amore e dei corsi universitari fasulli ("pedagogia morale"). Non so perché. Volevamo vedere la reazione dello scemo? O forse era uno di quei momenti di complicità estemporanea che si vivono solo sui mezzi di trasporto? Non so, a me ha ricordato il film Before Sunrise. Solo che questo ragazzo non era esattamente Ethan Hawke, e Vienna era in realtà un triste paesino della provincia di Bergamo.
Poteva anche piacermi come situazione: giocosa, improvvisa, senza nessun impegno, fantasiosa. Sembrava il film Fuori Orario di Scorsese con una trama aperta e non fissata. Il copione si sviluppava sotto i nostri occhi, lo stavamo scrivendo noi. Era tutto così Nouvelle Vague.

Peccato che il ragazzo s'è fatto il segno della croce quando l'autobus è passato davanti al cimitero. Un altro triste bigotto narrow-minded dell'alta-bassa bergamasca.
Fine della fantasia (sempre che fosse iniziata).

sabato 5 febbraio 2011

Wow, intervisto i Verdena!

Martedì 8, verso le 13.20, se non avete nulla da fare, andate qui e schiacciate play.
Se vi piacciono i Verdena allora beccatevi lo speciale che sto preparando e che ripercorre la discografia dei nostri. Dura un'oretta e qualcosina di più.
Poi, alle 14.40, intervisto telefonicamente Alberto Ferrari. Quattro chiacchiere, qualche domanda, e forse se sono in vena rifaccio questa cosa qui che è imbarazzante. Ma, come diceva il mai troppo compianto Toto Cutugno (ah, non è morto?), lasciatemi cantare, perché ne sono fiero, sono un italiano, un italiano vero.

Insomma, sintonizzatevi.

Aggiornamento 9/2
Clicca qui per scaricare il file (110mb), sono 50 minuti (speciale senza brani che dura 10 minuti, intervista con Alberto in due parti - interrotta perché caduta la linea, quindi trasmessa Per sbaglio, poi in chiusura Lei disse; l'intervista sola è durata 30 minuti circa)

Per ascoltare su Youtube solo l'intervista:

giovedì 3 febbraio 2011

La poetica del vaffanculo (from Barcelona to Barcelona)

Nelle ultime 24 ore pare essere successo di tutto nel mondo. Ruby è incinta e si sposa. I White Stripes si sono sciolti. Amy Winehouse torna in Italia - il direttore dell'hotel dove pernotterà sta già iniziando a rifornire il minibar. Napolitaner in visita qui a Bergamo - il Comune ha ammortizzato le spese per le decorazioni togliendo dalla soffitta le bandiere recentemente usate per l'ultimo raduno degli alpini (e ancora sporche di rosso e di grapì).
Ma soprattutto le mie ultime 36 ore sono idealmente gravitate intorno alla città di Barcellona.

Da Barcellona è tornato per un breve, brevissimo, fulmineo soggiorno italiano il-mio-ex. Sì, quello lì. Ne avevo parlato qui, ma anche qui e credo di averlo inserito da qualche altra parte, che noia. Insomma, quello lì che non sentivo-vedevo da due anni. Quello che non mi ha più cercato e nemmeno -ehm- io -ehm- l'ho -ehm- fatto (carissimo Pinocchio, amico dei giorni più lieti, di tutti i miei segreti.........).
Ok, sì, ho mandato al suo (defunto?) numero di cellulare italiano 3 messaggi (nell'arco di due anni!) per sapere come stava. In questi due anni i dispacci sulla sua salute e/o vita provenivano da occasionali incontri coi suoi amici che, vedendomi, si sentivano in obbligo (o forse non trovavano altri argomenti per evitare imbarazzanti silenzi dopo il "ciao!") di parlarmi di lui.
Eh, sì, ora sta in Spagna. Eh sì, l'ho sentito l'altro giorno. Eh sì, ora sta in vacanza in Sudamerica. Eh sì, è venuto a Bergamo per 2 giorni.
Una volta, credo quest'estate, gli scrissi anche una mail. Senza mai ricevere una risposta.

