venerdì 9 dicembre 2011

Schiaccia pausa

L'FBI ha aperto un fascicolo su Laura Pausini dopo aver letto le speculazione sul suo conto apparse su Yahoo Answer.
Come questa (without trying to be rude)
o questa o questa (famole i conti in tasca) 
o ancora questa (dalla formulazione criptica), 
o qui (è anche oggetto di ricerche scolastiche, questo vi fa capire a che livello siamo arrivati, roba da grattà er fondo der barile) 
o qui (non so a che disco si riferisca, ma vi posso dire tranquillamente che la mia aspettativa di vita potrebbe abbassarsi di 4-5 anni dopo aver ascoltato un suo cd intero).
Spazio anche per l'eresia (prego leggere la risposta che ha guadagnato 100%).

Insomma, sto cercando di vendere un rene per essere presente ad almeno uno dei suoi concerti natalizi di Milano. Metterò la domanda su Yahoo Answer per sapere se qualcuno è interessato all'organo.

domenica 4 dicembre 2011

Noi si studia Lingue.

Aridatece l'austerity.

giovedì 1 dicembre 2011

E sgorgarono lagrime calde dal suo viso

Beach House, Dirty Three, Spiritualized al Primavera Sound 2012.
La tappa successiva è la morte cerebrale e la donazione di organi.

giovedì 24 novembre 2011

Marry me Annie

Faremo incazzare Rula Jebreal. 
Annie Clark, aka St. Vincent., è una bella figliola. Sì, sappiamo tutti che canta e suona da Dio e che (geek mode: on) le sue canzoni sono eccentricamente coperte da una patina di elettronica vintage barocca che gronda pop in modo delizioso ed elegantissimo. Ma obiettivamente: quando la si vede dimenarsi con la chitarra, smanettare col tacco 12 tra i pedali, sistemarsi il ciuffo riccio, muovere il suo corpicino (vestito paurosamente) e la schienina scoperta, ecco, il pensiero serpeggiante è: ora mi alzo e le salto addosso. Il discorso vale sia per uomini che per donne, il fascino e lo stile di St. Vincent sono talmente luminosi da colpire entrambi i sessi. She is beyond good and evil.


St. Vincent, Milano, 23 Novembre 2011

martedì 22 novembre 2011

Buon inverno

A coloro che si parlano a gesti, e si fissano negli occhi color carbone, e pregano il tempo di andare a farsi fottere. Agli amori sacri che cadono a terra facendo il rumore di una piuma e fluttuano sui corpi. Alle distanze e agli schermi che attutiscono quelle stesse distanze - e a chi si fissa muto come attraverso uno specchio, tu là io qui. Sapere di esistere ma non potersi toccare, tu ancora più in là e io sempre qui. M'inchino alla devozione degli sguardi e alla pazienza degli occhi.

lunedì 21 novembre 2011

La chiusura del cerchio

o: di come gli autori televisivi si divertano a far combaciare tutto.

