lunedì 10 gennaio 2011

Sospironi e visibilio in parti uguali

Le tag di Lastfm a volte mi strappano più di un sorriso.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando: Lastfm è un sito/social network che stila un profilo personale in base agli ascolti musicali che vengono catturati attraverso un plugin (un elemento aggiuntivo che "scrobbla", ossia scannerizza) abbinato al programma che usiamo per riprodurre musica.
Su Lastfm ci si scambia pareri e consigli, si commentano i brani, si segnalano concerti, insomma: tutto ciò che gravita intorno alla musica pare debba passà di lì. Una funzione che appare un po' defilata ma che gioca un ruolo importante sono le tag, le etichette che raggruppano varie band a seconda del genere e che aiutano l'utente a scoprire gruppi nuovi affini ai suoi gusti.
Succede ogni tanto che queste tag vengano usate un po' alla "cazzo de cane" e con un pizzico di fantasia e, più che etichettare il genere musicale, siano simili a una suggestione o a una frase che cattura uno stato emotivo suscitato da una certa musica.
I Beach House (un nome a caso), per esempio, sono stati taggati come "sigh and swoon in equal measure" (sospironi e visibilio in parti uguali): dando una sbirciata agli artisti affini di questo tag scopro che vi dimorano pure le Organ, le Electrelane, St. Vincent, Joanna Newsom, Scout Niblett e She&Him e la lista è lunghissima, issima, issima.

Posto che:
- non ho dubbi sul sesso biologico di chi ha coniato quest'espressione
- né sul suo orientamento sessuale e sul suo umore
- né tantomeno nutro dubbi sul fatto che potremo avere tante cose di cui discorrere,

invito la suddetta persona a farsi avanti e ad avanzare una proposta di fidanzamento.

Garantisco una risposta ricca di sospironi e visibilio in parti uguali.

mercoledì 5 gennaio 2011

Good Old Germany

Voglio fare un giochetto.
Avete presente gli schemi enigmistici? Quegli schemi, cioé, che legano delle parole o frasi tra loro combinandole? Un esempio che tutti conoscono è l'anagramma, che mescola le lettere di una parola per formarne un'altra di senso compiuto.
A me son sempre piaciute le zeppe o aggiunte, ossia quando s'aggiungevano lettere o sillabe ad una parola e così si avevano geminazioni di varianti.
Ma ancora di più adoravo fare i cambi che prevedevano salti da una parola a un'altra modificando una lettera (consonante o vocale) passando così da un polo (o antipodo/testa) all'altro (o antipodo/coda).

Mi chiedo: se al posto di una parola ci fosse un'idea e attraverso piccole modifiche concettuali si arrivasse al polo opposto? Ecco, vorrei fare la stessa cosa con la musica, fondendo enigmistica alla famosa teoria dei sei gradi di separazione.
Ok, iniziamo.
Da "Neu!" dobbiamo arrivare a "The Horrors".

1. Neu!-->Kraftwerk.
Embé, facile facile la facciamo.
Tutto parte da qui. Siamo in Germania agli inizi degli anni '70: la culla del kraut rock.
Ebbene, kraut rock, come quasi tutte le categorie o generi musicali, è un termine ombrello. In sé, quindi, non esprime proprio nulla, piuttosto comprende un variegato sottobosco musicale accomunato dalla matrice sperimentale che mescola psichedelia, elettronica alla Stockhausen e alla Klaus Schulze, improvvisazioni free-jazz e avantgarde. All'interno un nugolo di nomi: Neu!, Faust e Can su tutti, ma anche i primi Kraftwerk, quelli di Autobahn per intenderci, un album il cui ascolto vale più di mille parole e descrizioni.


2. Kraftwerk--> Giorgio Moroder.
Proprio di Autobahn, che esce nel 1974, pare fare una scorpacciata il buon Giorgio Moroder, italianissimo di Ortisei, che, all'epoca, in Germania bazzica da qualche anno. Folgorato sulla via del synth e del vocoder, pubblica nel '75 Einzelganger, disco che sintetizza le lunghe suite cosmiche kraftwerkiane cristallizandole in una forma più pop.
Moroder in seguito avrebbe sporcato l'elettronica kraut con ritmi funk partorendo dischi come From Here to Eternity e diventando così il padrino della disco music. Il suo stile è un marchio di fabbrica, la sua influenza sterminata: Daft Punk, Air e Justice (ma anche Memory Tapes e Neon Indian) gli saranno eternamente grati.