Martedì me lo ritrovo a 10 metri di distanza mentre sto per salire su un autobus per tornare a casa.
Sliding Doors.
Potevo anche non vederlo. Potevo non notare il motorino bianco. Potevo rimanere nel mio mondo, cullata dai Lower Dens che avevo in cuffia, avrei preso il bus e sarei tornata a casa, continuando a scrivere la tesi. Sarebbe andata così.
Invece ho girato la testa a destra. E ho visto quei cazzo di occhiali da sole Vuarnet. E quei cazzo di capelli informi (se li taglia da soli). E ho pure sentito quella cazzo di voce.
Il tempo di fare 3 passi e di chiamarlo che mette il casco e parte con la moto. Non mi ha sentito.
Allora inizio a correre. E mi faccio Propilei-via Zambonate in 40 secondi (per chi non conosce Bergamo sto parlando di 400 metri) come Forrest Gump, come una cogliona, diciamocelo, perché lo spettacolo non doveva essere dei migliori: occhialoni tipo Moz sballonzolanti, borsa (grossa) a tracolla che faceva suegiù e suegiù, fiato corto, corsa poco fluida (duemesifamisonorottaduelegamentidellacaviglia) e cuffie sul collo coi Lower Dens che ancora intonavano questa:



Sembrava l'inizio di Trainspotting, però più sfigato.
Ma in quel momento ero la regina del fucking everything.
Due anni che non lo vedevo, me lo trovo davanti, lo chiamo, non mi sente, mette in moto (mmmhhh, tutto questo mi ricorda la scena di un film, ma quale???): lo rincorro. (Bridget Jones, forse??? Che alto modello di riferimento!)
In tutto questo scenario c'è da aggiungere che lui, anche se m'avesse visto, non m'avrebbe riconosciuto: con quegli occhialoni da Moz e quel taglio da Moz e poi avevo le cuffie, cioé, mai avrebbe pensato "toh, c'è la Vale".
Insomma, immaginatevi un caso umano che stabilisce un nuovo record dei 400 metri piani e che è talmente fortunata da riuscire a raggiungere quel cazzo di motorino bianco che nel frattempo, fermo al semaforo - rosso, poi verde - ha messo la freccia a sinistra ed è piantato in mezzo alla strada, e quel caso umano urli un nome con tutta la forza che ha in corpo, col desiderio di farsi sentire da uno col casco che si trova a dieci metri di distanza, replicando così l'indimenticata scena di Sister Act in cui la Whoopie Goldberg tocca la pancia alla suoretta Maria Roberta e le fa uscire tutta la voce che c'ha in corpo, "come se dovesse farsi sentire da un tizio in fondo alla sala....."

(uguale, però nessuno mi stava spingendo la mano sulla pancia in quel momento e l'ultima volta che l'hanno fatto, il mese scorso, si è trattato di una piacevolissima colonscopia)

Lui si volta e fa un'espressione in cui convergono duecentocinquanta processi mentali per la durata totale di 2 secondi: echicazz'è?, aspetta questo lo conosco, aspetta questA lA conosco, la Vale??????, la Vale!!! la Vale?!?!?!?!?!
Tra l'attonito e l'incredulo, il sorpreso e lo scioccato, l'imbarazzato e il "ma quanto cazzo è diventata lesbica?", il-mio-ex (da pronunciare tutt'attaccato come se fosse un nome proprio) accosta, andiamo a bere un caffé, non sembrano passati due anni ma due minuti, o forse due secoli, e io tento di mettere assieme dei pezzi scollati, di collegare i puntini come nel gioco della settimana enigmistica perché la persona che ho davanti mi pare uno sconosciuto la cui faccia mi dice qualcosa, mi dice tanto.
Più parlo più m'arrabbio.
E la cosa più intelligente che mi viene da dirgli è che a fine maggio sarò proprio a Barcellona per un festival (e mi fa pure strano pronunciare la parole "indie" e tentare di spiegargli cosa sia prendendo come esempio i Belle&Sebastian ma è come se parlassi di fisica quantistica a un appassionato di storia del medioevo). E la cosa più stupida che mi viene da fare la scorsa notte è quella di fargli un cd di elettronica ("ormai è da tempo che non ascolto più musica") che contiene Aphex Twin, Boards of Canada, Bibio, Four Tet con e senza Burial, Flying Lotus, James Blake, Memory Tapes, Neon Indian e Nathan Fake. La vetta della coglionaggione è andare in aeroporto oggi mercoledì 2 febbraio zeroundici alle ore 19.30, chiamare il suo (non più defunto) numero italiano e saperlo già all'imbarco, un'ora e mezza prima della partenza. Sentirmi dire, con un tono piatto come le mie tette, che non c'era proprio modo di vedersi e di dargli il cd a meno che "non prendessi un biglietto per Barcellona e m'imbarcassi".

ah-ah-ah. Battista, la raspa, la piuma non basta.