L'avevo già scritto due settimane fa. In Tutti Pazzi Per Amore 3 (Rai1, domenica, prima serata, ma questa settimana va in onda pure martedì) c'abbiamo la storia lesbo. Innanzittutto complimenti per la scelta dell'attrice, Anita Caprioli......(e qui la mia mente sta facendo grandi viaggi, film, scenette, sospironi....), che c'ha un fisicaccio che, diciamolo, dà la merda a Megan Fox. Interpreta la determinata Eva, che lavora nel vivaio di Paolo. 
Insomma, nella puntata di oggi Eva arriva in moto accompagnata da Alessia Barela, nientepopodimenoche Marina, la dottoressa di Terapia d'Urgenza, tremenda fiction Rai mandata in onda due anni fa e riproposta recentemente in replica su RaiPremium (lo ammetto, l'ho rivista pure lì) e che aveva come peculiarità delle storie talmente sconclusionate da risultare divertentissime. Cioé: Sergio Muniz che recita, un concetto che solo a sfiorarlo ti fa piegare in due dalle risate, e a vederlo ti potrebbe far lievitare come Mary Poppins e la barzelletta dell'uomo con una gamba di legno di nome Smith - e l'altra gamba come si chiama?. Il motivo per cui m'ero appassionata a quest'orrida fiction era molto semplice: aveva un'esilarante storia lesbo, lo stesso motivo per cui ho visto una stagione di Buffy (che, ribadisco, era trash quanto Terapia d'Urgenza) e tutto ER - questa almeno era fatta bene.
Rispolvero la memoria: le nostre lesbo eroine in Terapia d'Urgenza erano la dottoressa Marina Ranieri del Colle e l'infermiera proletaria Esther (agevoliamo una diapositiva), quest'ultima interpretata dalla sosia dell'ultima mutazione genetica di Michael Jackson. [L'altra cosa bella di Terapia era la percentuale altissima di attori presi da Distretto di Polizia, Incantesimo, Orgoglio, Commesse, Capri, i Liceali, e qualunque fiction di successo targata Rai o Mediaset degli ultimi 5 anni e che, non mi vergogno a dirlo, conosco a menadito.]
Insomma, Marina e Eva: l'ideale chiusura del cerchio, simbolica e fisica. Il personaggio di Eva è traghettato e accompagnato da un personaggio amatissimo dalla community lesbo-televisiva: cosa è se non un illustrissimo battesimo del fuoco?
Che poi, SPOILER!, Eva s'innamorerà di Lucrezia Lante Della Rovere (interprete di uno dei personaggi più latentemente lesbici della fiction Rai, ovvero Donna Detective), è un dettaglio che chiude il cerchio con la fiamma ossidrica.

sabato 19 novembre 2011

Donne che scopano male

Era un po' che non parlavo di donne. Lo spunto me l'ha dato una lettrice che mi ha fatto vedere il nuovo spot shocking della Benetton (se non sono shocking 'sti spot non piacciono più. Però c'è da dire che la Benetton ha sempre fatto delle campagne molto dirette, sin dal '92). La scena clou è il bacio tra due musulmane. Dopo le vampire lesbiche, il limone tra Britney e Madonna e la figlia di Lino Banfi omosessuale in una fiction Rai, dopo il coming out della De Filippi (ah, non è ancora uscita dall'armadio? Certo, aspetta di farlo mano nella mano con Gianni Sperti), ecco che vengono sdoganate le musulmane che limonano contro il muro. 
Da lì è partito un collegamento folle a un flash altrettanto folle che avevo avuto la notte precedente prima di dormire, che si sa che prima di abbioccarsi ci sono le idee migliori o quelle più a briglia sciolta perché la ragione non può esercitare un grandissimo potere.
Tutto nasce da un'esperienza di vita vissuta, non potrei mai mentirvi. Recentemente, dopo una notte di bagordi e di dubstep e di subwoofer e di attenzione che tra poco sarà la volta del revival eurodance, sono capitata nel bar di una stazione. Faccio lo scontrino e senza ordinare mi dirigo alla toilette alla quale si poteva accedere solo previo pezzo di carta finanzino. Esco dal tugurio allucinato che mi ferma una donna sui cinquanta con un camice da bidella chiedendomi lo scontrino. Glielo do e lei, appoggiandolo allo stipite di una porta, lo vidima con una moneta da un euro che lascia un baffo grigio sulla carta leggera dello scontrino.
Ecco: questo minimo gesto mi ha fatto pensare che lei fosse una donna che scopa male, sbrigativamente, di quelle nazi cattive che non stanno lì tanto a pensare ai preliminari ma ti mettono subito una mano tra le gambe come le carcerate del video Telephone di Lady Gaga. Nessun indugio: la classica sveltina durante la pausa pranzo ma veloce a venire che devo anche mangiare. 
Lo stesso pensiero m'era già balenato mesi fa assistendo a una scenetta nei bagni della Stazione Centrale (quelli ai quali puoi accedere solo mettendo l'euro così ti si aprono le porte meccaniche). Una delle inservienti s'era incazzata tantissimo perché credeva che delle turiste inglesi fossero entrate due alla volta pagando un euro anziché due. Le turiste non capivano e quindi mi prestai come traduttrice. L'espressione incazzosa della donna dei wc di Centrale dipinge ora il volto di ogni donna che m'immagino scopi male, sovrapponendosi alle espressioni e alle movenze.
Alle inservienti dei wc pubblici si uniscono (nel mio stupido immaginario) certe donne che potenzialmente scopano senza poesia, accademicamente, stancamente, per sfinimento: le notaie, le farmaciste, le giornaliste di guerra (che lo fanno come delle ossesse, come se non ci fosse un domani) e...le sessuologhe.