3. Giorgio Moroder--> New Order
Il passo dai Kraftwerk ai New Order appare breve. Autobahn e Trans Europe Express hanno, nel giro di pochissimo tempo, non solo mietuto vittime illustri (il Bowie di Low, l'Eno di Another Green World), ma hanno soprattutto avuto una forte, fortissima ascendenza sul rock post '77. La rapidissima rise and fall, vertiginosa, furiosa e viscerale, del punk porta a una parcellizzazione di stili che veranno compresi sotto le etichette di new wave e di post-punk. Interpreti maggiori di quest'ondata musciale, che fonde la lezione krautrock a minimalismo elettronico fino ad arrivare alla disco music e ai ritmi funk/dub giamaicani, sono i PIL di quel pazzo di Jhonny Rotten, i Wire, i Talking Heads, i Gang of Four e ovviamente i Joy Division.
Che lo spirito tedesco aleggiasse già sui quattro di Manchester appare chiaro sin dal primo album, Disorder (1979), in cui le ritmiche quasi industrial di batteria e basso (che con le sue linee armoniche, nel post-punk, sostituirà la chitarra e diverrà strumento principe) si sposano con la voce asetticamente sofferta di Ian Curtis, producendo un effetto straniante di brechtiana memoria.
Closer, dell'anno successivo, non fa che rincarare la dose aprendosi maggiormente ai synth e alle tastiere. E poi il buio.
Un nuovo ordine appare all'orizzonte. Power, Corruption and Lies del 1983 è il manifesto di quel nuovo ordine: algida elettronica, ritmi marziali, synth che aleggiano come fantasmi e ragnatele, voci che non lasciano trapelare emozioni.
Blue Monday, perfetta fusione di rufianaggine moroderiana e di robotik dance alla Kraftwerk, dà il la definitivo aprendo la strada segnata già da Gary Numan e Soft Cell, sdoganando la dark wave e ibridandola con la disco music, dando vita al multiforme filone del synth-pop.


4. New Order--> Massive Attack
Salto temporale di 7 anni. Scenari diversissimi eppure consanguinei.
Si sta forgiando, nella zona di Bristol, un suono nuovo in controtendenza rispetto alla musica techno e alla scena Madchester più alla deriva. Un suono cupo e pieno che attinge a piene mani alle radici più dub e hip hop, ma che è in linea con l'elettronica di derivazione kraut. Un suono buio, lento e corposo che risente della lezione post-punk e che pone, ancora una volta, il basso in primo piano, un basso teso a mo' di bordone che sorregge l'intelaiatura ritmica insieme alla batteria, a volte sporcata con lo scratch.
I Massive Attack. Il trip-hop.
Poi si arriva al 1998 e con lui Mezzanine. Un album nero come la pece, claustrofobico e soffocante. Un universo sotterraneo fatto di cuniculi e di incubi allucinati. Su tutti svettano brani come Man Next Door o Angel. La dark wave è riveduta, corretta e aggiornata agli stilemi trip-hop. Il risultato è più che una rivisitazione, è quasi post-modernismo musicale.


5. Massive Attack--> Portishead
Tappa obbligata. Un passaggio quasi scontato, forse.
Il trip-hop nella sua veste più elegante e sontuosa, nonché ambigua e decadente, trova nella voce di Beth Gibbons un'interprete d'eccezione. Dolorose liturgie morriconiane, paesaggi melodici come tavolozze sbiadite, zone d'ombra, velluto blu, strade notturne, armonie slabbrate, fine fotografia in bianco e nero di film francesi degli anni '60: suggestioni, ritmi lenti, attese.
Spiriti affini gli Stereolab, metà americani metà francesi, che hanno messo a punto un perfetto ed inquietante modernariato pop, arricchito di tanto in tanto di sferzate noise e kraut.
Dal 1998 al 2008. E si approda a Third, opera terza dei Portishead.
E ancora una volta fanno capolino, sempre attuali, le sonorità kraut e kosmische, impetuose nel loro abito dark in Silence, spazzolate di spirito da chansonier, fino a spingersi all'industrial e ai ritmi ossessivi di Machine Gun ed approdare alla dolcezza camaleontica di The Rip, in cui i synth, dapprima in secondo piano, esplodono in un tripudio moroderiano da qui all'eternità.