Peccato che la checkinista piastrata mi dica che "è fattibile, basta che la persona interessata esca dall'imbarco e avvisi il personale".
Ma ripenso in sequenza: alla battuta di merda, al suo tono piatto, al suo entusiasmo assente e mando affanculo, altrettanto in sequenza: lui, il cd, me, ancora lui, me di nuovo.
Quindi torno a casa, scopro che al Primavera si sono aggiunti dei nomoni, e uno di quei nomi è proprio quel James Blake lì di cui ho scritto poco tempo fa. Quel James Blake che avevo masterizzato al-mio-ex. E quindi un terzo, lungo, brioso vaffanculo a lui, il-mio-ex, che ha sempre avuto dei dozzinalissimi gusti musicali.


on air: Girls - Lust for Life

venerdì 21 gennaio 2011

Avevo solo il bisogno di sentirmi (amata).

Sogno spesso le case che crollano.

Oggi è arrivata una ruspa e ha buttato giù la villetta di fronte come se fosse di cartone. Avete presente quando si stracciano le scatole d’imballaggio e il cartone rotto forma delle strane forme [simili a: faraglioni/vetta dentellata della montagna/ma anche fetta di panettone tagliata male] e s’affloscia un pochetto? I muri della villetta si sono piegati all'esterno come la buccia di una banana. Mamma ha detto “e noi che pensiamo di essere sicuri tra le quattro mura e invece basta così poco”.

Basta un niente.

E poi la figlia dei vicini di casa che mi saluta e mi dice che sono cambiata. Vorrei una faccia di scorta, un cervello di quelli buoni da pensare giusto il necessario, buoni per fare figli e poco più, poca sofferenza e molta sostanza. Quei visi da cui si capisce tutto e che non devono star lì a spiegare il perché e il percome delle cose. Appena stai vicino a facce così, che vengono giù come la villetta di cartone e sotto c’è poco niente, l’effetto è duplice, detesti loro e detesti te stessa.

E allora ho fiducia solo negli oggetti o nei momenti. Come questa notte, per esempio, alle 5, che mio nonno è venuto nella camera dove dormivano mamma ed io, con un cannocchiale in mano esclamando Eli, vieni a vedere la luna che sembravamo tutti in un film di Fellini o in quell’altro di Gondry e si acchiappava una sensazione senza chiedere nulla, perché forse vivere è anche questo, nudi momenti di incanto e sogno.

La felicità non la dipingi a tinte pastello né a pennellate uniformi. La felicità è sopravvivere, è la certezza di amare ancora, di vivere d'incidenti, scontri, lividi. Di non poter fare a meno del dolore.

Ora ho un paio di calze di lana grossa fatte a mano dalla zia novantottenne di mio nonno e sorrido, e vedo sorridere mamma, pensierosa perché cerca di ricordare qualcosa, che mette su La batteria, il contrabbasso eccetera; mi guardo i piedi, ammirando le mie nuove, comodissime peppe da uomo – smesse da mio nonno.

La felicità è anche un paio di ciabatte usate.

p.s. Annalisa Scarrone nominata sosia ufficiale di Jenny Schecter.

domenica 16 gennaio 2011

A me mi piace scancellare la lavagna con i diti

Un vuoto consequenziale ed ondivago mi cattura quando metto piede dalla parrucchiera.
Ieri l'altro, nonostante avessi tradito dopo 17 anni la mia acconciatrice di fiducia (la Carla) per passare alla sua discepola che da un anno s'è messa in proprio, non mi sembrava fosse cambiato molto: le avventrici erano le stesse che trovavo chez Carlà, però in una versione più imborghesita e meno "de pais" (di paese).
La camminata spavalda dell'iperpiastrata al giro di boa dei 40 mi terrorizzava. Le perle di saggezza zen della sciura de chèsa anelante una messa in piega mi paralizzavano. La sicumera ostentata dalla cinquantenne tornata da un viaggio one-day a Londra m'atterriva.

Loro la sanno lunga e la sanno più di me.

Confesso la mia ignoranza. Non so nulla delle nozze di Kate e William. Sono poco informata sui trucchi per mantenere vivo un matrimonio. Né ho lo stesso coraggio della figlia di una di quelle signore che partirà a Londra per imparare la lingua e lavorerà in un chiosco ad Hyde Park - "si fanno un sacco di soldi", ne era convinta la madre mentre lo annunciava da sotto il casco della permanente.

Sto sbagliando tutto. Questa mia laurea servirà a rinfoltire le fila di quelle disoccupate che, entrando dalla parrucchiera, verranno colte da un attacco di panico perché non hanno argomenti da condividere con le altre clienti.
Mi chiedo, pertanto: la parrucchiera è un'anticamera del debutto in società? Un banco di prova per testare le proprie capacità interrelazionali? Un microcosmo del mondo?
Se è così, rivendico a gran voce la mia non idoneità.

apocalisse, prendimi.