giovedì 10 novembre 2011

Explosions in the Sky, l'emozione a ogni costo

Nel mondo dipinto dagli Explosions in the Sky ci sono ragazzi e ragazze che si amano, si tengono per mano, si guardano negli occhi, ammirano l'alba o il tramonto nudi sotto le coperte dopo essere venuti - rigorosamente nello stesso momento. Basta una loro nota - tenuta lunghissima col delay - una nota che ti spezza le ossa, il cuore, il fiato - per innamorarti di qualsiasi cosa, animale o persona (non a caso scritti in quest'ordine) in venti secondi. Grande struggimento, battito cardiaco in levare, oscillazione come quando baci qualcuno, sei ubriaco e inizi a muoverti a ritmo della musica - lunare, onirica, ipnotica. La testa a ciondoloni, persa, persa, persa.

Trezzo, 9 Novembre 2011.
The Only Moment We Were Alone.

martedì 8 novembre 2011

Poi c'era Mary J. Blige che cantava coi Girls

domenica 6 novembre 2011

Virate/virago - le previsioni di Nostradamus si sono avverate

[...] E quindi, arriviamo al punto.
Abbiamo un telefilm in Italia che ricalca il ritmo frizzante delle sit-com americane, condensa le meglio trovate musical-oniriche di Ally McBeal e Scrubs, con battute perfette e recitazione brillante: si chiama Tutti pazzi per amore. La seconda serie sta andando molto bene, non sembra mostrare segni di cedimento. Ma mi chiedo, quando ci sarà la tanto attesa lesbo-virata? E, soprattutto, chi coinvolgerà? [...] (questo blog, questo post, Aprile 2010)
Ecco che leggo che nella terza serie di Tutti Pazzi per Amore avremo la preannunciatissima (da me) virata virago. Protagoniste due - belle - attrici verso gli -anta, Lucrezia Lante della Rovere e Anita Caprioli. Ci ho preso alla grande.

mercoledì 2 novembre 2011

Sia fatta Giustizia

Il grido del popolo risuona alto e unanime. Venga fatta giustizia! 
Dopo il misero 5.3 di Pitchfork (che esalta - giustamente - certi artisti, ma è anche reo - confesso - di aver dato voti spropositatamente alti a ciofeghe universali), dopo il super-mega inimitabile Cross del 2007, disco che, insieme a A Kind of Blue di Miles Davis, ha avuto il merito, rarissimo, di mettere d'accordo proprio tutti (hipster col tatuaggio a forma di triangolo, baffoni nostalgici di Lenny, tamaVVi iperpalestrati, amanti del french-touch, metallari cattivi e meganerd della slappata virtuos-masturbatoria), dopo il celebrato e ruffianissimo spot Adidas diretto da Romain Gavras, ascolto finalmente Audio, Video, Disco, seconda fatica del duo heavy-electro Justice. Dell'omonimo singolo uscito due mesi fa avevo a suo tempo scritto e sostanzialmente potrei ripetere le stesse cose per parlare di questo controverso sophomore album.
Controverso, sì: agli orfani di Cross non è piaciuto. Come mai? Ok, manca il singolone catchy come D.A.N.C.E. o lo stucchevole pitch-shifting di The Party. Eppure i synth saturi e insostenibili ci sono, gli archi svolazzanti pure, i bassi slappati anche, le ospitate canore in auto-tune non mancano. E allora perché questa insoddisfazione? Perché la virata prog-epic-kitsch è davvero pesante: uno schiaffone (uno slappone, se vogliamo) alla facciazza degli hipster e un abbraccione ai riccardoni invasati di Yes, Queen, John Miles di Music (brano fondamentale per comprendere a fondo questo lavoro dei Justice), Van der Graaf Generator. Palm muting, riffoni con la diavoletto Gibson, organi a iosa, strafottenza e grezzume che raggiungono spessori inediti e che sinceramente hanno dell'eroico. Ohio è la canzone che i Fleet Foxes suoneranno nel 2025 (ed è concettualmente una Trans Europe Express esportata in USA), Horsepower suona come la sigla mai realizzata per le trasmissioni leggere di Fininvest con i balletti di Lorella Cuccarini, Brianvision un calderone di epicità alla The Legend of Zelda, Helix fa muovere il culo anche a mia nonna. Abbiamo stacchi di batteria che ricordano Hot Stuff di Donna Summer, Irene Cara di Fame, Giorgio Moroder lì a mo' di santino, il tutto condito da un'estetica retro-futuristica post-glam a 8bit. Il periodo è quello: '75-'79, da lì non si scappa.
Da ascoltare on'n'on'n'on'n'on............