6. Portishead--> The Horrors
Come possono in un brano convergere 40 anni di musica?
Ecco la risposta.

martedì 28 dicembre 2010

L'arte del sogno: Aphex Twin

(Aphex Twin - Matchsticks)

Questo non sta accadendo. Ciò che stai vedendo non può essere vero. Questa non è una pipa né tantomeno questo è un cuore, è un pallone aerostatico che vola nella notte, un cono gelato che si squaglia al sole. Parate di rinoceronti rosa sfilano in mezzo a edifici fatti di crema.
E quindi pterodattili giganteschi che mi puntano dall'alto e aerei che cadono e missili che esplodono in volo, treni che deragliano e camion che escono dall'autostrada sfiorandomi di un centimetro.
Case che crollano, ciechi che percorrono balconi senza ringhiere, stazioni di metropolitane diventate rifugi antiatomici, degrado urbano.
E nelle orecchie c'è chi dipinge la mia angoscia con staffilate armoniche, linee oblique color viola e giallo, rosso cardinalizio, mentre una massa d'un allucinato bianco mi scruta, inseguendomi, per poi strisciare lenta nella notte.

Weird creatures. Elfi balbuzienti che giocano a palla con i bulbi oculari di un rospo. Ippocampi lisergici impegnati a far battaglie di ping pong con minotauri. Biglie impazzite e multicolore che danzano davanti ai miei occhi. Guardie russe mangiacani, mentecatti ed ascensori, mendicanti emozionali rollano nudi in nuvole di muco rosa. Piogge e docce ad Aprile, crudelissimo Mangiafuoco, barbeebaffi e lattemmièle, nuotan tutti mentre io gioco (e sogno).



(Aphex Twin - Curtain)

La stanza del bimbo morto conservava, nonostante gli anni passati, il suo fascino inquietante. I genitori avevano deciso di lasciare tutto com'era: la culla dei primi mesi, il lettino in ferro battuto con le iniziali, i giocattoli sparsi sul tappeto, immobili tuttavia animati come ad aspettare un impossibile ritorno del padroncino, delle bretelle sullo schienale della seggiola e le scarpe in cuoio che il papà, pochi giorni prima dell'incidente, aveva commissionato al calzolaio di famiglia. Tutto appariva incorniciato dall'ampia finestra che dava sul cortile e metteva a fuoco, fino a poco tempo prima, il grande albero, in seguito abbattuto nel disperato tentativo di rimuovere il colpevole (suo malgrado) di un dolore atroce e inspiegabile come la morte di un figlio.




Perdita dell'infanzia, pallore grigioblù, stare sott'acqua nella vasca da bagno interi minuti come gesto di sfida, e scoprire un altro mondo. Bolle di sapone in solitudine e ritorni e speranze, gravidanze inattese, bimbi persi. Pace e sensazione di beatitudine, di librarsi in volo, abbandono all'aria. Orologi che vanno all'indietro e poi improvvisamente corrono, e vengono ingoiati da pesci palla che danzano a tempo un minuetto porgendoci le loro braccia focomeliche. Anelli di fumo e cognac a fiumi e occhi aperti che bruciano per il cloro, occhi chiusi per lasciarsi andare. Alla deriva, allo sbando, allo sbaraglio.


(Aphex Twin - Nanou 2)

E mi hai dato la mano. E noi che navighiamo. E nulla da temere, nulla di cui preoccuparsi, solo luci e colori e taciti consensi, e brillare nella nebbia come rugiada sulle foglie, come fili di perle tra gli stracci, e darti solo il necessario per sopravvivere mentre qualcosa avanza su di me, divorandomi. Non dici parole. Sprofondi in abissi perenni come avevo predetto.


Inquadratura dall’alto, giornata piovosa, b/n tipo film di Wenders.

Una voce che mi riecheggia in testa dice: “se ci rivedremo, mi saluterai e non ti riconoscerò allora capirai che è stato tutto solo un sogno e che il momento più bello della tua vita è stato solo un sogno”. La incontro in una via uggiosa e non mi risponde. Una giostra e una canzone col carillon quasi anni ’30 simile a Brecht/Weil, mi ricorda “tanti auguri a te”.