martedì 1 novembre 2011

il RETRORMENTONE non muore mai (manco il giorno dei morti). Numero 10 e via.

A-rieccolo. Sono felicissima di dare il bentornato alla mia rubrica preferita (anche perché ho solo quella) col botto. Scrive per noi Lola, a cui voglio un gran bene e davanti alla quale chino il capo come gesto di reverenza: maestra in giochi di parole&neologismi, pozzo (forse perché si veste sempre di nero) di sapere, abbracci a profusione.
Ecco il suo Retrormentone.

Pulp. Molto pulp. Pure troppo!
14 settembre 1995. Bergamo. Mi presento in classe in tuta, sciatta, non truccata, ascella poco purificata, capelli lunghi e di colore indefinito, prendo posto goffamente, assonnata. È il primo giorno di scuola, in senso assoluto: la prima ora di lezione delle medie superiori. È il mio compleanno. Questo particolare, temo, attira ulteriormente l’antipatia delle altre 25 o 26 teenager presenti. Dai loro sguardi capisco che ho poche probabilità di sopravvivere.
Finite le lezioni, mi dirigo verso la stazione insieme a una mia compaesana. Ci ferma il solito venditore molesto. Ci chiede come ci chiamiamo. “Elena”, risponde la mia compagna, sgamata, che invece di nome fa Letizia. “Marisa!”, mi metto a improvvisare anch’io su modello dell’amica, dimostrando peraltro poca dimestichezza con l’onomastica di fine secolo. Ma il sotterfugio viene scoperto dall’ambulante di turno nel giro di pochi secondi: gli basta leggere il mio vero nome sulla collanina che ho addosso. A metà anni ’90 era di gran moda l’oggettistica anagrafica. Una fatica per trovarla, tra file di monili con su scritto “Maria” e “Paola” e “Elena”, e ora mi ripaga tradendomi! Capisco di avere sul serio poche probabilità di sopravvivere.  

La soluzione dell’impasse arriva di lì a poco. Nell’autunno del 1995 compaio in IAF orribilmente bionda, in dolcevita scuro e al collo un filo nero a racchiudere le lettere D-E-B-O-R-A-H, con l’acca, come la marca di cosmetici. Nemmeno tanto difficile da reperire rispetto all’altra con il mio nome vero, peraltro! L’idea mi viene dal video di Disco 2000, dei Pulp, che racconta una tipica storia boy meets girl, un incontro felice in disco che si risolve in un rapporto sessuale. Dei sottotitoli rivelano i pensieri dei personaggi. Più volte Deborah, la protagonista, si chiede, scocciata, il motivo per cui la faccia smunta di Jarvis Cocker sia costantemente alla TV. Il videoclip in realtà passava davvero di continuo su videomusic e su telepiù, che dall’estate di quell’anno trasmetteva MTV in chiaro per qualche ora al giorno. Di MTV ricordo soprattutto Andrea Pezzi, che fine ha fatto, Andrea Pezzi?
Due questioni mi preme sottolineare. Una è che questa canzone potrebbe essere stata scritta anche l’altro ieri. L’altra è che si tratta di un brano ipernostalgico che si interroga su un futuro che adesso è passato. Il primo punto è facilmente spiegabile: l’operazione sistematica di recupero è la stessa che viene messa in atto oggi. I pulp pescavano a piene mani dalla disco e da sonorità anni ‘60 e ‘70. Anche il look di Jarvis Cocker, che infatti è innegabilmente un protoindie, risulta attualissimo: magrezza impressionante, aspetto da fantino mancato, capigliatura rubata al coiffeur di Paul McCartney, occhiali di una grandezza spropositata rispetto al viso (anche se nel video non li indossa), financo gravi problemi posturali. L’altro nodo cruciale, invece, è piuttosto complesso, ma potrebbe essere così riassunto: futuro nel passato, would + infinito.

A sinistra la postura di Jarvis Cocker. A destra un indie.
14 settembre 2000. Milano, statale. Primo giorno di università. Fully grown, sort of. Anfibi, capello nero corvino cotonato, trucco pesante, rossetto sbavato, I wear black on the outside ‘cause black is how I feel on the inside. Ciononostante passo gli esami. In ogni dove si fa un gran parlare di un nuovo programma TV, Il grande Fratello. Io, che ho appena letto Orwell, mi immagino che quei poverini dei concorrenti saranno messi in una casa che sa di cavolfiore e verrà loro proibito di esprimersi con i più crudeli espedienti e un po’ mi dispiace. Penso spesso agli amici di infanzia, a Letizia, che adesso tanto sgamata non è più, che non è mai andata all’università e ora ha un figlio. L’ha chiamato Nicolas, il figlio, ho sempre sospettato fosse un omaggio a Sarkozy. Anche a Deborah, penso spesso, a come il 2000 del 1995 alla fine sia diverso dal 2000 del 2000. Ma soprattutto ricordo Andrea Pezzi, che fine ha fatto, Andrea Pezzi?

i fotomontaggi sono ad opera dell'autrice.

domenica 23 ottobre 2011

La tua nave in feltro

che tengo nell'armadio
chiusa a due mandate
ebbe due movimenti,
andata e ritorno:
da camera mia
al tuo pavimento
e da quella panchina
al mio armadio.
Dal tuo cuore di piombo
al mio cuore di vetro
dal tuo cuore in stagno
al mio cuore di feltro.
Cuciture grossolane
alla nave e
al mio cuore.

sabato 22 ottobre 2011

La belle inconnue

Questa è una storia macabra. O dolcissima, dipende dai punti di vista. Una storia di morte e amore, che è proprio vero che vanno a braccetto.
Parigi, verso la fine degli anni '90 dell'Ottocento. Il cadavere di una giovane donna viene rinvenuto nella Senna; si presume che sia morta affogata, probabilmente suicida. Il rigor mortis (anche se a me piace immaginare un altro motivo) le ha dipinto sul volto un perturbante nonché staticissimo sorriso che cattura l'attenzione di un funzionario dell'obitorio parigino che, come impone la legge, espone il corpo della giovane in vetrina affinché qualcuno possa riconoscerla e poi prende un calco in gesso del viso e di quel sorriso, per poi fotografarlo e renderlo pubblico.
La storia dell'inconnue de la Seine, questo il nome che trent'anni dopo verrà dato da Ernst Benkrd nella sua raccolta di 123 maschere mortuarie, inizia a diffondersi, le fotografie del calco vanno a ruba, vengono vendute nuove produzioni di calchi da collezionare, artefatti capaci di solleticare la pruderie medio-borghese dei parigini, ma anche la ben più grezza curiosità dei villani. 
Non solo: siamo in pieno periodo art-nouveau/liberty e quel volto eburneo, quasi monnalisesco (come scriverà successivamente Albert Camus), combacia con i mezzibusti immortalati nei cammei, gioielli in ambra e onice tanto in voga alla fine dell'Ottocento. Il passo è breve e l'Inconnue diventa canone femminile. Ancor più breve è il passaggio da modello a feticcio femminino: sì, perché la pauvre si trova, malgré soi, a influenzare l'immaginario erotico dell'epoca quasi al limite della necrofilia, chiudendo così quell'ipotetico cerchio psicanalitico di pulsioni erotiche e pulsioni di morte.