Mi alzo, come se sapessi che mi devo svegliare, come se davvero volessi ricordarmi quel sogno ed esclamo ad alta voce “pazzesco, ho fatto il sogno più bello della mia vita”.

Perché nel sogno sapevo benissimo che c’era stata una storia d’amore, attimi di felicità e di pura gioia, ma ripensandoci, ricordandomi e ripercorrendo il sogno, mi pareva che quei momenti – sottintesi nel sogno, dedotti in un secondo momento – fossero solo un vuoto di morte, di abisso, di assenza.

E quindi mi rendo conto che quel sogno è terribilmente triste, quasi un presagio, quasi una profezia. Ho paura di morire. Piango. E dico “no, era il sogno più triste che abbia mai fatto”.

La struttura del sogno è pari alla mia reazione da sveglia. Mi rendo conto che ciò che è “felice, bellissimo” è solo un sogno….e quando lo realizzo scoppio a piangere, sto male, mi sembra di morire.


(Aphex Twin - Kesson Daslef)


p.s. mi rendo conto di aver fatto un torto enorme ai brani più drum'n'bass, acidi e techno di Aphex Twin. Consiglio quindi l'ascolto di Selected Ambient Works 85-92 che contiene tra l'altro il pezzo che m'ha ispirato a scrivere questo post, We are the music makers.

martedì 21 dicembre 2010

Sul letto corto

Uniti tutti i post precedentemente cancellati. Con integrazioni.
File .pdf scaricabile cliccando qui.

sabato 18 dicembre 2010

Recensione: Syd Matters - Brotherocean (2010)


Ascoltare un album la prima volta e rimanere incollati a ogni singola nota m'è successo poche volte. Ricordo quando mi scontrai con If you're feeling sinister o Ok Computer e più recentemente con Teen Dream (ormai è passato un anno) o Music from the Penguin Cafe: l'entusiasmo e lo stupore erano così forti da farmi schiacciare play ogni volta che arrivavo alla fine.
Brotherocean è uno di questi dischi: 40 e passa minuti che si vorrebbero prolungare per ore fino a farli divenire colonna sonora costante di tutte le immagini che passano sotto i nostri occhi: assorbire e introiettare quei suoni e quelle atmosfere per poi approdare ad uno stato di incoscienza simile alla couch melodia.
Ancora non mi so spiegare il motivo di questa sensazione di smarrimento e rapimento che m'avvolge. Forse mi pare d'essere a casa: echi di Radiohead e Grizzly Bear (armonizzazioni vocali e stratificazioni sonore e inoltre una costante ed elegante attitudine folk e un'ottima capacità di arrangiamento), di Beck (la voce, forse?), e ancora Beach House (ci sento lo stesso calore - non ho un altro termine migliore per definire questa percezione), Fleet Foxes, Midlake, Mum, ma anche Travis. Le soluzioni melodiche non sono mai scontate, tutto è suonato in modo eccellente e con classe. La concatenazione delle tracce è naturale, anzi, sconsiglio di spezzettare l'ascolto: il movimento fluido che attraversa ogni brano obbliga l'ascoltatore a non interrompere l'esperienza musicale, quasi a voler mantenere intatta quell'atmosfera che Brotherocean riesce a creare con soli 10 brani.

Dal punto di vista del coinvolgimento emotivo siamo ai livelli di Teen Dream (mio disco del 2010 insieme a Cosmogramma di Flying Lotus).
Ottimo, non c'è che dire: 8.

Un assaggio:

Syd Matters - Hallalcsillag


Syd Matters - We Are Invisible


Syd Matters - Hadrian's Wall


p.s. ah, sono francesi.

venerdì 10 dicembre 2010

New order

....si riparte da qui. Il blog avrà una cadenza settimanale. Niente manfrine o paturnie, basta storie di vita vissuta condite con lacrime, stop alle doppie punte adolescenziali o palpitazioni incontrollate per lo stesso sesso.

Si parla davvero di altro. Si sfruculia nella vita di illustrissimi (s)conosciuti e nella loro arte. Si va altrove, si guarda oltre per non soffermarsi su se stessi.

O almeno, io ci provo.


Partiamo da un epilogo, scelta apparentemente paradossale. Eppure prima di imboccare una nuova direzione bisogna chiudere, ponendo un punto fermo, quello che si aveva iniziato. E quindi....

adieu adieu adieu adieu vecchio mondo,
ai ricordi del passato
ad un sogno mai sognato...