Altra chiusura del cerchio: al calco dell'Inconnue si ispirarono Peter Safar e Asmund Laerdal negli anni '60 per costruire la testa del manichino da rianimazione del pronto soccorso battezzato Rescue Anne, divenendo così il viso più baciato di tutti i tempi.


Post scriptum: Gli esperti delle scienze forensi hanno poi affermato che il viso di un'affogata non sarebbe stato ritrovato in condizioni così buone. Si presume quindi che la giovane sia morta per tubercolosi o che, addirittura, il calco fosse stato preso da una modella viva. O ancora, si dice che il sorriso possa essere un prodotto dell'operazione del calco. 
Tuttavia la forza della leggenda e del mito è tale da combattere e superare ogni dato attestato scientificamente. Su quel sorriso i parigini dell'epoca fantasticarono, amando immaginare le storie più disparate: in quell'espressione si volle vedere la placida rassegnazione alla morte, l'impossibile ricerca della tranquillità terrena, o forse un ricordo felice, l'ultimo, passato davanti agli occhi dell'Inconnue prima di essere risucchiata dalle gelide acque della Senna.

mercoledì 19 ottobre 2011

Chiunque abbia un cuore buono...

....vada qui.
Ho finalmente sviscerato il mio amore per gli Smiths e i Belle&Sebastian parlando dell'artwork delle loro copertine monocromatiche e dell'inguaribile sentimento adolescenziale che pervade le loro liriche: la malinconia.

Il Padre
Il Figlio

lunedì 17 ottobre 2011

L’indicibile tristezza del catalogo IKEA® - uno




Primo passo

Il suo silenzio non ti parla?


Agosto 2011


Pochi giorni fa, durante l’ultima seduta di terapia, ho coniato un’espressione che ha fatto sorridere la mia analista. S’è da poco trasferita in un casa nuova – e quindi in uno nuovo studio, che poi al paziente deve giusto importare lo spazio in cui si svolgono quei 50 minuti settimanali di blablabla; in realtà a me piacerebbe carpire un pochetto di più della persona che mi sta davanti e che a volte fa le migliori battute acide mai sentite in vita mia (roba che se non volesse più continuare ad esercitare come psicoterapeuta le consiglierei di iniziare ad annotarle – un esempio: “mhhhhh, più che presunzione, io direi onnipotenza.” Pausa. Risatina di due secondi –  e di proporle a Woody Allen, non si sa mai che un giorno la sua verve giudaica possa essere in secca). Sì, cerco d’immaginarmi la sua vita al di là delle due poltroncine rosse e del quadretto della colomba magrittiana appeso alla parete, oltre la lampada dal design asettico e minimale. Ora che non sta più nello studio in affitto di una collega, potrò finalmente cogliere dettagli, starò attenta a ogni possibile rumore: una lavatrice che centrifuga mi farà pensare che anche lei è umana, anche lei lava i maglioni di lana col detersivo per i delicati; magari, visto che il mio orario fisso è subito dopo pranzo, sentirò il rimasuglio dell’aroma dei cannelloni con la besciamella che s’è sparata a pranzo.