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Epilogo

RIVOLUZIONI FRANCESI

Dopo di te, 1815, Congresso di Vienna.

Dopo di te dovrò ridefinire la mia storia. Ridisegnare la mappa del mio corpo. Ripristinare un equilibrio che garantisca una veloce ripresa.

Napoleone in poco più di venti anni rivoluzionò l'assetto geo-politico europeo. A te sono bastati solo 5 mesi per segnare un solco così profondo da stabilire un “prima” e un “dopo”.

Prima, un freddo ordine reazionario di stampo illuminista che vedeva l'uomo come protagonista costruttore della storia. Poi, un doloroso impatto con l'indole rivoluzionaria, ribelle, recalcitrante del 1789 e la forza storica che trascende la volontà umana, la bieca ragione, e che si ricongiunge a un disegno divino. Un qualcosa che ha scavalcato la mia capacità di raziocinio come il fiero Napoleone ha valicato il Gran San Bernardo dipinto da Jean Louis David, fermo e deciso, tuttavia impetuoso, e che ha scaldato il mio cuore come Bonaparte ha incendiato Mosca durante la campagna russa del 1812.

Prescindere dall'intervento napoleonico nella storia europea appare pressoché impossibile. Eppure la strada intrapresa durante il Congresso di Vienna fu sin da subito chiara: ritornare a quell'ordine autoritario preservando “ciò che di buono era stato realizzato” - ed è quello che effettivamente avvenne nell'età della Restaurazione con il ripristino dell'Ancien Régime epurato da qualsivoglia idea rivoluzionaria. Leccarsi le ferite, incerottarsele, cucire i punti e cercare di camuffare le cicatrici: quello fecero le potenze sovrane duecento anni fa.

Trafalgar e Austerlitz, 3 Maggio 1808 di Goya, Waterloo e lo Zar Alessandro I di Russia sono cose che non si seppelliscono. Causano ancora oggi un certo brivido a pronunciarle.

E quindi come potrei dimenticare Pratile, Messidoro, Termidoro, Fruttidoro, Vendemmiaio passati insieme? Anche Brumaio potrebbe essere nostro.

Ora non posso né devo mettere la mia rivoluzione francese nel dimenticatoio, né sedare impeti liberal-progressisti, né auspicare un ritorno alle origini. Mi trovo nel mezzo di una continua risacca, un movimento che oscilla tra quel prima e quel dopo facendomi sentire nostalgie opposte.

Ancora incapace di rielaborare le furiose spinte giacobine, vivo tesa in un tumulto. Cosa sono ora?

Una terra desolata, devastata dai colpi inferti da una mano straniera. Un corpo con confini labili. Non più governabile. Così profondamente cambiata che non riuscirà più a mutare volto.


lunedì 4 ottobre 2010

Ottobre, di nuovo

Avere mezz’ora di tempo libero, andare in giro senza meta. Avere sotto i piedi il ciottolato di Città Alta, alzare leggermente la testa e sentire il toc rassicurante di una padella sul fuoco che proviene dalla finestra di una vecchia casa. Una sensazione piacevolmente domestica mi assale – come quando si sente un rumore che appartiene anche a te, un odore che fa parte della tua vita, una breve ma intensa impressione che appena cerchi di catturarla si ritrae, fugge via, lasciando una scia nell’aria che assomiglia a un dejà vu.

Avere dei brividini di freddo in una via ombreggiata, quindi spostarsi di pochi metri per essere baciati dal sole. Da quassù le foglie arancioni paiono fettine di mela caramellata, appese ai rami da un sottile filo di zucchero.

Nelle orecchie parte un brano di bossanova – lento, dilatato, distaccato, il tempo svanisce. Tutto è in bianco e nero, le persone parlano ma non hanno voce. Sono in un film anni ’60 e fumo lascivamente una sigaretta col bocchino. Ora sono Greta Garbo coi pantaloni e lancio sguardi algidi. Il teatro ha scintillanti lampadari accesi anche di giorno. Il fumo disegna nell’aria spirali e cerchi, arabeschi e frecce. Questa musica crea effetti speciali.

Mi lascio alle spalle ciottoli e foglie, penso a te, sorrido.


On air: Stan Getz&Charlie Byrd - Desafinado