Come dev’essere dura non far trapelare nulla, tenere chiuso ogni spiraglio che possa suggerire qualcosa di personale ed intimo, trincerarsi dietro un “non c’è male”, ascoltare i fattacci, i segreti, le vite degli altri. Essere neutri, posati, accomodanti anche quando magari si vorrebbe dire alla persona che si ha davanti che è una snob del cazzo. Essere degli schermi e riflettere l’altra persona come in uno specchio, mostrarle chi è, o almeno provarci. Chissà come ci si sente a fine giornata. Bisogna avere una fermezza colossale per fermarsi al punto giusto, per dosare le domande, per non buttarsi troppo nell’altro. E’ proprio il lavoro che non farei mai: come dice Joni Mitchell in A Case of You, “parte della persona amata deborda e irradia i versi delle sue canzoni”, parte di me uscirebbe fuori dal contenitore (un gran piccolo contenitore, tra l’altro; ho la rara capacità di pisciare fuori dal vaso con una frequenza imbarazzante e di non riuscire mai – MAI – a rientrare nei bordi, nei canoni, nelle regole) e strariperebbe nell’altra persona; al contrario la mia analista è a tenuta stagna, doppio strato di silicone lungo i bordi per evitare le infiltrazioni e le fuoriuscite, due passate di smalto antimuffa, comportamento acciaio inox: lei “generalmente non saluta; se il paziente la incontra per strada, ricambia”.

Non parla molto, mi lascia sproloquiare. Ogni tanto, quando si mangia le unghie, mi chiedo se mi sta ascoltando – un po’ come Antonius Block che durante la confessione chiede al suo interlocutore mi ascolti? e non sa che dall’altra parte c’è la Morte che, nonostante lo incalzi nel suo sconforto, non si sbilancia quasi mai: asciutta, fredda, un’incredibile maschera umana.

- fine prima parte -

domenica 16 ottobre 2011

Filmini a caso/2

venerdì 14 ottobre 2011

Un cincino di musica

Così, volevo dirvi ultimamente cosa sto ascoltando e fare un punto della situazione delle ultime robette sentite.
Dopo una buona sbornia dubstep di Shackleton del quale ha parlato meglio di me qualcuno che la sa lunga, mi sono adagiata sulle dolci litanie lennoniane dei Girls che sanno come far durare un climax emotivo per circa 7 minuti senza stancare mai; ho fatto ballare il mio culetto anchilosato su Thundercat che è il bassista di Flying Lotus e ha tirato fuori un bell'album di jazz/fusion/elettronica; mi sono innamorata della cantante e chitarrista dei Widowspeak con la Danelectro e le sue ballate dal sapore anni '50 uscite da un film di Lynch (hanno pure coverizzato Wicked Games, tutto torna); ho pure assaggiato Apparat e il suo post-rock da sesso post a.m.; ho tenuto alta la mia fede verde oro con la bossa nova di Sergio Mendes; ho ascoltato più volte Bon Iver prendendomi davvero male, immaginandomelo nella capanna a soffrire per la sua Emma; mi son ripresa male per il secondo disco dei Bedhead che è omonimo e ha una voce sussurata dentro le chitarre, trame bellissime, intrecci sognanti, poi, boom!, momenti epici e crescendo da lacrime che gli Explosions in the Sky hanno fatto un cut and paste mica male; e poi ho fatto grandiose biciclettate con l'ultimo dei Twin Sister che qualcuno che la sa lunga e meglio di me ha definito "musica per party noiosamente alchemici, sdraiati su sgualciti divani a sondare le umide cavità altrui"; non contenta mi sono ri-innamorata di Feist che ha ciccato un album perfetto, uno di quegli album che già dalle prime note sai che è bellissimo e sì, mantiene la promessa fino all'ultimo; e, siccome non c'è due senza tre, è spuntata St. Vincent (di cui metto questa canzone, però sceglietene una a caso dal mazzo, non vi deluderà) di cui non avevo ascoltato nulla e che m'ha fatto pensare a Bowie in gonnella tanto è brava a cucirsi addosso melodie elegantissime, barocche e pompose e leggerissime al tempo stesso; gran finale di musica volante non identificata con Hype Williams.
Ah, l'ep di James Blake lo collocherei tra le cose più dolorose mai sentite. Una canzone come Enough Thunder mi lacera. Anelamento continuo, lamenti, svisate, "we can hope for heartbreak, now".

mercoledì 12 ottobre 2011

Dura Lex Sad Lex/2

Oggi. Università. Lezione di Storia del diritto. Fine lezione. C'aveva ragione Hobbes.


da notare il finale: "il brusio era abbastanza atto a stordire".

lunedì 10 ottobre 2011

Filmini a caso/1